Basta accendere la televisione, scorrere i social o assistere a uno spettacolo per accorgersi di una cosa: non si è mai scherzato così tanto e, allo stesso tempo, non si è mai fatto così poca satira. Si ride continuamente, ma di che cosa? Delle relazioni sentimentali, dei tic quotidiani, delle differenze tra uomini e donne, tra chi vive al Nord e chi è del Sud. Si ride di tutto, purché non si rida davvero del potere. O meglio: è sopravvissuta la caricatura, lo sfottò, il meme. Ma la satira nel suo significato più profondo sembra essere scomparsa.
Dove sono finite le caricature dei burocrati che parlano per ore senza dire nulla, dei leader occidentali che parlano di pace mentre aumentano le spese militari, dei guru dell’economia che da trent’anni promettono prosperità e producono precarietà? Dov’è la satira che mette alla berlina il culto dell’esperto infallibile? O i giganti della Silicon Valley che predicano inclusione e democrazia mentre accumulano una quantità di dati e di potere che nessun sovrano del passato avrebbe mai potuto sognare? E ancora: dove sono gli autori capaci di prendere in giro il nuovo linguaggio del bellicismo elegante, quello che trasforma l’aumento delle spese militari in «difesa dei valori» e le armi in «strumenti di pace»?
Non appena il bersaglio diventa il potere vero, la grande politica europea, le lobby economiche, la retorica della guerra, il conformismo mediatico, improvvisamente la voglia di fare satira si raffredda. Abbiamo una classe dirigente che comunica attraverso slogan, guerre raccontate come operazioni chirurgiche, crisi economiche ribattezzate opportunità, e se la satira fosse ancora viva, avrebbe davanti a sé un banchetto sterminato. E invece troppo spesso preferisce rifugiarsi nelle disavventure sentimentali e nelle nevrosi individuali. Tutto legittimo, per carità. Ma allora sorge spontanea la domanda: perché oggi quasi nessun artista vuole più fare satira? Che cos’è successo a uno dei linguaggi più antichi della democrazia?
Per capire la posta in gioco bisogna innanzitutto liberarsi di un equivoco. Oggi tendiamo a confondere la satira con la comicità o con l’insulto. Ma la satira non nasce per far ridere, anche se spesso provoca il riso. E non consiste nemmeno nell’essere politicamente scorretti. La sua funzione è molto più antica e molto più importante. Le prime grandi opere satiriche nascono nella Grecia Antica. Le commedie di Aristofane non erano semplici spettacoli. Erano interventi politici a tutti gli effetti. Ne I Cavalieri demoliva la figura di Cleone, uno degli uomini più potenti di Atene; nella Lisistrata ridicolizzava la guerra mostrando le donne che, stanche dell’eterna follia degli uomini, decidevano di scioperare e non fare più l’amore pur di costringerli a deporre le armi. Ogni epoca, in effetti, continuò a produrre i propri autori satirici. Nel Medioevo vi era ad esempio la figura del buffone di corte. A prima vista potrebbe sembrare soltanto un intrattenitore. In realtà il buffone svolgeva una funzione delicatissima. Era spesso l’unico autorizzato a dire al re ciò che nessun ministro, consigliere o generale avrebbe mai osato pronunciare. Poteva prendere in giro il sovrano, ridicolizzarne i difetti, metterne in luce le contraddizioni. Il riso diventava così uno spazio di libertà all’interno di una società rigidamente gerarchica.
Chi tra voi non ricorda il celebre libro di Aristotele sul riso che muove la trama del Nome della Rosa di Umberto Eco? Per impedire che questo libro venga ritrovato, si mente, si uccide, si commettono una serie di raccapriccianti omicidi uno dietro l’altro. Perché tanto zelo, perché tanta ferocia? Perché la risata non è soltanto terapeutica, la risata è sovversiva: fa crollare i sistemi, abbatte gli idoli, se ne frega dei dogmi e delle istituzioni. Chi ride non s’inchina a nulla, non teme nessuno. Quando Montaigne scrive che per quanto sia alto il trono su cui siede un re, si siede sempre sul proprio culo, vi sta dicendo che nessun uomo, per quanto alto sia il suo grado, deve essere preso troppo sul serio.
