Bande giovanili in Italia: tra panico morale e realtà empirica


Valentina Punzo è docente di Sociologia del diritto, della devianza e del crimine organizzato presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma. Studiosa dei fenomeni di aggregazione giovanile deviante, ha recentemente pubblicato per Mondadori il volume Bande giovanili in Italia. Identità, contesti e interventi di policy (2026), frutto di una ricerca che affronta con rigore analitico un tema spesso trattato in Italia con toni emergenziali e scarso fondamento empirico. Nel volume, Valentina Punzo ricostruisce la tradizione internazionale degli studi sulle gang – dalla Scuola di Chicago alle classificazioni contemporanee – per poi calarla nel contesto italiano, analizzando le specificità territoriali del fenomeno.

Lei è una docente di sociologia del diritto, della devianza e del crimine organizzato presso l’Università Luiss di Roma; ha da pochi mesi pubblicato un interessante volume dal titolo Bande giovanili in Italia. Identità, contesti e interventi di policy (Mondadori, 2026). La prima domanda riguarda le ragioni che hanno ispirato questo suo lavoro e quali sono i suoi punti essenziali.

Il volume prende le mosse da un’osservazione di fondo. Negli ultimi anni il fenomeno delle bande giovanili ha occupato uno spazio crescente nel dibattito pubblico italiano, sviluppandosi quasi esclusivamente al di fuori del perimetro della ricerca sociologica. L’attenzione che ne è scaturita è stata scandita da logiche emergenziali, alimentata da video virali, dichiarazioni politiche e narrazioni giornalistiche, spesso prive di adeguato fondamento empirico. Per rispondere ad una lacuna in termini di inquadramento analitico del fenomeno, il lavoro si è proposto anzitutto di affrontare la questione in modo rigoroso a partire dalla definizione della categoria stessa, ossia di cosa intendiamo quando parliamo di “banda giovanile”, per arrivare a misurarla empiricamente, a collocarla nei suoi contesti sociali e territoriali e a distinguerla da fenomeni che possono apparire analoghi, ma che rispondono a logiche e dinamiche sostanzialmente diverse.

Tre nuclei essenziali articolano l’intero lavoro. Il primo è teorico-definitorio e ricostruisce la lunga tradizione internazionale degli studi sulle gang, dalla Scuola di Chicago alle classificazioni contemporanee, per mostrare come “gang” non sia una categoria unitaria, bensì un continuum che si estende dai gruppi informali di strada fino a organizzazioni progressivamente più strutturate. Ne deriva la necessità di un pluralismo concettuale, preferibile al ricorso ad un’unica etichetta onnicomprensiva. Il secondo nucleo riguarda la costruzione dell’identità collettiva, ossia le modalità attraverso cui questi gruppi si definiscono tramite sistemi simbolici e pratiche rituali, e il modo in cui la dimensione digitale ne ha profondamente trasformato i meccanismi di riconoscimento e visibilità. Il terzo nucleo è empirico e specificamente italiano, e affianca all’analisi dei contesti territoriali ‒ dalle bande del Mezzogiorno con le connessioni con la criminalità organizzata, alle cosiddette “baby gang” romane, fino al fenomeno “maranza” nel Nord ‒ una valutazione in chiave critica degli strumenti di intervento, dal sistema della giustizia minorile alle misure introdotte dal decreto Caivano. Riassumendo, il nodo centrale è che il fenomeno esiste ed è reale, ma si presenta in forme assai più eterogenee, territorialmente differenziate e meno strutturate di quanto la sua rappresentazione pubblica tenda ad accreditare; uno scarto che non è riducibile ad una questione meramente accademica, bensì incide direttamente sulla natura delle politiche che vengono messe in campo.

Lei afferma l’esistenza di un divario fondamentale tra percezione pubblica e realtà empirica del fenomeno delle bande giovanili. Che cosa intende esattamente?

Mi riferisco precisamente ad alcune assunzioni implicite su cui poggia la percezione pubblica del fenomeno. Anzitutto, che esista un’unica entità chiamata “baby gang” in costante espansione; poi, che si tratti di gruppi strutturati e gerarchici, quasi proto-mafiosi; ancora, che il fenomeno sia in larga parte riconducibile all’immigrazione; e, infine, che la sua causa principale risieda in un deficit di repressione, da colmare con sanzioni più severe. Non appena si scende sul terreno dei dati, queste quattro assunzioni non trovano conferma nella forma in cui viene presentata.

