La riforma strutturale del cuneo fiscale e la rimodulazione delle aliquote Irpef consegnano nel 2025 un risparmio fiscale concreto e permanente a lavoratori dipendenti, pensionati e autonomi. Il taglio del gettito accertato di 7,2 miliardi non è un segnale di debolezza delle entrate: è la prova che le misure funzionano. I residui attivi dell’imposta scendono del 12,2% — primo calo del triennio. L’Ires cresce del 4,4% e la riscossione da accertamento accelera del 47%. Il presidente Longobardi: «I dati certificano che il sistema fiscale si sta riformando nella direzione giusta. Una riforma fiscale ben costruita può alleggerire il peso delle imposte senza indebolire l’amministrazione finanziaria»
La riforma dell’Irpef e del cuneo fiscale ha prodotto un alleggerimento stabile della pressione fiscale sul lavoro e rappresenta uno dei principali interventi di redistribuzione del reddito realizzati negli ultimi anni. Il minor gettito Irpef di 7,2 miliardi di euro rispetto al 2024 non è il segnale di un indebolimento delle entrate tributarie, ma l’effetto diretto e previsto delle misure introdotte con la legge di bilancio, che hanno reso strutturale il taglio del cuneo fiscale e la riduzione delle aliquote. La nuova struttura dell’Irpef con tre aliquote rende definitiva la riduzione della seconda aliquota dal 25% al 23% per i redditi fino a 28.000 euro, misura che interessa circa 13,6 milioni di contribuenti. Sale, inoltre, da 1.880 a 1.955 euro la detrazione per i redditi da lavoro dipendente e la no tax area viene innalzata a 8.500 euro, allineandosi a quella dei pensionati.
È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale nel 2025 l’Irpef accertata si è attestata a 242,2 miliardi di euro, in calo del 2,9% rispetto ai 249,4 miliardi del 2024, ma resta comunque superiore di oltre 7 miliardi ai livelli del 2023.
Parallelamente, migliorano tutti gli indicatori di efficienza della gestione tributaria: i residui attivi dell’Irpef scendono da 34,2 a 30 miliardi (-12,2%), segnando la prima inversione di tendenza del triennio, mentre il rapporto tra versamenti e accertamenti sale dal 90,3% al 91,3%.
Anche le somme ancora da riscuotere e da versare risultano in sensibile diminuzione, a conferma del rafforzamento dell’attività amministrativa e della capacità di recupero del gettito.
Il cuore della riforma varata dal governo di Giorgia Meloni è rappresentato dalla trasformazione degli sgravi contributivi in un meccanismo fiscale stabile e permanente. I lavoratori dipendenti con redditi fino a 20.000 euro ricevono un beneficio diretto in busta paga attraverso una somma esente da imposte, mentre per i redditi compresi tra 20.000 e 40.000 euro è prevista una detrazione aggiuntiva fino a 1.000 euro, E
merge, tra altro, una tenuta del sistema produttivo. Le ritenute sui lavoratori autonomi aumentano del 5,1%, unico comparto Irpef in crescita, mentre l’Ires registra un incremento del gettito del 4,4%, con accertamenti pari a 65,1 miliardi e riscossioni in aumento del 5,4%. Particolarmente significativo il rafforzamento dell’attività di controllo sulle società: gli accertamenti derivanti dalla compliance fiscale crescono del 47,6%, con un tasso di trasformazione in versamenti che raggiunge il 97,3%. Crescono inoltre del 15,6% i rimborsi delle imposte dirette, segnale di una maggiore rapidità dell’amministrazione nel restituire ai contribuenti le somme dovute, con effetti positivi sulla liquidità di famiglie e imprese.