«Una vera letteratura» scriveva Evgenij Zamjatin, il precursore russo di Orwell, «ci può essere soltanto laddove la fanno non dei funzionari diligenti e benpensanti, ma dei folli, degli asceti, dei ribelli, degli scettici. E se lo scrittore deve essere assennato, se deve essere cattolicamente ortodosso, se deve essere utile, se non può fustigare tutti se non può sorridere di tutto, allora non è letteratura ma intrattenimento che oggi si legge e domani servirà per avvolgere il sapone del bucato».
La satira cioè nasce per compiere un’operazione precisa: spogliare il potere della sua aura di sacralità. Ogni forma di potere, religioso, politico, economico o culturale, ha infatti bisogno di apparire autorevole. Vive di simboli, di linguaggi solenni, di formule che ne rafforzano continuamente il prestigio. Governare non significa soltanto amministrare, significa anche convincere gli altri che quella determinata autorità meriti rispetto, obbedienza, perfino ammirazione. La satira interviene esattamente in questo punto. Non confuta il potere. Fa qualcosa d’infinitamente più pericoloso: lo ridicolizza. Perché il potere può sopportare le manifestazioni, gli articoli indignati, perfino le critiche. Ciò che non sopporta davvero è il ridicolo. Nel momento in cui diventa una caricatura, perde una parte della propria forza. Una volta che l’autorità viene spogliata della sua solennità e mostrata nella sua nudità, è molto difficile restituirle quell’aura di invincibilità che aveva prima.
Non è un caso che la storia della satira coincide quasi perfettamente con la storia del potere stesso. Ogni volta che è esistita un’autorità sufficientemente forte da pretendere obbedienza, è comparso qualcuno disposto a metterne in ridicolo le contraddizioni. È questo il motivo per cui la satira ha sempre rappresentato uno degli strumenti più efficaci di controllo democratico. La satira non è soltanto una forma d’arte. È anche, e forse prima ancora, una forma di giornalismo. Non nel senso tradizionale del termine. Il giornalismo racconta i fatti; la satira racconta il significato dei fatti. Il primo informa, la seconda interpreta. È per questo che la satira arriva prima. Non perché inventi notizie, ma perché coglie quei meccanismi di potere che le versioni ufficiali cercano disperatamente di rendere invisibili.
E forse è proprio qui che bisogna cercare la ragione della sua progressiva scomparsa. Perché se la satira svolge una funzione così preziosa, oggi è diventata tanto rara? Dove sono finiti quei comici che trasformavano il palco in una tribuna civile? Gli ultimi grandi interpreti italiani di questa tradizione, penso a Paolo Rossi, o al Beppe Grillo della stagione teatrale, quando ancora non aveva scelto la politica, avevano tutti una caratteristica comune: utilizzavano la risata come uno strumento d’indagine. Il bersaglio non era il personaggio eccentrico o il tormentone del momento, ma il potere. Ed è probabilmente proprio questo il motivo per cui oggi una satira di quel tipo è diventata sempre più difficile da trovare.

Oggi gli artisti dipendono dalle televisioni, dagli sponsor, dalle piattaforme La satira però vive di conflitto. E il conflitto costa. Costa follower, contratti. Costa visibilità. La satira, quella vera, disturba. Fa perdere simpatie, contratti, inviti televisivi, consenso. È molto più semplice e redditizio prendere in giro il cittadino qualunque o il vicino di casa anziché colpire davvero chi detiene il potere.
E forse è proprio questo il segno più inquietante del nostro tempo. Perché una società che smette di ridicolizzare il potere è una società che, lentamente, ricomincia ad averne paura. La satira invece ci ricorda tutti gli esseri umani possono, e soprattutto devono, essere messi in discussione. Una società senza satira non è semplicemente una società meno divertente. È una società che perde uno dei suoi strumenti di autocorrezione.
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Guendalina Middei
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