Quarantacinque gradi in Spagna, due scosse devastanti in Venezuela, un 8.8 in Kamchatka meno di un anno fa. Greta Thunberg lo ripete dal 2018 con la stessa frase: sappiamo cosa fare, non lo facciamo
Il caldo di questi giorni non è normale. I numeri confermano quello che il corpo sente: il riscaldamento climatico in Europa sta procedendo a una velocità doppia rispetto alla media globale, rendendo le ondate di calore sempre più frequenti, prolungate e intense. Il Venezuela sotto le macerie, le Filippine colpite a giugno da un 7.8, stamattina nuova scossa, questa volta in Giappone, la Tour Eiffel chiusa per il caldo. Come non ripensare a Greta Thunberg, quella ragazzina con le trecce che nel 2018 si sedeva da sola davanti al Parlamento svedese con un cartello scritto a mano? Aveva quindici anni. Adesso ne ha ventitre, minacciata di morte, in fuga dalla Svezia, e il pianeta sta peggio di quando ha iniziato. Qualcuno dovrebbe spiegarle che il problema non era lei.
Il catalogo dei disastri: dall’8.8 in Kamchatka al Venezuela
Prima di parlare di colpe e soluzioni, conviene fare i conti con i fatti di questi mesi.
Il 30 luglio 2025 la Kamchatka russa è stata colpita da un terremoto di magnitudo 8.8, il più forte evento sismico registrato nel mondo negli ultimi dieci anni, avvenuto a 130 chilometri da Petropavlovsk-Kamchatskiy. L’8 giugno 2026 il Mare di Celebes, nelle Filippine, ha registrato un 7.8. E mercoledì 24 giugno 2026, mentre l’Europa boccheggiava sotto quarantacinque gradi, il Venezuela è stato colpito da due scosse in rapida successione che non hanno precedenti nella storia recente del paese. La prima di magnitudo 7.2, con epicentro a ovest di Morón, lungo la costa caraibica, a ventidue chilometri di profondità. Un minuto dopo, una seconda scossa di magnitudo 7.5, a dieci chilometri di profondità, sedici chilometri a sud-ovest della stessa zona. Il bilancio provvisorio parla di 188 morti, oltre 1.500 feriti e circa 40mila dispersi. A Caracas interi fronti di edifici sono crollati lasciando i mobili esposti alla strada, come una casa di bambole aperta a metà. Stamattina una nuova scossa, stavolta in Giappone.
I terremoti non sono causati dall’uomo, lo sappiamo bene. La tettonica a placche è indifferente alle emissioni di CO2. Ma i terremoti uccidono di più dove le infrastrutture sono fragili, dove le norme antisismiche non esistono o non vengono applicate, dove la povertà strutturale non permette di costruire in sicurezza. E la povertà strutturale è, spesso, aggravata o prodotta dalle stesse dinamiche economiche che guidano l’emissione di gas serra. Il nesso non è diretto, ma nla radice non cambia.
L’emergenza caldo: dati, morti e una Tour Eiffel chiusa
I terremoti sono la parte più evidente del catalogo dei disastri. Ma il caldo di questa settimana è più sottile, più pervasivo, e statisticamente più letale. Secondo l’OMS, il caldo degli ultimi quattro anni ha causato oltre 200mila decessi in Europa. Non è un numero astratto. È il doppio della popolazione di Ferrara.
Il 23 giugno 2026 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha alzato il livello di allerta per l’intera Regione europea, comprensiva di 53 paesi, definendo l’ondata di calore in corso una emergenza sanitaria con un alto tasso di mortalità, non paragonabile a una semplice estate calda. In Italia diciassette città sono in bollino rosso, tra cui Roma, Milano, Bologna, Torino, Firenze e Bari, con temperature che toccano i quarantuno gradi e un picco atteso per il weekend del 27 e 28 giugno. Un uomo di 61 anni è morto in provincia di Piacenza il 24 giugno mentre lavorava in una vigna sotto il sole. La Francia conta quaranta morti per annegamento in cinque giorni, giovani che si sono tuffati in acque non sorvegliate cercando refrigerio. La Spagna ha toccato i quarantacinque gradi. Il Regno Unito si è avvicinato al suo record assoluto. In Germania nell’ovest e nel sud-ovest si sta per battere il record di caldo per il mese di giugno. La Tour Eiffel ha chiuso alle sedici perché faceva troppo caldo per tenerla aperta.
Le proiezioni indicano che, se le temperature si manterranno sui livelli degli ultimi giorni fino alla fine del mese, il 2026 diventerà il secondo giugno più caldo degli ultimi settant’anni, subito dietro al record del 2003. Il 2003 è l’anno in cui il caldo uccise quindicimila persone in Francia in due settimane. Siamo nel 2026, e quella cifra non ci sorprende quasi più.
Quanta colpa ha l’uomo
I terremoti non li causiamo noi, ok. Ma le ondate di calore sempre più frequenti e intense, la siccità, gli incendi, le alluvioni fuori stagione, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello del mare: queste sì. Il consenso scientifico su questo punto è un fatto documentato con la stessa solidità con cui documentiamo che la terra gira intorno al sole. E che sia tonda, anche se qualcuno pare averlo dimenticato.
Nel 2018, davanti al Parlamento europeo di Strasburgo, Greta Thunberg aveva già sintetizzato il problema con una precisione spietata: più del 50 per cento di tutte le emissioni di CO2 nella storia dell’umanità sono avvenute dopo il 1990, e un terzo dopo il 2005. Il che significa che il grosso del danno è stato fatto non dai nostri bisnonni che accendevano le fornaci della rivoluzione industriale, ma da noi. Dall’era dei social, degli smartphone, dei voli low cost, dello streaming. Dall’era in cui sapevamo già quello che stava succedendo e continuavamo a farlo lo stesso.