«È possibile ridurre la pressione fiscale sul lavoro senza compromettere la solidità dei conti pubblici. Il calo di 7,2 miliardi del gettito Irpef non è una cattiva notizia: è il risultato di una scelta politica precisa che restituisce risorse a milioni di lavoratori e pensionati attraverso un sistema più semplice, stabile e trasparente. È la conferma che una riforma fiscale ben costruita può alleggerire il peso delle imposte senza indebolire l’amministrazione finanziaria. Accanto alla riduzione del prelievo, colpiscono gli indicatori di efficienza: diminuiscono in modo significativo i residui dell’Irpef, cresce la capacità di riscossione, aumentano i rimborsi ai contribuenti e si rafforza l’attività di controllo nei confronti delle imprese. Significa che il sistema fiscale non solo preleva meno sul lavoro, ma funziona anche meglio. È un equilibrio che va consolidato. Ora bisogna proseguire su questa strada, estendendo il percorso di riduzione della pressione fiscale anche alle piccole e medie imprese, rendendo strutturali gli incentivi agli investimenti e all’occupazione e continuando a semplificare gli adempimenti. Una fiscalità più equa, più efficiente e più orientata alla crescita è il presupposto indispensabile per rafforzare la competitività del Paese e sostenere lo sviluppo dell’economia italiana» commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato dati della Corte dei conti, Il gettito IRPEF accertato nel 2025 si è attestato a 242,2 miliardi, in flessione di 7,2 miliardi rispetto ai 249,4 miliardi del 2024 (-2,9%). Questo calo non è un deterioramento del gettito, ma è l’effetto diretto e atteso delle misure di alleggerimento fiscale approvate con la legge di bilancio 2025 (legge 207 del 2024). Per la prima volta in tre anni, il prelievo sulle famiglie dei lavoratori si riduce in modo strutturale e permanente: non per congiuntura, non per evasione, ma per scelta legislativa consapevole. L’imposta rimane la principale voce del gettito tributario dello Stato, con un’incidenza del 37% sul totale delle entrate tributarie. Anche nel 2025, con il calo, l’IRPEF resta ampiamente superiore al consuntivo del 2023 (234,9 miliardi): nel triennio il saldo rimane positivo di 7,3 miliardi. Non si tratta dunque di un cedimento strutturale, ma di un assestamento governato e voluto, che ridistribuisce risorse dal bilancio pubblico alle tasche dei lavoratori.
La nuova architettura del cuneo: benefici diretti per milioni di famiglie. Il cuore della riforma è la sostituzione degli sgravi contributivi — introdotti negli anni precedenti in forma sperimentale — con strumenti di natura fiscale più stabili, più trasparenti e più equi nella distribuzione dei benefici. Per i lavoratori dipendenti con reddito complessivo fino a 20.000 euro, la legge di bilancio 2025 ha introdotto una somma non imponibile erogata direttamente dal sostituto d’imposta, calcolata su base percentuale decrescente: 7,1% per i redditi fino a 8.500 euro, 5,3% per la fascia tra 8.500 e 15.000 euro, 4,8% tra 15.000 e 20.000 euro. Per i lavoratori con redditi compresi tra 20.000 e 40.000 euro è scattata invece un’ulteriore detrazione di importo pari a 1.000 euro per i redditi fino a 32.000 euro, decrescente fino ad azzerarsi a 40.000 euro. In entrambi i casi, il beneficio in busta paga è pienamente equivalente a quello garantito dallo sgravio contributivo del 2024: cambia il canale tecnico, non il vantaggio economico per il lavoratore. Il meccanismo è ora strutturale e non più soggetto a rinnovo annuale. Le famiglie e le imprese possono pianificare con certezza l’impatto sul reddito netto e sul costo del lavoro, superando l’incertezza che caratterizzava i precedenti interventi sperimentali.
Tre aliquote a regime: taglio strutturale per 13,6 milioni di contribuenti. Accanto alla riforma del cuneo, il 2025 segna la stabilizzazione definitiva della nuova struttura delle aliquote IRPEF. La legge di bilancio 2025 ha reso permanente la riduzione della seconda aliquota marginale — dal precedente 25% al 23% per la fascia di reddito compresa tra 15.001 e 28.000 euro — già sperimentata per il solo anno d’imposta 2024. Il risultato è una struttura a tre scaglioni: 23% fino a 28.000 euro, 35% da 28.001 a 50.000 euro, 43% oltre 50.000 euro. La misura ha interessato circa 13,6 milioni di contribuenti, collocati nella fascia di reddito più popolosa del sistema fiscale italiano. Per questa platea, la riduzione di 2 punti percentuali dell’aliquota marginale effettiva si traduce in un risparmio fiscale diretto e permanente — non un’una tantum, non un credito d’imposta da recuperare, ma un’aliquota più bassa che si applica strutturalmente a ogni dichiarazione futura. L’effetto depressivo sul gettito è strutturale e permanente: è esattamente quello che ci si aspetta da una riforma fiscale che funziona. Contestualmente, la detrazione per redditi da lavoro dipendente è stata elevata da 1.880 a 1.955 euro per i redditi fino a 15.000 euro, portando la cosiddetta no tax area a 8.500 euro, allineata a quella già prevista per i pensionati. Chi guadagna meno non paga nulla: un principio di progressività applicato con coerenza.
I residui IRPEF calano del 12,2%: prima inversione del triennio. Il dato più significativo e meno commentato del consuntivo 2025 è l’andamento dei residui attivi dell’IRPEF. I residui finali al 31 dicembre 2025 si sono ridotti a 29.993 milioni, con una contrazione di 4.170 milioni rispetto ai 34.163 milioni del 2024: -12,2%, prima flessione registrata nell’intero triennio 2023-2025. Il dato segnala un miglioramento concreto nell’efficienza della catena di riscossione e riversamento, non imputabile alla sola dinamica corrente dell’imposta. Le somme da riscuotere scendono da 14.872 a 12.766 milioni (-14,2%) e le somme da versare si riducono da 19.291 a 17.227 milioni (-10,7%). Questi miglioramenti sono legati a fattori di miglioramento dell’azione amministrativa e confermano che l’Agenzia delle Entrate ha rafforzato la propria capacità operativa nella fase di smaltimento dei crediti pregressi. In parallelo, il rapporto tra versamenti in competenza e accertato è migliorato dal 90,3 al 91,3 per cento a livello aggregato.
