L’Onu propone la “decrescita felice” per il benessere universale


L’ultimo attacco alla crescita economica si presenta sotto le insegne della moralità. I suoi fautori assicurano meno povertà, maggiore uguaglianza e un ambiente più sicuro. In realtà la loro ricetta comporterebbe meno produzione, meno investimenti e minori opportunità per tutti. Sarebbe un declino gestito: non una via per il benessere comune.

Il “Piano per sradicare la povertà al di là della crescita”, promosso dalle Nazioni Unite, elenca ottanta interventi per ridurre la dipendenza della società dalla crescita economica. E un altro documento, il “Rapporto sulla giustizia mondiale” presentato dall’economista Thomas Piketty e dai ricercatori del Laboratorio sulla disuguaglianza mondiale, riporta dati a conferma della stessa visione. I due testi differiscono tra loro, ma si fondano sullo stesso errore, ossia che la crescita sia un ostacolo alla giustizia e non la forza che, negli ultimi decenni, ha salvato miliardi di persone dalla miseria.

Il modello proposto da Piketty prevede che nei Paesi ricchi la produzione pro capite si attesti intorno ai sessantamila euro (circa 69 mila dollari) entro il 2100, con una crescita annua pro capite nelle regioni più ricche prossima allo zero. Per capire la portata di questa ipotesi basta confrontarla con i dati attuali.
Nel 2025 il prodotto interno lordo pro capite degli Stati Uniti ha raggiunto circa 90 mila dollari. Il livello proposto sarebbe quindi inferiore di circa 21 mila dollari, vale a dire il 23 percento in meno rispetto all’attuale produzione pro capite americana.
Il Pil pro capite non coincide con lo stipendio medio di un lavoratore: misura il valore totale generato dall’economia diviso per il numero degli abitanti. Per un raffronto ulteriore, all’inizio del 2026 il reddito personale pro capite si aggirava intorno ai 78 mila dollari.

Ma il piano dell’Onu non si limita a frenare una presunta «eccessiva» crescita futura: prevede esplicitamente un’America che, nel lungo periodo, produca meno di quanto produca oggi. Prevede inoltre un taglio delle ore di lavoro annue di oltre la metà, spostando la manodopera dal settore edile e da quello manifatturiero.

Come ha osservato Veronique de Rugy: «un programma a livello mondiale per un declino completo che renda tutti più poveri» non è una semplice previsione, è il progetto stesso nella sua interezza. Costruire meno case non risolve la carenza di alloggi. Produrre meno beni non rende le necessità quotidiane più accessibili. Ridurre le ore di lavoro non aiuta le famiglie che cercano di migliorare la propria condizione.

LA CRESCITA MOTORE DEL PROGRESSO

La crescita economica non è una semplice linea sul grafico di un governo. È il processo attraverso il quale le persone riescono a creare più valore a partire da risorse limitate. Grazie a questo processo disponiamo di medicine migliori, di cibo più accessibile e della possibilità, per i lavoratori, di guadagnare di più dedicando meno tempo alla produzione degli stessi beni.

La produttività rimane il vero motore del miglioramento degli standard di vita. Quando un lavoratore genera più valore per ogni ora impiegata, salari e tempo libero possono aumentare insieme. La «decrescita» inverte questo meccanismo: riduce la produzione e spera che le persone si accontentino di perdere.
Emile Phaneuf e Christopher Lingle hanno riassunto con chiarezza le conseguenze nel saggio dall’eloquente titolo La decrescita uccide le persone. Sì, letteralmente. Le società più ricche sono più sane, più sicure e più capaci di affrontare le crisi. La scarsità, invece, ha sempre un costo umano concreto.

