a Colonna il ricordo diventa memoria condivisa. Una serata nel segno dell’uomo che sapeva trovare sempre la parola giusta


Ci sono persone che continuano a esserci anche quando non siedono più in prima fila. Non prendono più la parola, non stringono mani, non dispensano consigli. Eppure restano presenti. Nelle scelte di chi le ha conosciute, nei racconti degli amici, nei sorrisi che riaffiorano all’improvviso.

È questa la sensazione che ieri sera ha accompagnato la IV edizione del Premio dedicato al Senatore Bruno Astorre, ospitata nella splendida cornice del Parco Tofanelli di Colonna.

Il Parco Tofanelli sembrava quasi custodire il silenzio prima dell’inizio. Poi, lentamente, quelle gradinate si sono riempite. Amici di sempre, amministratori, parlamentari, giornalisti, uomini di cultura, cittadini. Non c’era un semplice protocollo istituzionale da rispettare. C’era un’assenza da condividere.

A raccontarlo, ancora una volta, è stata soprattutto la platea. Sulle gradinate dell’arena sedevano decine di sindaci e amministratori dei Castelli Romani e dell’area metropolitana di Roma, arrivati come ogni anno per ricordare un collega, un amico, ma anche, per chi apparteneva a schieramenti diversi, un avversario politico leale, onesto e corretto, capace di confrontarsi senza mai perdere il rispetto dell’altro. Accanto a loro consiglieri regionali, parlamentari, rappresentanti delle istituzioni, giornalisti, uomini di cultura. E poi tanti semplici cittadini che hanno scelto di esserci senza clamore, con quella presenza discreta ma profondamente sentita che, forse più di ogni altra cosa, racconta quanto Bruno Astorre continui ancora oggi a vivere nel cuore della sua comunità.

Una serata che, ancora una volta, ha dimostrato come il Premio non sia soltanto un appuntamento istituzionale, ma il momento nel quale una comunità sceglie di fermarsi per ricordare un uomo che ha lasciato un segno profondo ben oltre il suo ruolo politico.

A fare da filo conduttore all’intera manifestazione è stata, con la consueta eleganza e il suo stile misurato, la giornalista Alessandra Battaglia, capace di accompagnare gli interventi dei tanti ospiti istituzionali lasciando che fossero i ricordi, più ancora delle parole, a raccontare chi fosse davvero Bruno Astorre.

Ed è stato proprio questo il filo rosso della serata. Non il senatore, non il dirigente politico. Ma Bruno. L’amico. L’uomo che tutti ricordano con la stessa immagine: una presenza discreta, sempre pronta a trovare la parola giusta, il consiglio sincero, la mediazione possibile, senza mai alzare la voce.

Sul palco salgono il sindaco di Colonna Fausto Giuliano, amico di una vita di Bruno Astorre, e Francesca Sbardella, sindaca di Frascati e moglie del senatore.

Sono due racconti che si completano.

Francesca restituisce il Bruno della quotidianità: «Leggeva anche due libri insieme. Non sono mai riuscita a capire come facesse.»

Un ricordo semplice che racconta la curiosità inesauribile di un uomo innamorato della conoscenza.

Fausto Giuliano, invece, riporta tutti proprio lì, al Parco Tofanelli: «Per noi ragazzi della Democrazia Cristiana era il “parco dei comunisti”.»

Sorride ricordando le grandi feste del Primo Maggio: «Loro regalavano le pagnotte con la salsiccia, noi i biscotti.»

Poi arriva l’aneddoto che sorprende perfino Francesca.

Bruno che dava una mano a tagliare l’erba del parco.

Lei sorride: «Questa davvero non la sapevo.»

Perché a casa, racconta, Bruno non prendeva mai in mano un rastrello. Ma quando c’era da stare insieme agli amici era sempre presente. Magari arrivando con decine di cornetti ancora caldi per la colazione. Perché era quello il momento che amava di più: stare insieme, condividere, sorridere. Con quella semplicità profondamente umana che tutti, ieri sera, hanno ricordato.

Il primo degli ospiti istituzionali è l’onorevole Angelo Rossi, che porta anche i saluti del Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.

«Non condividevamo la stessa parte politica, ma tra noi c’era una stima reciproca profonda.»

Il motivo è tutto in una frase: «Bruno aveva la capacità di comprendere sempre le ragioni dell’altro.»

Ricorda le tante telefonate, i confronti sinceri, le riflessioni sulle decisioni più importanti.

Poi sorprende tutti affrontando il tema della nuova legge elettorale: «Sulle preferenze aveva ragione Bruno.»

Perché Astorre ha sempre sostenuto che chi sceglie di fare politica debba metterci la faccia e che le preferenze siano il modo migliore per riportare la politica tra le persone.

Se Rossi racconta il Bruno capace di costruire ponti tra avversari politici, Nicola Zingaretti porta sul palco il Bruno dell’amicizia.

«Ancora oggi, quando devo prendere una decisione difficile, mi domando spesso cosa avrebbe fatto Bruno al mio posto.»

Poi si ferma un istante: «Lo faccio spesso. E in quei momenti Bruno è ancora lì con me.»

Parole semplici che raccontano meglio di qualsiasi commemorazione quanto possa continuare a vivere una persona nel cuore di chi l’ha conosciuta.

