Per aumentare i salari ci vuole competitività non bonus e sussidi


Attualità

di Raffaele Bonanni

Da anni ripetiamo la stessa diagnosi: i salari italiani non crescono abbastanza e il costo della vita corre più veloce delle retribuzioni. È vero. Ma fermarsi alla denuncia significa ignorare la malattia che alimenta quel divario.

La pandemia prima e le guerre poi hanno dimostrato quanto sia fragile un’economia dipendente da fattori che non controlla. Bastano il blocco delle rotte commerciali, la scarsità di energia, la speculazione sulle materie prime, la corsa ai semiconduttori o ai minerali strategici perché inflazione e rincari divorino in pochi mesi il potere d’acquisto di milioni di famiglie. Se, nel frattempo, uno Stato continua ad alimentare una spesa pubblica improduttiva che genera nuovo debito, saranno gli stessi lavoratori e contribuenti a pagarne il prezzo con una pressione fiscale sempre più gravosa.

Salari: i dati di Ocse e Banca d’Italia

Non sorprende, allora, che la Banca d’Italia abbia ricordato come, nonostante il recupero degli ultimi contratti, le retribuzioni reali restino ancora inferiori ai livelli precedenti all’impennata inflazionistica. Né sorprende che l’OCSE continui a collocare l’Italia tra i pochi Paesi sviluppati nei quali i salari reali, nell’arco di decenni, sono rimasti sostanzialmente fermi. È il risultato di una produttività che cresce troppo poco, di investimenti insufficienti e di un sistema incapace di rafforzare i propri fattori di sviluppo.

Nel frattempo il mondo è cambiato. Le grandi potenze non competono più soltanto sui mercati: si contendono energia, capitali, terre rare, tecnologie avanzate e catene del valore. Chi controlla queste risorse esercita un potere economico, politico e perfino militare sugli altri. È una competizione che rischia di relegare l’Europa e l’Italia in una posizione di permanente svantaggio

Problemi straordinari con strumenti ordinari

Se questa è la realtà, perché continuiamo ad affrontare problemi straordinari con strumenti ordinari? Perché una parte rilevante delle parti sociali continua a misurare il proprio successo sul numero dei bonus distribuiti anziché pretendere riforme strutturali? Perché non incalza con maggiore forza la politica sulla scuola, sull’università, sulla formazione specialistica, oggi drammaticamente inadeguate rispetto alle esigenze dell’industria? Perché non rivendica con decisione una strategia energetica che elimini il nostro svantaggio competitivo, anche superando gli errori del passato sul nucleare e riducendo la dipendenza da fornitori che trasformano il gas in un’arma geopolitica?

Troppi hanno assecondato stagioni di spesa improduttiva, dal Superbonus al Reddito di cittadinanza, dissipando risorse che avrebbero potuto rafforzare infrastrutture, ricerca, innovazione e capitale umano. Troppi hanno inseguito il populismo invece di contrastarlo. Troppi hanno mostrato indulgenza verso chi delegittima le democrazie liberali, verso le flottiglie che alimentano tensioni nel Mediterraneo o verso le suggestioni antioccidentali che finiscono, consapevolmente o meno, per favorire la strategia del regime teocratico di Teheran.

La battaglia del lavoro si vince con la competitività

La battaglia per il lavoro non si vincerà distribuendo sussidi, ma costruendo competitività. Richiede parti sociali capaci di guidare il cambiamento e una politica che torni a programmare il futuro anziché inseguire il consenso immediato. Richiede soprattutto un’Europa finalmente federale: unita nella difesa, nella politica energetica, nella ricerca, nell’industria e nella sicurezza delle catene di approvvigionamento. Solo così potrà diventare una potenza affidabile, capace di rafforzare l’alleanza dell’Occidente globale democratico e di proteggere la propria autonomia.

L’Italia possiede un patrimonio unico di manifattura, cultura, paesaggio e creatività. Ma questi talenti non bastano più. Devono essere sostenuti da uno Stato che investe con responsabilità e da un’Europa che pensa in grande. Servono volontà straordinaria, coraggio riformatore e una nuova stagione di responsabilità nazionale. È da lì, non dai bonus, che nasceranno salari migliori, lavoro più stabile e benessere duraturo per gli italiani.


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