Carlo Felice, Puccini grande burattinaio per la Bohème dei giovani


Carlo Felice Boheme

Teatro affollatissimo ed applausi scroscianti per la prima della Bohème, una ripresa di aimeno cinque allestimenti dell’ultimo quindicennio per la regia di Augusto Fornari e la scenografia di Francesco Musante. Come  ormai da sei anni, lo spettacolo che conclude la stagione operistica impegna i giovani cantanti dell’Accademia di alto perfezionamento della Fondazione del Teatro Carlo Felice.

L’opera di Puccini è uno specchio della  gioventù vissuta dall’Autore, gioventù che vorrebbe emergere, senza troppa voglia di lavorare e molta di divertirsi, nell’età delle piene forze fisiche e dell’amore: sogni, chimere, ma anche una certa consapevolezza, intravista nelle sfumature del testo, che i sogni possono anche non avverarsi, per cui ci si gode il presente per quanto  problematico e squattrinato.

Con quest’opera Puccini si distacca definitivamente dal teatro lirico romantico: l’amore si presenta  come un valore in sè, mentre i personaggi non sono più titanici ma quotidiani; egli racconta la vita com’é, non ha bisogno del dramma per bucare la custodia dell’anima dello spettatore.

Parigi 1930:  in una gelida soffitta vivono, campando alla giornata, il poeta Rodolfo, il pittore  Marcello, il filosofo Colline, il musicista Schaunard.  Mentre gli amici vanno al Quartiere latino per festeggiare un’entrata in denaro di uno di loro,  Rodolfo rimane  in casa a scrivere; bussa  una vicina, la ricamatrice Mimì, per riaccendere il lume. I due giovani si presentano, raccontandosi a vicenda mediante due famosissime arie, belle  per  musicalità e intensità poetica  (“ Mi chiamano Mimì”, “Che gelida manina” ). Il sentimento che nasce è vissuto con difficoltà e senza destino.

Altro personaggio femminile è Musetta, ex ragazza di Marcello, ora provvista di un ricco amante anziano. Due donne povere e dai temperamenti opposti, caratterizzate in qualche modo da un simbolo, una manina gelida per l’una, un piede dolorante (simulato per non pagare il conto ) per l’altra.

Mimì tornerà nella soffitta nell’ultimo dei quattro quadri dell’opera, quando purtroppo, fiore senza più profumo, come  i  fiori dei suoi  ricami, la tisi non le lascerà  scampo. La soffitta  apre e chiude il dramma esistenziale di Mimì, un luogo più simbolico  che reale in cui si svolge una vana speranza d’amore.

La morte di Mimì pone la parola fine al vivere dei giovani senza  un progetto di vita, allo stadio “estetico”  per dirla con i filosofi,  vita che prima o poi presenta il conto.  Il toccante quarto quadro celebra sentimenti di comune umanità: mentre gli amici improvvisano un ballo spassoso  tra uomini ( dove persino l’Autore pare divertirsi )  arriva Musetta, sorreggendo Mimì gravemente ammalata. Si scatena tra gli amici una gara di solidarietà, chi vende gli orecchini, chi il cappotto per comprare medicine.  Rodolfo e Mimì rievocano il passato ricordando i loro primi momenti: poi la fanciulla sembra addormentarsi ma  tutti si accorgono che è morta e non osano dirlo a Rodolfo che lo scoprirà drammaticamente da solo. E sotto la soffitta passa un  carro di bambini, simbolo della  giovinezza  che se ne va per sempre.

La scenografia di Francesco Musante è  coloratissima, giocosa, ricca di animazioni ( molti i simpatici figuranti di mestiere ), di credibili scene di vita: nel primo cambio di scena  la soffitta che gira come un carillon per mostrare la festosa atmosfera del Caffè Momus, costituisce uno spettacolo nello spettacolo.  La folla di avventori del Caffè Momus rappresenta un esempio straordinario di caos musicale organizzato, caratteristico di Puccini.

Nel cast Junpyo Kwon (Rodolfo), Davide Chiodo (Marcello), Shang Ju (Schaunard), Caterina Trevisan (Mimì), Sara Di Fusco (Musetta), Vittorio del Campo (Colline) e Andrea Porta, divertente Benoit. I giovani allievi, belli anche nella fisicità dei personaggi, hanno reso efficacemente i meandri della complessità di “Bohème” meritando applausi a scena aperta.  Il maestro Donato Renzetti ha offerto un Puccini lirico, scorrevole, suggestivo nel  rallentare il finale, che fa riflettere  sulla morte di Mimì e sulla fine della vita spensierata.

Fra il pubblico anche Stefania Sandrelli, il cui figlio della figlia Amanda è fra i pianisti accompagnatori dell’Accademia di Perfezionamento del teatro.

La Bohème resta in scena fino a domenica 21 giugno per la durata di 160 minuti.

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Giacomo Puccini (Lucca 1858) era figlio e nipote di musicisti. Ma la morte del padre quando il musicista aveva sei anni e le  conseguenti ristrettezze (di una famiglia con sei figli ed uno in arrivo da allevare) costrinsero il Nostro ad arrangiarsi diventando un buon organista sotto la guida del maestro Angeloni, con il quale condivideva la passione per la caccia.  A diciannove anni andò a piedi da Lucca a Pisa  per ascoltare l’Aida di Verdi: ne rimase sbalordito e decise di scrivere opere. Sollecitata dalla madre, la regina Margherita offrì al giovane milleduecento lire per vivere  a Milano e il ventiduenne Giacomo partì per frequentare il Conservatorio milanese. Nel 1893, dopo aver lungamente atteso il successo con le prime opere, riuscì, con i proventi della Manon Lescaut, ad acquistare la residenza sul lago di Massaciuccoli  a Torre del Lago.  Allora il paese era composto di case rustiche e di capanne di pescatori, ma era anche una sosta per alcuni pittori in cerca di ispirazione che diedero vita al Club della Bohème. La brigata aveva uno statuto rigido in cui si poteva leggere che ” la saggezza non è ammessa neppure in via eccezionale” e che ” ammusoniti, pedanti, stomachi deboli, poveri di spirito, schizzinosi e altri disgraziati del genere non sono ammessi o vengono caccaiti a furor di soci”. Puccini respirò a pieni polmoni quest’aria di scapigliatura e nella sua testa si accese la  storia di Rodolfo e Mimì.  E con i librettisti  Giacosa ed Illica fu incontentabile. ELISA PRATO

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