Il vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio Giuseppe Cangemi parte invece da una premessa: «La prima cosa che voglio dire è questa: non siamo venuti qui per un applauso.»

Siamo qui, spiega, per ricordare l’uomo della sintesi.

«Anche quando eravamo su posizioni diverse, Bruno era il punto di riferimento per trovare una soluzione, una sintesi, la quadra dei problemi del territorio.»

Era questa, ricorda Cangemi, la sua forza: mettere il dialogo davanti alle appartenenze.

A raccogliere idealmente quel testimone è Daniele Leodori, che sceglie di parlare soprattutto dell’amico.

Non nasconde l’emozione: «Bruno mi manca davvero tanto.»

Non è una frase di circostanza. È il sentimento di chi con Bruno Astorre ha condiviso una lunga parte del proprio cammino umano e politico. Nei suoi ricordi riaffiorano i tanti momenti vissuti insieme, le telefonate, i confronti, ma soprattutto quella spontaneità che apparteneva soltanto a Bruno. Una presenza costante, mai invadente. Un’attenzione autentica verso le persone, fatta di piccoli gesti e di una vicinanza concreta che non aveva bisogno di essere esibita.

Un tratto che, osserva Leodori, oggi manca profondamente. Così come manca quella capacità di farti sentire ascoltato, compreso, importante, anche nel pieno delle responsabilità istituzionali.

La stessa riflessione viene raccolta poco dopo da Pierluigi Sanna, vicesindaco della Città Metropolitana di Roma Capitale.

Confessa di aver avuto un dubbio prima di arrivare: «Non volevo mettere la fascia.»

Poi il pensiero è andato subito a Bruno.

«Ogni volta che mi vedeva con la fascia mi diceva sempre: “Quanto è bella”; e allora quella fascia è diventata il modo più naturale per sentirlo ancora accanto.

Da quel ricordo personale nasce una riflessione sulla politica di oggi. Una politica che troppo spesso sembra aver smarrito il senso del servizio e continua a inseguire ciò che ha perduto, richiamando l’immaginario dell’Orlando Furioso, dove la ricerca diventa metafora dello smarrimento. Ed è proprio in questo tempo che manca una figura come Bruno Astorre, capace di ascoltare, unire e ricondurre tutti all’essenziale.

Poi il tono cambia e la politica lascia spazio alla poesia.

Sanna declama a memoria l’incipit di Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale… di Eugenio Montale.

Nell’arena del Parco Tofanelli cala il silenzio.

Quelle parole sembrano raccontare il sentimento di tutti i presenti. Perché ci sono persone che continuano ad accompagnare il nostro cammino anche quando non sono più fisicamente accanto a noi.

Per questo Bruno manca.

Poi arriva il momento delle premiazioni.

Il professor Luigi Miraglia, fondatore dell’Accademia Vivarium Novum, ricorda la discrezione del senatore: «Una presenza mai invadente.»

E soprattutto una qualità sempre più rara: «La sua era un’altissima dirittura morale.»

Il giornalista de Il MessaggeroLuigi Iovino, strappa un sorriso: «Noi nello stesso partito… ma mai dalla stessa parte.»

Una battuta che racconta anni di confronti sinceri.

Il poeta Aldo Onorati ricorda le tante conversazioni con Bruno, la sua sensibilità culturale e quella presenza discreta che rendeva ogni incontro speciale.

Infine arriva Roberto Di Sante, giornalista, scrittore e runner.

Guarda le gradinate gremite del Parco Tofanelli. Non vede soltanto persone.

Vede una comunità. Parla di una «condivisione di anime».

Persone diverse, con storie e idee differenti, unite però da un sentimento comune.

E poi pronuncia quella frase destinata a restare: «Questa sera tutti porteranno a casa il sorriso di Bruno.»

Quando la manifestazione si conclude e le luci del Parco Tofanelli iniziano lentamente a spegnersi, nessuno ha davvero fretta di andare via. Sulle gradinate si continua a parlare, a salutarsi, a ricordare un episodio, una telefonata, una battuta.

È il segno più evidente che questo Premio è ormai molto più di una cerimonia. È diventato un appuntamento della memoria collettiva.

Per qualche ora il Parco Tofanelli è tornato ad essere il luogo dove Bruno Astorre avrebbe voluto stare. Tra la gente. Senza cercare il centro della scena. Ascoltando più che parlando. Regalando una parola, un consiglio, un sorriso.

Forse aveva ragione Roberto Di Sante. Ieri sera, su quelle gradinate, non c’erano soltanto amministratori, parlamentari, giornalisti, uomini di cultura e amici. C’era una comunità intera che si è ritrovata intorno al ricordo di un uomo che aveva fatto della gentilezza una forma di leadership, dell’ascolto uno stile e della politica, semplicemente, un modo per voler bene alle persone.

Perché la politica può lasciare incarichi, ruoli, persino leggi. Gli uomini, quelli veri, lasciano qualcosa di molto più difficile da raccontare: continuano a vivere nei gesti degli altri.

E ieri sera, sulle gradinate del Parco Tofanelli, Bruno Astorre era ancora lì. Senza chiedere la parola. Ma presente, come sempre.

Massimiliano Baglioni


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