Il regime cinese sostiene che a giugno il tasso di disoccupazione cinese sia stato solo del 5 percento. Sebbene superiore al 4,2 percento registrato negli Stati Uniti il mese scorso, il dato risulta sostanzialmente in linea con i livelli osservati in gran parte dell’Europa. Tuttavia, la statistica ufficiale nasconde in larga misura la reale situazione occupazionale per via di sette divari strutturali che distorcono il quadro complessivo.
I lavoratori migranti vengono inclusi nell’indagine dell’Ufficio Nazionale di Statistica solo se risiedono nella zona censita per più di sei mesi, criterio che esclude automaticamente i migranti a breve termine e quelli stagionali, sottostimando in modo significativo il fenomeno.
Uno studio del National Bureau of Economic Research, basato sull’Indagine sulle Famiglie Urbane cinese anziché sulle cifre registrate ufficialmente, ha rivelato che la serie della disoccupazione ufficiale rappresentava un’anomalia rispetto ad altri Paesi a stadi di sviluppo comparabili.
Secondo le stime, tra il 2002 e il 2009 il tasso effettivo si è attestato in media a quasi l’11 percento, più del doppio rispetto al dato ufficiale. I lavoratori registrati nel sistema rurale impiegati nelle città continuano a essere classificati come potenzialmente disponibili per il lavoro agricolo nei loro distretti d’origine, indipendentemente dall’effettiva esistenza di tali opportunità.
Il tasso rilevato esclude inoltre i 149 milioni di lavoratori autonomi del Paese.
Per quanto riguarda i giovani, dopo aver raggiunto un picco record del 21,3 percento nel giugno 2023, l’Ufficio Nazionale di Statistica ha sospeso la pubblicazione dei dati sulla disoccupazione urbana per le fasce giovanili e altre età a partire da agosto di quell’anno, motivando la decisione con l’esigenza di migliorare e ottimizzare le statistiche dell’indagine sulla forza lavoro.
Col sistema precedente, uno studente universitario a tempo pieno che cercasse – senza successo – un impiego part-time o un tirocinio veniva classificato come disoccupato. Alla ripresa delle pubblicazioni nel gennaio 2024, un nuovo sistema ha escluso dal calcolo per la fascia 16-24 anni gli studenti attualmente iscritti, indipendentemente dal fatto che stessero cercando lavoro. Il tasso giovanile a dicembre 2023 è così risultato del 14,9 percento. Parte del calo osservato riflette un ingresso posticipato nel mercato del lavoro più che una reale ripresa occupazionale.
Le iscrizioni ai corsi post-laurea hanno superato quelle dei corsi di laurea triennale presso l’Università Tsinghua, l’Università di Pechino, l’Università di Lanzhou e decine di altri atenei di prestigio.
Programmi statali come “Tre Sostegni e Un’Assistenza”, che erogano ai laureati un’indennità per incarichi biennali nelle zone rurali nei settori dell’istruzione, dell’agricoltura e della sanità, e l’”Iniziativa per la Formazione di un Milione di Giovani” promossa dal Ministero delle Risorse Umane e della Sicurezza Sociale – che ha coinvolto oltre 11 milioni di partecipanti nel 2025 – indirizzano i neolaureati verso occupazioni rurali o percorsi di riqualificazione professionale, anziché verso un impiego stabile.
Il tasso di disoccupazione giovanile è salito al 18,9 per cento nell’agosto 2025, in coincidenza con l’ingresso record di 12,2 milioni di laureati nel mercato del lavoro, per poi scendere al 16,5 entro dicembre 2025. È risalito al 16,9 nel marzo 2026, invertendo la tendenza al ribasso osservata da settembre, per poi attestarsi al 15,6 percento nel maggio 2026. Anche col nuovo sistema, il dato resta comunque circa tre volte superiore al tasso di disoccupazione complessivo nazionale.
Altro fattore di riduzione del dato ufficiale deriva dalla classificazione di lavoro flessibile o occasionale: chi svolge anche solo un’ora di lavoro alla settimana rientra tra gli occupati. Il China New Employment Forms Research Center stima che il numero di lavoratori con impiego flessibile – ossia senza contratto permanente a tempo pieno, quest’anno raggiunga i 320 milioni, in aumento rispetto ai 280 del 2025 e pari a circa il 44 percento della forza lavoro cinese.
Un rapporto governativo di dicembre 2025 indicava che, alla fine del 2024, solo 70,6 milioni di lavoratori flessibili – circa il 22 percento dei 320 milioni totali – erano iscritti al regime pensionistico dei dipendenti urbani, escludendo oltre 249 milioni dal sistema tradizionalmente basato sull’impiego salariato.
Questo aspetto ha ripercussioni dirette sulla sostenibilità del sistema previdenziale. Un rapporto del 2019 del Centro Mondiale per la Sicurezza Sociale presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali stimava che le riserve del fondo pensionistico nazionale potessero esaurirsi entro il 2035, ma un aggiornamento del 2024 ha posticipato la scadenza di otto o nove anni, a condizione che l’età pensionabile venga innalzata.
Il criterio è la ripartizione: le prestazioni attuali sono finanziate dai contributi di chi attualmente lavora, non da una riserva accantonata per i futuri pensionati, rendendo così la solvibilità dipendente dal rapporto tra contribuenti attivi e beneficiari. Un equilibrio compromesso dall’invecchiamento demografico – 254 milioni di ultrasessantenni entro il 2019, pari al 18,1 percento della popolazione totale – e dalla riduzione delle aliquote contributive dei datori di lavoro durante la pandemia del 2020, che ha comportato un taglio delle entrate pensionistiche di un miliardo e 500 mila yuan – primo deficit annuale del sistema.
Parallelamente, la contrazione del settore immobiliare si è protratta per oltre un decennio. Dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica mostrano che la percentuale di lavoratori migranti occupati nell’edilizia è scesa da un massimo del 22,3 percento nel 2014 a un minimo record del 13,8 nel dicembre 2025, in linea col fallimento dei costruttori e il blocco dei cantieri, che hanno escluso la manodopera dal campione di indagine urbana, spesso dirottandola verso le aree rurali, non rientrando più così nel tasso di disoccupazione urbano.
Nello stesso periodo, le ore lavorative medie settimanali dei dipendenti delle imprese sono aumentate da 47,5 ore nel 2022 a 48,2 fino ai primi mesi del 2026. I datori di lavoro preferiscono prolungare gli orari del personale in servizio piuttosto che assumerne di nuovo, creando masse di lavoratori licenziati e sottoccupati in competizione per lavori precari e mal retribuiti e che, ufficialmente, non risultano disoccupati.
L’insieme di questi elementi sistemici indica che il regime cinese minimizza sensibilmente il tasso di disoccupazione ufficiale evidenziando la debolezza del mercato del lavoro. Centinaia di milioni di lavoratori restano esclusi dalle statistiche o vengono spinti verso attività precarie, spesso poco remunerative, occultando così la vera dimensione della crisi economica che la Cina sta attraversando.
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Redazione ETI/Antonio Graceffo
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