Mentre l’elettorato britannico riscopre il fascino dell’integrazione comunitaria come unico argine alla propria recessione e all’isolamento internazionale, nel resto del continente europeo si assiste a una dinamica speculare e contraria
“Il nostro è stato un tragico, indiscutibile errore”. Questa amara ammissione, espressa da un anonimo ma emblematico ex sostenitore del “Leave” nei forum di discussione aperti ieri dall’istituto YouGov, riassume il profondo ripensamento collettivo che attraversa il Regno Unito. Proprio ieri, a esatti dieci anni dal fatidico referendum del 23 giugno 2016, lo specchio dei sondaggi ha restituito l’immagine di una nazione capovolta: il 57% dei cittadini britannici dichiara apertamente che voltare le spalle a Bruxelles è stato un fallimento storico, a fronte di un misero 30% che difende ancora quella scelta.
Questo travolgente “sentiment” di nostalgia per l’Europa non è più soltanto un dibattito accademico o un rimpianto economico legato al carovita, ma si è trasformato in un detonatore politico spietato. È stata proprio questa strisciante e inarrestabile “voglia d’Europa” a logorare i fragili equilibri della politica interna, agendo come una forza gravitazionale che ha finito per travolgere lo stesso governo laburista, fino a provocare le clamorose dimissioni del primo ministro Keir Starmer annunciate l’altro ieri davanti al numero 10 di Downing Street.
BREXIT, UNA CHIAVE DI LETTURA DEL PARADOSSO GEOPOLITICO
Il paradosso geopolitico che si consuma in queste ore offre tuttavia una chiave di lettura ben più complessa e originale del semplice pentimento d’Oltremanica. Mentre l’elettorato britannico riscopre il fascino dell’integrazione comunitaria come unico argine alla propria recessione e all’isolamento internazionale, nel resto del continente europeo si assiste a una dinamica speculare e contraria. In diverse cancellerie e tra i movimenti populisti di vari Stati membri della terraferma, la retorica dell’euroscetticismo e l’aspirazione a riconquistare presunte sovranità nazionali continuano a persistere con forza, alimentate dalle medesime illusioni che dieci anni fa sedussero i sudditi di Sua Maestà. Una asincronia storica formidabile: la Gran Bretagna cerca disperatamente una via di ritorno verso una casa che gli altri inquilini, stanchi delle regole condominiali, minacciano periodicamente di abbandonare.
BREXIT, IL NAUFRAGIO DI DOWNING STREET E LA FINE DEL TABÙ
Le dimissioni di Starmer, rassegnate l’altro ieri mattina dopo mesi di crescenti e insostenibili pressioni interne, segnano il collasso della strategia del compromesso geometrico. Il leader laburista aveva guidato il partito a una schiacciante vittoria elettorale nel 2024 promettendo stabilità, ma si era imposto un rigido e invalicabile tabù politico: curare le ferite economiche del Paese senza mai rimettere in discussione il dogma della Brexit, per non riaprire la sanguinosa frattura culturale del 2016. Una scommessa che si è rivelata impossibile da vincere di fronte a un’economia asfittica e al disastro dei servizi pubblici, che i cittadini collegano direttamente alla fine del mercato unico e della libera circolazione.
“Keir Starmer ha preso la decisione più onorevole e corretta”, ha commentato a caldo l’altro ieri Sharon Graham, segretario generale del potente sindacato Unite, evidenziando come il paese reale sia ormai “letteralmente in ginocchio”. L’ormai ex premier, che rimarrà in carica per il disbrigo degli affari correnti fino a settembre in attesa che il Labour scelga il suo successore (con l’ex sindaco di Manchester Andy Burnham nel ruolo di grande favorito), è caduto sotto il peso di un’opinione pubblica che correva molto più veloce delle sue prudenze parlamentari.
I dati pubblicati ieri da YouGov certificano che il muro del silenzio è crollato: sei britannici su dieci giudicano l’uscita dall’Unione un fallimento totale, e ben il 55% della popolazione si dice pronto a votare subito per il “Rejoin”, ovvero per rientrare a pieno titolo nell’alveo comunitario. Perfino tra chi dieci anni fa scelse il “Leave”, un consistente 23% ha ammesso ieri il fallimento, schiacciato dall’evidenza di una burocrazia doganale asfissiante e da una crisi migratoria che lo sganciamento da Bruxelles non ha fatto altro che peggiorare.
