C’è una domanda che si aggira da anni nei corridoi di Confartigianato, nei laboratori universitari di Ca’ Foscari, nei capannoni dell’Emilia e nelle botteghe fiorentine: il talento italiano, quella miscela inimitabile di creatività, cura artigiana, gusto del dettaglio e vocazione alla bellezza, è trasferibile nel digitale? O è per sua natura legato alle mani, ai torni, ai telai, alla materia? La risposta non è scontata. E il tempo stringe.
Un primato in bilico
Partiamo dai numeri, perché dicono cose importanti. Il Ministero degli Esteri conferma che a fine 2025 l’Italia ha superato il Giappone diventando la quarta potenza mondiale per esportazioni. Un risultato straordinario, maturato in un periodo di turbolenze globali, che testimonia la vitalità del modello manifatturiero italiano. Un sistema produttivo piccolo nelle dimensioni d’impresa, grande nel peso internazionale. Ma non mancano i competitor che cercano di erodere questo primato. E lo strumento di erosione più potente non sono i dazi, pure pesanti. Il vero avversario della straordinaria manualità italiana è la tecnologia digitale, che per la prima volta nella storia promette di replicare, almeno in parte, ciò che sembrava non duplicabile. Il sapere incorporato nelle mani di un artigiano, la logica nascosta in una cucitura a mano, la geometria istintiva di un designer italiano.
Il paradosso del genio incorporato
Le eccellenze del Made in Italy, la pelletteria, la meccanica di precisione, il mobile, la moda, l’agroalimentare, non sono mai state il risultato dell’investimento di grandi capitali o di economie di scala, ma di un sapere diffuso, territoriale, trasmesso per affiancamento e per tradizione più che per manuale d’uso. Questo sapere è stato a lungo la miglior difesa contro la concorrenza dei paesi a basso costo. Non puoi delocalizzare ciò che non riesci a decodificare. Ma il digitale cambia le regole. I digital twin, gemelli digitali dei prodotti fisici, consentono oggi di pianificare, ottimizzare e tracciare l’intero processo industriale, inclusa la storia creativa di un capo d’abbigliamento. La tradizione orale della bottega sta diventando, lentamente ma inesorabilmente, un algoritmo possibilmente traducibile da una macchina. La domanda reale non è se questo processo è in corso, ma chi lo guida.
La frontiera phygital: quando il lusso abbraccia gli algoritmi
Nel segmento del lusso, che è il cuore pulsante del made in Italy più riconoscibile nel mondo, la trasformazione è già in atto e i grandi gruppi internazionali stanno correndo. LVMH ha lanciato una propria “Maison des Startups” in cui startup come Omi creano gemelli digitali fotorealistici dei prodotti. Guerlain ha usato questa tecnologia per la campagna del profumo Shalimar, riducendo i tempi di produzione del 30% e l’impronta carbonica del 20%. Entro il 2027 i marchi luxury che integrano tecnologie AI nelle operazioni sono proiettati a vedere incrementi di fatturato fino al 30%. Il mercato italiano dell’Intelligenza Artificiale, nel suo complesso, vale circa 1,8 miliardi di euro (Osservatorio AI del Politecnico di Milano, 2025): una frazione minima se confrontato con il fatturato del settore del lusso italiano, stimato vicino ai 20 miliardi di dollari di ricavi nel 2025. È proprio in questo squilibrio di scala che si misura il ritardo italiano nell’integrare l’AI nelle filiere produttive di pregio.
Dove il 4.0 italiano funziona
Eppure esistono segnali incoraggianti che il sistema produttivo italiano stia trovando una sua via, aderente alla propria identità. Il settore del mobile italiano, che al 2025 valeva oltre 26 miliardi di euro, presenta la quota più elevata di imprese che gestiscono progetti di innovazione mediante il design: il 32,4% delle imprese con almeno tre addetti, quota quasi doppia rispetto alla media manifatturiera del 17%. Significa che il design è diventato un processo gestibile, misurabile, integrabile con strumenti digitali senza perdere la sua anima progettuale. Le PMI che investono contemporaneamente in sostenibilità e digitale, la cosiddetta “Twin Transition”, mostrano una propensione all’export superiore di 20 punti percentuali rispetto a quelle che non lo fanno. Sul fronte della formazione, il libro-manifesto Artigiani del digitale nell’era della manifattura 4.0 di Andrea Granelli e Cesare Fumagalli ha avuto il merito di rimettere al centro del pensiero economico la figura dell’artigiano. E lo ha fatto individuando i programmatori software e i content designer tra i “nuovi artigiani del XXI secolo”. Quindi non solo i designer del lusso, gli chef e i restauratori, ma anche figure ibride che non separano il fare dal pensare, la materia dal codice.
Se il modello c’è, il problema è la diffusione
E qui lo scenario è più complicato. Il settore moda italiano, del resto, è in larghissima parte un tessuto artigiano: le imprese artigiane sono 41 mila, oltre la metà (50,8%) del totale del comparto, e impiegano un terzo della sua forza lavoro. È in questa matrice produttiva, fatta di piccole botteghe più che di grandi gruppi industriali, che si concentra tanto l’inventiva quanto la cautela verso il digitale. Solo il 15% delle imprese artigiane della moda ha finora adottato strumenti di digitalizzazione. Una resistenza comprensibile, prima ancora che culturale. Per chi ha costruito il proprio vantaggio competitivo su una competenza manuale affinata in decenni, la tecnologia appare spesso come una minaccia identitaria prima ancora che economica. Il tema delle competenze è urgente. Investire nella preparazione di profili adeguati per il sistema manifatturiero italiano richiede trasformazioni. Nelle scuole di formazione tecnica, nei licei, nel sostegno alla formazione continua in impresa: un cantiere che si apre da anni e fatica a chiudersi. La risposta sistemica, reti d’impresa, consorzi tecnologici, Digital Innovation Hub finanziati con i fondi del PNRR, esiste sulla carta più che nella pratica.
La sfida della replicabilità
C’è infine la domanda più sottile, e forse più importante: il genio italiano è replicabile digitalmente da altri? Se le tecniche di produzione del cuoio fiorentino, i segreti della seta comacina, le geometrie di un abito sartoriale napoletano diventano dati, dataset, file di addestramento per modelli AI, chi possiede quei dati possiede anche il vantaggio competitivo? Entro il 2026, secondo McKinsey, oltre il 48% dei marchi globali della moda ha integrato modelli di machine learning per la previsione delle tendenze, la pianificazione delle collezioni e la generazione di campioni digitali 3D. La tecnologia si democratizza rapidamente. Ma la reputazione no. È qui che il Made in Italy può trovare la sua difesa più robusta. Non nell’oscurità del sapere tacito, che il digitale sta progressivamente illuminando, ma nella capacità di trasformare la propria storia in una piattaforma. Non solo produrre oggetti belli, ma diventare il riferimento mondiale del metodo con cui si progetta e si produce il bello. Il rinascimento manifatturiero italiano, se arriverà, non sarà la difesa del passato contro il futuro. Sarà la capacità di usare il futuro per raccontare il passato in modo che il mondo voglia comprarlo ancora.
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