Gli autonomi crescono del 5,1%: il lavoro indipendente si consolida. Nell’ambito di una dinamica complessiva in flessione, un segnale di vitalità del tessuto produttivo emerge dalle ritenute sui lavoratori autonomi, unica componente in crescita dell’IRPEF nel 2025. Gli accertamenti sulle ritenute degli autonomi sono saliti da 14.265 a 14.992 milioni, con un incremento del 5,1%. Il dato si riflette uniformemente su tutte le fasi di gestione: il riscosso cresce del 5,0% e i versamenti del 5,1%, segnalando una base imponibile in espansione e un elevato tasso di adempimento spontaneo. La crescita degli autonomi è un indicatore indiretto della tenuta del lavoro indipendente, delle professioni e del piccolo imprenditore. Che la componente autonoma cresca a un ritmo del 5% mentre il complesso dell’imposta scende del 2,9% segnala una composizione del reddito nazionale più favorevole all’imprenditoria individuale.
L’accertamento da controllo accelera: +47% sul riscosso IRES. La componente dell’IRPEF derivante da accertamento e controllo — l’attività di promozione della compliance fiscale, con invio di comunicazioni e interventi diretti — ha fatto registrare nel 2025 un incremento del 7,1% sul riscosso totale (da 3.000 a 3.194 milioni). La sua incidenza sul totale del gettito è salita dall’1,1 all’1,2% sul riscosso e dall’1,2 all’1,3% sui versamenti. Il dato è ancora più pronunciato sull’IRES: gli accertamenti da controllo sulle società sono passati da 1.443 a 2.130 milioni (+47,6%), con il tasso di trasformazione in versamenti salito dal 94,5 al 97,3%. L’incidenza dell’attività di controllo sul totale degli accertamenti IRES è cresciuta dal 2,3 al 3,3%, segnalando un’intensificazione selettiva e produttiva dell’azione di verifica sul reddito societario. Non più quantità di accertamenti, ma qualità: e la qualità si misura nel denaro effettivamente recuperato.
IRES +4,4%: le imprese tengono, la premiale attende il 2026. L’imposta sulle società registra nel 2025 un gettito accertato di 65,1 miliardi, con un incremento di 2,8 miliardi rispetto al 2024 (+4,4%). In termini di cassa, le riscossioni raggiungono 66,4 miliardi (+5,4%) e i versamenti 63,4 miliardi (+6,7%). I residui IRES al 31 dicembre 2025 scendono a 9.133 milioni (-7,2% sul 2024), con le somme da versare in riduzione del 15,9%: un indice di efficienza crescente nella catena di incasso e riversamento. La crescita riflette la solidità dei risultati societari del 2024 — anno fiscale di riferimento per le dichiarazioni del 2025 — e la tenuta dei settori finanziario e dei servizi. Il quadro delle imprese italiane, alla prova dei bilanci, tiene. Il dato non include ancora gli effetti della cosiddetta IRES premiale, la riduzione dell’aliquota ordinaria dal 24 al 20% per le imprese che investono in beni strumentali tecnologicamente avanzati e assumono a tempo indeterminato: questa misura si applica all’anno d’imposta 2025, ma i versamenti confluiranno in tesoreria nel 2026 con la presentazione delle dichiarazioni. Secondo le stime della relazione tecnica allegata alla legge di bilancio 2025, il beneficio complessivo per le imprese è stimato in 1.795 milioni, di cui 466 milioni per la riduzione d’aliquota e 1.329 milioni per la detassazione della nuova occupazione. Una misura di portata rilevante che darà i suoi frutti nel prossimo rendiconto.
I rimborsi crescono del 15,6%: lo Stato restituisce più velocemente. Un ulteriore elemento di segno positivo riguarda l’andamento dei rimborsi sulle imposte sul reddito, cresciuti del 15,6% rispetto al 2024, raggiungendo 5,3 miliardi (+711 milioni). I rimborsi complessivi erogati dall’amministrazione nel 2025 ammontano a 26,1 miliardi, con la componente IVA cresciuta del 7% e quella sulle imposte dirette del 15,6%. L’accelerazione dei rimborsi — in particolare verso le imprese — è un segnale concreto di efficienza amministrativa: restituire più velocemente ciò che è dovuto significa migliorare la liquidità delle imprese e la fiducia nel sistema fiscale.
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Ufficio Stampa Unimpresa
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