I numeri della giustizia minorile non restituiscono l’immagine di un’ondata di criminalità organizzata giovanile che travolge il Paese. Descrivono, semmai, fenomeni episodici, fortemente concentrati in alcuni contesti urbani e prevalentemente caratterizzati da aggregazioni fluide e informali piuttosto che da strutture stabili. Gran parte di ciò che viene etichettato come “banda” è in realtà aggregazione di strada a geometria variabile, priva di quella gerarchia, divisione dei ruoli e continuità nel tempo che la riflessione sociologica richiede per poter parlare propriamente di gang.

Il divario, dunque, non va cercato nella contrapposizione tra un “allarme giustificato” e un “allarme ingiustificato”, che sarebbe una semplificazione speculare e altrettanto fuorviante. A mio avviso, la questione va posta in altri termini. La categoria pubblica “baby gang” opera come un contenitore entro cui confluiscono fenomeni profondamente eterogenei, dalla rissa occasionale tra adolescenti all’affiliazione di un minore a un clan camorristico, dall’aggregazione di strada destinata a dissolversi spontaneamente al gruppo radicato in un territorio a forte presenza mafiosa, dal disagio delle periferie metropolitane del Nord alle dinamiche di reclutamento criminale del Mezzogiorno. Realtà che hanno cause diverse, traiettorie diverse e richiederebbero risposte diverse vengono, invece, compresse in un’unica etichetta, trattate come un solo problema, riconducibile ad un’unica causa e quindi risolvibile con un’unica soluzione. Ed è precisamente questo appiattimento a generare politiche mal calibrate.

Il libro denuncia l’esistenza di un “caso italiano”. Di che cosa si tratta? A che cosa si riferisce esattamente e quali sarebbero le sue caratteristiche sociologiche?

Con “caso italiano” mi riferisco a una specificità che emerge confrontando il fenomeno italiano con la letteratura internazionale sulle gang. Negli Stati Uniti, in America Latina, in parte dell’Europa, le gang giovanili sono spesso strutture relativamente stabili, con identità definite, controllo territoriale, talvolta legami con l’economia illegale organizzata. Il modello italiano presenta invece tre tratti sociologici distintivi che ne delineano un profilo peculiare nel panorama comparativo. Il primo concerne la fluidità organizzativa dei gruppi italiani, che in larga prevalenza risultano informali, instabili, a bassa strutturazione. Manca, salvo eccezioni, quella continuità organizzativa propria delle gang nordamericane. Questo li rende, paradossalmente, più difficili da interpretare, non perché siano più pericolosi, ma perché sfuggono alle categorie tradizionali con cui siamo abituati a leggere il fenomeno. Il secondo tratto riguarda la relazione ambigua e mai risolta con la criminalità organizzata tradizionale. In contesti come quello napoletano, le bande giovanili si collocano all’interno di un ecosistema in cui la camorra costituisce una presenza strutturale, e il rapporto che intrattengono con essa assume forme variabili e non lineari. Talvolta, ne rappresentano il bacino di reclutamento; talvolta, agiscono in posizione di autonomia o persino di competizione; talvolta, si limitano a mutuarne i codici estetici e simbolici senza inserirsi nelle sue strutture.

Vi è infine una marcata territorializzazione del fenomeno, che si presenta internamente differenziato e non riconducibile ad una lettura unitaria. Non esiste “la” banda giovanile italiana, bensì configurazioni geograficamente situate, ciascuna dotata di una propria grammatica sociale, simbolica e territoriale. I gruppi napoletani vanno interpretati nel rapporto con la camorra e con uno specifico tessuto urbano; le baby gang romane presentano dinamiche differenti tra periferia e centro; nelle aree settentrionali emergono invece fenomeni legati ai contesti migratori e alle seconde generazioni, dalle aggregazioni di matrice latinoamericana fino a costruzioni in larga parte identitarie e mediatiche come quella “maranza”. Ricondurli a un unico oggetto rappresenta il principale errore analitico.

Qual è, secondo lei, il rapporto tra bande giovanili e Social network? Esiste una relazione e quali caratteristiche presenta?

La relazione esiste ed è centrale, ma va compresa nella sua natura specifica, poiché si presta facilmente a fraintendimenti. Il punto non è la semplice constatazione che i giovani facciano uso dei Social, bensì il fatto che la dimensione digitale abbia trasformato i meccanismi stessi di costruzione dell’identità collettiva di questi gruppi. Storicamente, l’identità di una banda si costruiva nello spazio fisico e all’interno di una cerchia ristretta, definita dal territorio, dal quartiere e dal riconoscimento dei pari fisicamente presenti. I Social network introducono una logica differente, fondata sulla visibilità potenzialmente illimitata e sulla performance permanente. L’atto deviante non vale più soltanto per ciò che è, ma per la propria rappresentabilità, venendo filmato, pubblicato e condiviso, e acquisendo valore nella misura in cui genera riconoscimento online. Si determina così quello che nel libro viene definito un imperativo reputazionale veicolato dalla spettacolarizzazione. È, infondo, una manifestazione di quel “paradosso dell’inclusione escludente” che caratterizza la tarda modernità, per cui i Social media offrono a soggetti socialmente marginali un accesso illimitato alla visibilità e al riconoscimento simbolico, proprio mentre restano esclusi dai canali materiali di mobilità e integrazione.

