Una mazzata da 550 milioni di euro. Il nodo social e quello della fast fashion
La burocrazia è l’arma più potente, almeno a Bruxelles: l’Ue rifila un pesante uppercut alla Cina: arriva la mazzata per AliExpress, la piattaforma di e-commerce di Alibaba dovrà scucire poco più di mezzo miliardo di euro. E tutto questo perché avrebbe violato il Digital Services Act, nella parte in cui il regolamento impone precise responsabilità in capo alle aziende sulla valutazione dei rischi legati alla vendita di prodotti illegali. Roba di cui, da mesi, si parla con insistenza nella vecchia Europa. E, soprattutto, in Francia. Dove la possibilità di poter acquistare praticamente di tutto, dalle armi fino alle bambole ipersessualizzate, aveva letteralmente fatto esplodere il dibattito pubblico, spingendo il governo di Parigi a chiedere interventi seri e precisi da parte dell’Unione europea.
LEGGI TUTTE LE NEWS DI ECONOMIA
La stangata Ue ad AliExpress
Detto, fatto. Seppur con la lentezza che contraddistingue la macchina burocratica Ue. Ai cinesi è stato rimproverato il fatto di non aver valutato “diligentemente” il rischio di diffusione di prodotti illegali, né di quelli poco sicuri, tantomeno dei falsi. Tra i rilievi mossi da Bruxelles ad AliExpress c’è quello di aver sovrastimato le capacità dei suoi stessi algoritmi. Troppo pochi i moderatori umani. Letteralmente subissati dalla enorme mole di prodotti pericolosi, falsi o illegali. Secondo le stime Ue, erano talmente pochi da non avere più di dieci secondi di tempo per rispondere alle sollecitazioni. Troppo “lassisti” i programmi automatizzati dal momento che “numerosi prodotti illegali, dai prodotti contraffatti a giocattoli non sicuri e cosmetici pericolosi, circolavano sulla piattaforma e, anche una volta individuati, rimanevano online per diverse settimane”. Senza, peraltro, alcuna conseguenza per i negozi online dei furbetti a cui bastava qualche marchingegno tecnico, tipo quello di cambiare flag e categorie merceologiche.
LEGGI TUTTE LE NEWS DI CRONACA
Una mazzata da oltre mezzo miliardo
Stando a quanto ravvisato dalla Commissione Ue, la “strategia” di Aliexpress sarebbe rimasta in piedi fino al mese di giugno dello scorso anno. E questo nonostante fosse stato già aperto un procedimento a marzo 2024. “La mancata conduzione di adeguate valutazioni del rischio e la mancata mitigazione efficace dei rischi sistemici costituiscono infrazioni particolarmente gravi del Dsa”, ha concluso l’esecutivo Ue. Che ha presentato il conto a Jack Ma e, soprattutto, alla Cina: 550 milioni di euro. Intanto l’azienda dovrà presentare, entro il 20 ottobre prossimo, il solito piano d’azione per mitigare i rischi e ottemperare alle indicazioni che arrivano da Bruxelles. Sarà, poi, la Commissione a valutare se la strategia proposta da Aliexpress sarà ritenuta condivisibile dalle autorità comunitarie.
Gli altri nodi: dai social fino alla moda
La burocrazia, a Bruxelles, è l’arma più forte per resistere all’avanzata (commerciale e digitale) della Cina. E pure degli Stati Uniti, considerando che nei giorni scorsi pure Meta è sulla lista nera della Commissione. Proprio a causa delle violazioni del Dsa, con l’accusa di aver costruito i suoi social con l’obiettivo specifico di creare dipendenza in chi li usa. Considerazioni, queste, che subito hanno fatto il giro, al contrario, dell’Oceano Atlantico e che, adesso, interessano (anche) i tribunali del Tennessee, dove Instagram rischia di finire alla sbarra per le stesse identiche vicende sollevate dalla Commissione Ue.
Il regolamento Ue sull’invenduto fa guerra alla fast fashion
Ma, più che gli Stati Uniti, il problema per l’Europa resta la Cina. Perché impatta, va da sé, sul commercio oltre che sull’industria e il dumping asiatico è a dir poco impossibile da sostenere per un continente ricco solo di regolamenti e norme. Ecco, proprio da questi regolamenti l’Ue cerca la forza per opporsi alla potenza di fuoco del Dragone. L’ultimo, solo in termini temporali, è quello che impone alle imprese della moda il divieto di smaltire in discarica o negli inceneritori i capi invenduti. Si tratta di regole che colpiscono al cuore la fast fashion di cui i cinesi sono leader assoluti. L’obiettivo è quello di limitare la sovrapproduzione che, poi, rappresenta l’arma in più della “fabbrica del mondo” rispetto alla concorrenza. La questione, come al solito, viene proposta come ambientale ma, naturalmente, sembra avere un obiettivo ben più profondo rispetto alla tutela di fiumi, laghi e di chissà cos’altro.
Seconda mano, prima trincea
Certo, le nuove norme contribuiranno a contrastare gli sprechi. Costano fino a 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di Co2 dal momento che, stando alle stime alla base della norma, l’invenduto “bruciato” in Europa è pari a ben 594mila tonnellate di tessuti (il 9% di tutto il mercato). Abiti che vengono distrutti ancor prima del loro stesso utilizzo. Bruxelles ha deciso che quei vestiti non possono finire al macero. E che, anzi, vanno reimmessi sul mercato.
Rafforzando, una volta di più, gli outlet fisici e digitali che sulla merce di seconda mano stanno letteralmente prosperando. A prezzi scontati e accessibili a tutti, va da sé. In modo da rintuzzare la concorrenza cinese che si propone (anche) in Europa a prezzi stracciati. Tra dazi e tasse sui pacchetti e “second-hand” market, la strategia Ue sembra segnata e, anzi, inaugurata con la stangata ad Aliexpress. Con una spruzzata di “etica” e ambientalismo che non guasta mai. La burocrazia è l’arma più forte. Anche perché, a Bruxelles, altre soluzioni non ce ne sono contro lo strapotere economico e digitale, commerciale e industriale, del Dragone. E dei sempre più ingombranti “amici” americani.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Giovanni Vasso
Source link


