Due narrazioni storiche agli antipodi. Le commemorazioni israeliane sono iniziate alle 6.29 del mattino, l’ora in cui, mille giorni prima, Hamas aveva dato avvio all’attacco contro le comunità vicine alla Striscia. Circa 1.200 persone furono uccise e 251 vennero rapite e portate a Gaza. Tutti gli ostaggi, vivi o morti, sono stati successivamente restituiti o recuperati, ma il trauma del 7 ottobre continua a segnare profondamente la società israeliana.
L’October Council, formato da familiari delle vittime, sopravvissuti ed ex ostaggi, ha organizzato una giornata di iniziative. Un convoglio ha attraversato i luoghi maggiormente colpiti: il sito del festival Nova presso Re’im, Nir Oz, Kissufim, Be’eri, Nahal Oz e Kfar Aza, fino al memoriale vicino a Sderot. Alle 10 è stato osservato un minuto di silenzio, mentre a Tel Aviv è stata inaugurata una mostra con mille oggetti appartenuti alle persone uccise o rapite.
Today Israel marks 1,000 days since the October 7, 2023 massacre, when Hamas terrorists stormed southern Israel, murdering 1,200 people and kidnapping 251 others in the deadliest day for the Jewish people since the Holocaust. The October Council, representing bereaved families,… pic.twitter.com/UBBUMXIuBh
— StandWithUs (@StandWithUs) July 2, 2026
La sera, migliaia di persone si sono radunate nella piazza conosciuta durante la guerra come Hostages Square. La memoria delle vittime si è intrecciata alla protesta politica: familiari, sopravvissuti ed ex ostaggi hanno chiesto la creazione di una commissione statale indipendente che accerti le responsabilità per le falle militari, politiche e di intelligence che permisero l’attacco.
At Hostage Square, demonstrators held a moment of silence in memory of those murdered and fallen during and after the October 7th attacks. It was held at 10:00 a.m. across Israel
Those in attendance at Hostage Square included Danny Elgarat, brother of Itzik who was murdered in… pic.twitter.com/pnACITI7vq
— i24NEWS English (@i24NEWS_EN) July 2, 2026
Una commemorazione anche contro il governo
Il millesimo giorno non è stato quindi soltanto una ricorrenza nazionale. È diventato anche un nuovo momento di contestazione nei confronti del governo di Benjamin Netanyahu, accusato dai familiari di non avere ancora assunto pienamente la responsabilità per quanto accaduto.
Manifestazioni si sono svolte a Gerusalemme, nei pressi della Knesset e della residenza del primo ministro, e a Tel Aviv. Alcuni dimostranti hanno bloccato strade e chiesto un’inchiesta ufficiale sui fallimenti del 7 ottobre e sulla gestione dei mesi successivi. Le istituzioni non hanno organizzato una grande cerimonia nazionale unitaria: le principali iniziative sono partite dalle famiglie, dai sopravvissuti e dalle organizzazioni civili.
A Gaza il millesimo giorno tra le rovine
Nella Striscia non si sono svolte commemorazioni strutturate paragonabili a quelle israeliane. Il millesimo giorno è stato vissuto soprattutto attraverso le testimonianze delle famiglie, le immagini dei quartieri distrutti e i bilanci delle organizzazioni umanitarie.
Secondo il ministero della Sanità di Gaza, citato dall’Associated Press, dall’ottobre 2023 sono stati uccisi più di 73.000 palestinesi. Gran parte degli oltre due milioni di abitanti della Striscia è stata costretta a lasciare ripetutamente la propria casa e continua a vivere in edifici danneggiati, tende o rifugi improvvisati.
Un cessate il fuoco è entrato in vigore il 10 ottobre 2025, ma non ha portato a una pace stabile. Attacchi israeliani, scontri e restrizioni sono proseguiti e, secondo le autorità sanitarie locali, più di mille palestinesi sono stati uccisi anche dopo l’inizio della tregua. Il percorso successivo, che dovrebbe comprendere il disarmo di Hamas, il ritiro israeliano e la ricostruzione, è rimasto sostanzialmente bloccato.
Due memorie che non si incontrano
Le commemorazioni mostrano ancora una volta quanto siano distanti le narrazioni delle due comunità.
Per gran parte della società israeliana, tutto comincia il 7 ottobre con il più grave attacco subito dal Paese dalla sua fondazione. Per i palestinesi, i mille giorni rappresentano invece la durata di una campagna militare che ha trasformato Gaza in un territorio in gran parte inabitabile.
Nelle mobilitazioni palestinesi e internazionali la ricorrenza è stata definita come “mille giorni di genocidio”. Israele respinge questa accusa e sostiene di avere agito per distruggere le capacità militari e di governo di Hamas e impedire nuovi attacchi. Le due memorie non sono intercambiabili, ma convivono nello stesso conflitto: da una parte il trauma dell’assalto e degli ostaggi, dall’altra il peso di una risposta militare che ha coinvolto l’intera popolazione della Striscia.
La Santa Sede conferma il sostegno all’UNRWA
Alla vigilia del millesimo giorno, la Santa Sede ha inserito nel dibattito un nuovo elemento concreto. In una dichiarazione pronunciata il 30 giugno davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la Missione permanente vaticana ha confermato il proprio impegno finanziario a favore dell’UNRWA, l’Agenzia dell’ONU che assiste i rifugiati palestinesi. L’entità del contributo non è stata resa pubblica.
La Santa Sede ha definito il lavoro dell’Agenzia “un sostegno essenziale per milioni di rifugiati palestinesi”, ricordando i servizi offerti nel campo dell’istruzione, della sanità, degli aiuti alimentari e della protezione sociale.
Ha inoltre affermato che ostacolare la distribuzione degli aiuti costituisce una “grave violazione del diritto internazionale umanitario” e aggrava le sofferenze di persone che si trovano già in condizioni estremamente precarie.
La delegazione vaticana ha espresso preoccupazione per l’uccisione del personale dell’UNRWA e per gli attacchi contro scuole e strutture dell’Agenzia utilizzate come rifugi dai civili. Al tempo stesso ha chiesto che l’organizzazione operi nel rispetto dei principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza, necessari per conservarne credibilità e affidabilità.
L’UNRWA rimane uno dei principali pilastri dell’assistenza ai palestinesi, ma attraversa una pesante crisi finanziaria e operativa. L’Agenzia dipende quasi interamente dai contributi volontari degli Stati e degli altri donatori.
Al 18 giugno 2026 aveva registrato la morte di 392 propri collaboratori a Gaza dall’inizio del conflitto, un numero senza precedenti nella storia delle Nazioni Unite. Le sue strutture hanno continuato a offrire assistenza sanitaria, rifugi, istruzione e distribuzione di beni essenziali, nonostante i danni, le restrizioni e la perdita di personale.
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Valeria Panzeri
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