Le bande giovanili contemporanee sono ipervisibili e, a differenza delle organizzazioni mafiose tradizionali, esistono spesso proprio per esibirsi. Il Social non rappresenta dunque uno strumento accessorio, ma una delle infrastrutture su cui poggia la costruzione del “marchio” del gruppo. Vi è inoltre un effetto di retroazione mediatica da non sottovalutare: la visibilità sui Social alimenta la copertura giornalistica, che a sua volta sollecita l’emulazione e la costruzione identitaria dei gruppi, in un circuito che amplifica il fenomeno sul piano percettivo assai più di quanto esso non cresca sul piano reale.

Il libro analizza anche il noto decreto Caivano e le relative politiche di inasprimento sanzionatorio. Che cosa ha rilevato con questa specifica analisi?

L’analisi del decreto Caivano costituisce uno dei nuclei critici del volume, e le evidenze che ne emergono sono nette. Il decreto-legge 123/2023, convertito nella legge 159/2023, nasce sul piano simbolico in risposta a due eventi del settembre 2023, gli stupri di gruppo di Caivano e l’omicidio di Giovanbattista Cutolo a Napoli. La risposta legislativa si è orientata verso l’inasprimento, attraverso l’abbassamento di alcune soglie di accesso al circuito penale, l’estensione della custodia cautelare in istituto penale per minorenni e, soprattutto, l’estensione ai minori delle misure di prevenzione personali, strumenti concepiti per il contrasto alla criminalità organizzata adulta.

Quanto emerge dall’analisi è un meccanismo che può essere definito di adultificazione. Il sistema della giustizia minorile italiano, costruito intorno al D.P.R. 448/1988, poggiava storicamente sui princìpi della minima offensività del processo, della residualità della detenzione e della centralità della finalità educativa, in coerenza con l’evidenza scientifica che riconosce la peculiarità della condizione minorile e mostra come l’esposizione precoce al circuito penale risulti criminogena più che dissuasiva, agendo attraverso la stigmatizzazione e la cristallizzazione di identità devianti. Il decreto Caivano segna uno scivolamento verso una logica punitiva di tipo adulto applicata ai minori, in cui la dimensione preventiva e amministrativa finisce per anticipare e sostituire quella educativa.

I dati confermano gli effetti di questo spostamento. Le presenze negli istituti penali per minorenni, stabili intorno alle 381 unità a fine 2022, raggiungono le 572 a fine 2025, con un incremento del 50% in assenza di un corrispondente aumento strutturale della criminalità minorile, il cui andamento di lungo periodo resta peraltro in calo, come attesta la diminuzione di oltre un terzo delle segnalazioni agli uffici di servizio sociale nell’arco di un ventennio. Particolarmente eloquente è il peso assunto dalla detenzione in fase cautelare, precedente a una condanna definitiva, applicata a una quota di minorenni prossima al 90%, in netta inversione rispetto al rapporto tra regola ed eccezione su cui si fondava l’impianto del 1988. Si tratta di un punto che merita particolare attenzione, poiché la giustizia minorile italiana disponeva di strumenti alternativi alla detenzione, dalla messa alla prova alla giustizia riparativa, capaci di orientare il minore verso il reinserimento. L’inasprimento rischia di indebolire proprio ciò che funzionava, in nome di una domanda di sicurezza costruita più sull’emergenza percepita che sull’evidenza empirica, secondo dinamiche di panico morale e di “tautologia della paura” che la sociologia della devianza ha da tempo documentato.

Esiste, secondo lei, un tema relativo al rapporto tra bande giovanili e immigrazione? Quali caratteristiche avrebbe questa relazione?

È un tema che richiede particolare rigore analitico, proprio perché costituisce il terreno su cui la rappresentazione pubblica si allontana maggiormente dall’evidenza empirica. La relazione esiste, ma non nei termini in cui viene comunemente posta. In primo luogo, non trova riscontro empirico la tesi secondo cui il fenomeno delle bande giovanili italiane sarebbe prevalentemente ascrivibile alla dimensione migratoria. Una parte consistente di ciò che viene etichettato come banda giovanile riguarda minori italiani, in contesti italiani, secondo dinamiche del tutto estranee al fatto migratorio. Sovrapporre i due piani costituisce un errore di fatto prima ancora che di interpretazione.