L’argomento più solido contro la decrescita è osservabile dai risultati già ottenuti grazie alla crescita. Nel 1950 circa il 60 percento della popolazione mondiale viveva in povertà estrema. Entro il 1990 la quota era scesa a circa il 40 percento. La Banca Mondiale stima che nel 2024 sia ulteriormente calata al 10,4 percento e che possa scendere al 10 entro il 2026.
Anche il numero di persone in povertà estrema si è ridotto in modo netto, nonostante l’aumento della popolazione mondiale. Secondo lo standard aggiornato della Banca Mondiale che fissa la soglia di povertà estrema a 3 dollari al giorno, nel 2024 rimanevano ancora circa 847 milioni di persone in condizioni di povertà estrema: un dato ancora troppo alto, ma la direzione del cambiamento è chiara.
E dal 1990 circa un miliardo e mezzo di persone sono uscite dalla povertà estrema. Gran parte di questo progresso si è concentrato in Asia, dove numerosi Paesi hanno ampliato il commercio internazionale, accolto investimenti esteri e favorito l’iniziativa privata. Non sono diventati più ricchi chiudendo le fabbriche.

La Banca Mondiale rileva inoltre che il ritmo di riduzione della povertà ha accelerato dopo il 1990: il calo medio annuo è raddoppiato, passando da circa mezzo punto percentuale prima del 1990 a circa un punto percentuale all’anno nei decenni successivi. È stato il risultato della liberalizzazione economica.

Chi invoca la decrescita spesso confonde povertà e disuguaglianza come se fossero sinonimi. Non lo sono: una famiglia povera non diventa più ricca se un’altra benestante perde parte del suo patrimonio; un lavoratore non sta meglio se una fabbrica chiude facendo apparire il grafico della disuguaglianza più «equilibrato»; produrre meno beni non rende i beni necessari più accessibili.

Un’uguaglianza ottenuta distruggendo ricchezza è privazione condivisa.

La questione di fondo, come sostengo da tempo, è perché le politiche pubbliche continuino a ostacolare la possibilità per le persone di guadagnare, investire e salire nella scala sociale. L’obiettivo dovrebbe essere creare maggiori opportunità, non punire il successo. La crescita non garantisce uguali risultati per tutti, ma crea più spazio perché ognuno possa migliorare la propria condizione. Mentre la stagnazione rende invece la mobilità sociale più difficile.

LE CONTRADDIZIONI

Quello che Piketty propone si baserebbe su un fondo mondiale finanziato da tasse su reddito e patrimonio, eppure indebolirebbe proprio le economie destinate a finanziarlo. Presuppone inoltre che i Paesi più poveri possano continuare a crescere mentre quelli ricchi consumano e investono meno. L’equazione non regge.
I Paesi in via di sviluppo hanno bisogno di capitali e di mercati di sbocco, e se Stati Uniti ed Europa entrano in stagnazione, questi due requisiti vengono a mancare. Un piano di sviluppo non può funzionare indebolendo le principali fonti mondiali di investimenti e di domanda.

La decrescita pone inoltre un problema politico di fondo: qualcuno dovrà decidere quanta gente possa lavorare; qualcuno dovrà scegliere quali settori si contraggano e quali prodotti non realizzare più. Non sono decisioni confinate a teorie accademiche. I mercati coordinano milioni di scelte attraverso i prezzi e lo scambio volontario: nessuna commissione mondiale di tecnocrati potrà mai possedere conoscenze e saggezza necessarie in grado di sostituire questo processo. Una scarsità gestita finisce inevitabilmente per richiedere anche delle “vite gestite”, ovvero una dittatura.

Rifiutare la decrescita non significa ignorare l’inquinamento o altri danni reali. I diritti di proprietà e la responsabilità individuale restano, e l’innovazione può ridurre l’impatto ambientale senza costringere la società a fare marcia indietro. Come spiega Joakim Book nella recensione di The Capitalist Manifesto le società ricche dispongono di maggiori risorse per adattarsi e investire in tecnologie più pulite. Le società povere, al contrario, devono pensare prima di tutto a sopravvivere. Le persone più disagiate del pianeta non hanno bisogno di un’élite di intellettuali che decidano per loro quando si sia raggiunto «abbastanza»: hanno bisogno della libertà di lavorare, risparmiare, investire e costruire.

La decrescita è una convinzione da “ricchi”: chi la promuove gode già dell’abbondanza che vorrebbe limitare agli altri. La povertà non si combatte razionando la scarsità. Si supera solo grazie alla libertà economica che permette alle persone di creare abbondanza.




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