BREXIT, L’ASINCRONIA GEOPOLITICA: LA MAPPA DEL DISSENSO CONTINENTALE
Leggendo tra le righe di questo clamoroso pentimento collettivo, emerge il vero cortocircuito strategico che attraversa il Vecchio Continente. Per un decennio, i teorici dell’integrazione europea hanno guardato alla Brexit come a un formidabile vaccino contro la frammentazione dell’Unione; l’esempio plastico di un suicidio assistito che avrebbe dovuto scoraggiare chiunque altro dal tentare la medesima strada. Eppure, le pulsioni centrifughe che covano “sulla terraferma” dimostrano che quel vaccino sta perdendo efficacia a causa delle pesanti frizioni della quotidianità economica.
Se si analizzano le rilevazioni demoscopiche ufficiali paneuropee focalizzate nell’Eurobarometro, emerge come lo scetticismo si sia strutturato in zoccoli duri e radicati propriamente laddove si concentra il pessimismo sull’andamento macroeconomico, che ormai colpisce il 48% della popolazione europea. In paesi centrali per il progetto comunitario come la Francia, la percentuale di cittadini che dichiara di non tendere a fidarsi dell’Unione Europea o che ne ha un’immagine stabilmente negativa tocca livelli critici, attestandosi intorno al 35%. Una sfiducia che si riflette specularmente anche nei Paesi Bassi e in Germania, dove le forze politiche euroscettiche capitalizzano il malcontento contro i regolamenti industriali e le politiche ambientali imposte da Bruxelles.
LA BREXIT E IL CONFRONTO CON L’ITALIA
In Italia, la fiducia sistemica nell’istituzione comunitaria si attesta al 49%, e il Paese si scopre spaccato perfettamente a metà — con un 50% di cittadini preoccupati e un 50% ottimisti — quando si valuta il futuro dell’Unione Europea, lasciando una porzione imponente del paese in una postura di strutturale diffidenza verso le riforme strutturali dell’asse comunitario. La fascinazione per l’interventismo statale e per i dazi protettivi non si è affatto spenta. Al contrario, viene alimentata nei parlamenti del continente dalle medesime parole d’ordine che fecero la fortuna di Boris Johnson e Nigel Farage nel 2016: il controllo delle frontiere, la ribellione ai regolamenti di Bruxelles e la difesa della sovranità giuridica nazionale.
Chi ieri ha invocato queste scorciatoie ignora deliberatamente i dati strutturali che arrivano da Londra, dove l’isolamento economico ha ridotto gli investimenti privati e costretto il governo a varare dolorose riforme fiscali. La Gran Bretagna offre l’immagine speculare di ciò che attende qualsiasi Stato decida di avventurarsi fuori dal mercato comune. La “voglia d’Europa” dei britannici non nasce da un ideale innamoramento per il federalismo, ma da un brutale e pragmatico bagno di realtà: la consapevolezza che in un mondo dominato da colossi continentali come Stati Uniti, Cina e India, una media potenza insulare non è semplicemente in grado di negoziare la propria sopravvivenza da sola.
LA BREXIT E LE NUOVE CATEGORIE DI UN’EUROPA ROVESCIATA
Le analisi sociologiche più recenti, come quelle pubblicate dall’European Council on Foreign Relations (ECFR), rivelano che le vecchie linee di faglia tra “Leavers” e “Remainers” sono state definitivamente superate dalla storia. Gli elettori d’Oltremanica si dividono da ieri in categorie del tutto nuove: gli “Ottimisti”, che vedono il proprio destino indissolubilmente legato a quello dei vicini europei anche sul fronte della difesa comune, e i “Realisti”, che pur mantenendo riserve identitarie si dicono pronti a qualsiasi compromesso pur di riagganciare il treno dello sviluppo continentale.
Questa transizione interna offre una lezione fondamentale per le forze politiche che, nel resto d’Europa, continuano a coccolare l’idea di un progressivo svuotamento delle istituzioni comunitarie. La parabola del Regno Unito dimostra che la sovranità, nell’arena globale del ventunesimo secolo, non si recupera alzando barriere tariffarie, ma si esercita partecipando ai processi decisionali delle grandi aree regionali.
Mentre il Partito Laburista si appresta a varare una transizione d’emergenza per gestire il dopo-Starmer e per ridisegnare, seppur a piccoli passi, un trattato di associazione più stringente con Bruxelles, il resto dell’Unione Europea farebbe bene a guardare a Londra non con lo snobismo di chi ha vinto una scommessa storica, ma con la preoccupazione di chi vede riflesso il proprio potenziale futuro. Il rischio concreto è che la dura lezione della Brexit, finalmente compresa e metabolizzata dai cittadini che l’hanno subita sulla propria pelle, rimanga un ammonimento del tutto inascoltato da chi, sulla sponda opposta della Manica, continua a giocare con il fuoco del nazionalismo economico.
Correlati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Emilio Pistone
Source link