In secondo luogo, là dove la dimensione migratoria entra effettivamente in gioco, lo fa attraverso la questione delle seconde generazioni, sebbene in forme meno lineari di quanto si tenda a credere. Il fenomeno “maranza”, ad esempio, è in larga parte autoctono e trasversale. Lungi dal designare un gruppo etnicamente omogeneo, il termine identifica piuttosto un’ampia categoria socioculturale, al cui interno convergono giovani di diversa provenienza, spesso nati o cresciuti in Italia, uniti da comuni condizioni socioeconomiche e dalla condivisione di codici estetici, musicali e linguistici. Non si tratta dunque di importazione di criminalità, ma di un effetto interno ai processi di esclusione delle nostre città. Vi si riconosce la logica di quella che Young ha chiamato “società escludente”, in cui la marginalità non deriva da un difetto di integrazione, bensì dalla combinazione paradossale di inclusione culturale ed esclusione materiale.

Vi è poi un terzo aspetto, ed è quello su cui occorre porre la maggiore cautela: nel discorso pubblico l’associazione tra bande e immigrazione opera spesso come dispositivo di legittimazione di politiche securitarie. Etichettare un fenomeno come “straniero” consente di trattarlo come problema di ordine pubblico anziché come questione sociale, secondo quel meccanismo di etnicizzazione dei reati e di costruzione di capri espiatori che la criminologia critica ha ampiamente decostruito. Va, inoltre, ricordato che esiste il fenomeno opposto e altrettanto reale, quello di gruppi di giovani, italiani e non, che prendono di mira gli immigrati come bersaglio. La violenza non corre in una sola direzione, e ridurla all’equazione “banda uguale straniero” significa non vedere proprio le dinamiche che producono il maggior numero di vittime.

Un fatto di cronaca recente ha suscitato sdegno e preoccupazione a livello nazionale. Si tratta di una vile aggressione condotta il 9 maggio scorso a Taranto da un gruppo di giovani, anche minorenni, ai danni del bracciante maliano Bakari Sako di 38 anni mentre si recava con la sua bicicletta al lavoro. Un’aggressione che è purtroppo costata la vita al giovane lavoratore maliano. Si tratta di un caso tipico di banda giovanile da lei analizzato? Qual è la sua riflessione a tale riguardo?

La vicenda merita di essere affrontata con rigore analitico e con cautela rispetto a ogni uso strumentale. In primo luogo, vi è un dato non negoziabile sul piano del giudizio, ossia la gravità di un atto di violenza efferata. La ricostruzione sociologica si colloca a valle di questo riconoscimento. L’interrogativo circa la riconducibilità dell’episodio a un “caso tipico di banda giovanile” investe direttamente il nucleo problematico affrontato nel volume e richiede una risposta articolata. La stampa lo ha immediatamente ricondotto alla categoria della “baby gang”, etichetta comprensibile sul piano comunicativo, ma che tende a oscurare la natura del fatto più che a illuminarla. Dalle indagini emerge un gruppo di giovani, in prevalenza minorenni, con la presenza di un maggiorenne, che nelle stesse ore aveva preso di mira un altro uomo di origine subsahariana prima dell’aggressione mortale. Si tratta di un elemento dirimente, poiché segnala che il bersaglio non era casuale bensì selezionato su base etnica.

Sul piano sociologico non siamo dinanzi al profilo della banda giovanile strutturata, dotata di un progetto criminale, di una gerarchia e di una capacità di controllo del territorio. Il caso configura piuttosto un gruppo informale di strada in cui si saldano due dinamiche distinte. Da un lato la logica del “branco”, con i processi di deindividuazione, deresponsabilizzazione ed escalation che l’aggregazione produce; dall’altro, un orientamento alla violenza razzializzata, in cui lo straniero diviene bersaglio designato. L’episodio si colloca dunque sul versante della violenza di gruppo a matrice razzista più che su quello della criminalità organizzata giovanile in senso proprio. Il video successivamente comparso su TikTok, corredato di frase motivazionale e sottofondo musicale, vi aggiunge quella dimensione performativa e di spettacolarizzazione della violenza già richiamata, in cui l’atto non vale soltanto per sé, ma per la propria rappresentabilità e per il riconoscimento che è in grado di generare.