La colpa non è distribuita in modo uguale. Cento grandi aziende sono responsabili del settantuno per cento delle emissioni globali di gas serra, secondo i dati del Carbon Disclosure Project. I paesi industrializzati hanno prodotto storicamente la maggior parte del CO2 accumulato nell’atmosfera, mentre i paesi più poveri, che hanno contribuito meno, subiscono le conseguenze peggiori: siccità, inondazioni, migrazioni forzate. Eppure ogni anno le COP si chiudono con impegni non vincolanti e scadenze che slittano. Il caldo eccezionale mette sotto pressione i sistemi sanitari, aumenta il rischio di incendi e crea difficoltà per l’agricoltura, l’approvvigionamento idrico e la produzione energetica. Sono esattamente le stesse difficoltà che gli scienziati prevedevano trent’anni fa. La differenza è che allora erano previsioni. Oggi sono cronaca.
Greta, otto anni dopo: aveva ragione, ma nessuno la ascolta più
Nel settembre 2019, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Greta Thunberg aveva pronunciato il discorso che è rimasto nella storia: come osate? Era arrivata a New York in barca a vela per non prendere l’aereo, aveva sedici anni, e tremava di rabbia. Il mondo l’aveva guardata commosso, aveva applaudito, aveva firmato dichiarazioni. Poi aveva fatto come prima.
Otto anni dopo l’inizio del suo sciopero solitario davanti al Riksdag, Greta Thunberg ha dichiarato di non sentirsi più al sicuro in Svezia, dove ha ricevuto un accumulo di minacce e odio, e sta seguendo a distanza una formazione per lavorare nell’assistenza sanitaria, immaginando per il futuro una vita senza base fissa. Il suo messaggio climatico si è nel frattempo intrecciato con la causa palestinese, la decolonizzazione, i diritti dei popoli indigeni, e questo ha diviso il movimento. L’effetto Greta, che nel 2019 portava milioni di studenti in piazza, oggi si è attenuato. Non perché il problema climatico sia meno urgente, ma perché la sua figura non rappresenta più un punto di riferimento inclusivo per tutti.
La parabola di Thunberg racconta qualcosa di vero sull’attivismo climatico: quando il messaggio era semplice e universale, il mondo lo ha ascoltato abbastanza da commuoversi. Non abbastanza da agire. Quando il messaggio si è complicato, intrecciandosi con altre battaglie, il mondo ha smesso di ascoltare anche quello. Il risultato è lo stesso: le emissioni continuano, le temperature salgono, i ghiacciai si sciolgono.
Cosa possiamo fare
La tentazione, davanti a dati di questa portata, è la paralisi. Il problema sembra troppo grande per le mani di chiunque. Non lo è, o almeno non completamente, perché le soluzioni esistono e in molti casi sono già disponibili, economicamente competitive e tecnicamente mature.
La transizione dalle fonti fossili alle rinnovabili è la più urgente e la più ovvia. L’energia solare e quella eolica sono oggi, in molte aree del mondo, le forme di energia più economiche da produrre. Il problema non è la tecnologia, è la velocità della transizione e la resistenza dei settori economici che dipendono dai combustibili fossili. L’efficienza energetica degli edifici, il trasporto pubblico elettrico, la riduzione degli sprechi alimentari, la riforestazione su scala massiccia: ognuna di queste misure è documentata, misurabile, realizzabile. Richiedono investimenti, politiche e, soprattutto, la volontà politica di scontrarsi con le lobby che guadagnano dallo status quo.
A livello individuale, le scelte contano meno di quanto ci venga detto, e più di quanto siamo disposti ad ammettere. La narrativa della responsabilità individuale è stata in parte costruita dalle stesse industrie fossili per spostare l’attenzione dalla regolazione strutturale ai comportamenti personali. Eppure ridurre i voli, mangiare meno carne, scegliere trasporti pubblici, impegnarsi per un attivismo climatico reale: sono gesti che da soli non bastano, ma che aggregati producono pressione politica ed economica reale.
Il pianeta non aspetta i nostri tempi politici
Mercoledì scorso, mentre Caracas era sotto le macerie e Firenze toccava i quarantuno gradi, da qualche parte un politico stava rinviando una decisione sul clima a dopo le elezioni. È quello che succede da trent’anni, ed è quello che Greta Thunberg aveva capito a quindici anni seduta sul marciapiede davanti al Parlamento svedese: il sistema politico funziona su cicli elettorali di quattro o cinque anni, e il clima funziona su cicli di decenni e secoli. La finestra in cui le nostre scelte fanno ancora la differenza si sta chiudendo, ma non si è ancora chiusa.
Nel febbraio 2025, durante un intervento all’Università di Oslo, Thunberg aveva detto: come possiamo aspettarci che il mondo si preoccupi del clima se non si preoccupa delle persone? È una domanda retorica che contiene la sua risposta. Il pianeta e le persone non sono problemi separati. Il caldo che uccide i lavoratori nei campi, i terremoti che devastano le città povere costruite male perché non c’erano risorse per fare diversamente, le alluvioni che colpiscono sempre le stesse periferie: sono tutte facce dello stesso problema, che è insieme ambientale, economico e politico.
Greta Thunberg ha perso la sua centralità mediatica. Il problema che denunciava, nel frattempo, ha guadagnato quarantacinque gradi in Spagna, due scosse devastanti in Venezuela e una collezione di bollini rossi in Italia. Il conto è ancora aperto, e lo stiamo pagando tutti. Chi più, chi meno, chi ancora non lo sa.
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Claudio Dell’Arti
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