Per un verso, casi come questo evidenziano la natura analiticamente fuorviante dell’etichetta indifferenziata “baby gang”, che ne avvicina la percezione alla criminalità organizzata e ne occulta il tratto forse più allarmante, ossia la matrice razzista. Per altro verso, l’episodio conferma che il terreno su cui realmente intervenire non è quello dell’inasprimento penale ex post, che non ha salvato Bakari Sako né varrà a salvare le vittime future, bensì quello della prevenzione, del lavoro educativo, del contrasto al razzismo e della presa in carico dei contesti urbani marginali in cui simili gruppi si formano. Vi è infine un dato che pesa in modo particolare e che concerne l’indifferenza, quella di un uomo ferito che domanda aiuto senza trovarlo. È, sul piano sociologico, l’aspetto più scomodo da osservare, poiché non chiama in causa soltanto gli autori materiali dell’aggressione, ma il tessuto sociale che li circonda.

Senza immaginare soluzioni facili, che cosa ritiene sia fondamentale sviluppare per cercare di intervenire con competenza su questo fenomeno e nel caso superarlo?

Muovo da una premessa metodologica, che costituisce al contempo la tesi di fondo del volume, ossia l’impossibilità di costruire politiche efficaci su un fenomeno che non sia stato compreso in via preliminare. Occorre un investimento sistematico e continuativo nella ricerca empirica, sottratto alla pressione dei cicli di allarme mediatico. L’azione pubblica si esercita oggi in una condizione di opacità informativa, reagendo ai singoli episodi di cronaca anziché muovere da una mappatura strutturata del fenomeno. Si rendono pertanto necessari dispositivi stabili di rilevazione, distinzioni concettuali rigorose tra banda strutturata, aggregazione informale e violenza episodica, nonché una capacità di restituire le differenze territoriali in luogo di appiattirle entro un’unica categoria indifferenziata.

Anzitutto, vi è il rovesciamento di paradigma, dall’orientamento emergenziale a quello preventivo. L’evidenza scientifica converge nel riconoscere la scarsa efficacia, e i frequenti effetti perversi, della risposta penale e segnatamente detentiva nei confronti dei minori, a fronte dei risultati comprovati degli interventi educativi, di mediazione e di giustizia riparativa. Il sistema italiano di giustizia minorile rappresentava paradossalmente uno dei modelli più avanzati sul piano internazionale, dotato di risultati documentati. La traiettoria da perseguire non risiede dunque nel suo smantellamento in nome della sicurezza percepita, bensì nel suo consolidamento. Sul piano teorico, ciò equivale a privilegiare il paradigma della prevenzione sociale, orientato alle cause strutturali della devianza, rispetto alla logica dell’acting out punitivo che, nella nota lettura di Garland, soddisfa l’esigenza politica di “fare qualcosa” offrendo risposte immediate, visibili ed espressive, ma prive di sostenibilità nel medio periodo.

Un secondo ordine di interventi investe il lavoro sui contesti. Le aggregazioni giovanili non si generano nel vuoto, ma in territori segnati da marginalità, carenza di opportunità e mancato riconoscimento sociale. Intervenire significa pertanto agire sui contesti urbani, sull’istituzione scolastica, sugli spazi di socialità e sulle politiche per le seconde generazioni, e non primariamente sul Codice penale. In questa prospettiva, occorre una strategia multi-attoriale e multi-livello che, collocandosi al di fuori del sistema penale, intreccia l’intervento sulle cause sociali con la presa in carico tanto degli autori quanto delle potenziali vittime e della comunità nel suo complesso. Vi rientra altresì la dimensione razziale, che la vicenda di Taranto restituisce come fattore tutt’altro che marginale e che ogni intervento sui contesti è chiamato a considerare.

Resta, infine, la responsabilità del discorso pubblico. Le modalità con cui media e sistema politico costruiscono il fenomeno non sono neutre, poiché concorrono a produrlo, ad amplificarlo e a orientarne la risposta istituzionale. Un’informazione e una comunicazione politica più rigorose, meno debitrici della logica emergenziale e capaci di distinguere anziché accomunare, costituiscono parte integrante di qualsiasi strategia credibile. Non si tratta di minimizzare, giacché i fatti gravi esigono di essere nominati nella loro gravità, bensì di evitare che ogni episodio si tramuti nella conferma di una narrazione allarmistica destinata a generare politiche inadeguate. In conclusione, occorre consolidare un approccio che anteponga la comprensione del fenomeno alla risposta emergenziale. Una direzione di policy che non promette esiti rapidi né risolutivi, ma rappresenta l’unica via coerente con lo stato attuale delle conoscenze.

*Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore dell’Eurispes.


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