Nuovo scontro interno alla maggioranza Forza Italia contro Lega e Fratelli d’Italia


Nel caos politico che le questioni delle preferenze e dell’ordine pubblico hanno scatenato nelle ultime settimane, un tema apparentemente più tecnico, quello delle regole sull’uso delle intercettazioni, si sta aggiungendo alla sempre più lunga lista dei motivi di divisione della maggioranza.

Attualmente, la legge limita l’uso delle intercettazioni di un indagato per un certo reato; possono servire come prova anche per accertare altri reati emersi per caso, ma solo se si tratta di reati gravi o collegati a mafia e terrorismo. È la regola pensata contro la cosiddetta pesca a strascico, ovvero impedire che un’intercettazione autorizzata per una specifica indagine diventi uno strumento buono per andare a caccia di tutto e scoprire indebitamente anche fatti estranei e/o su persone diverse da quelle indagate.

Un emendamento presentato da Fratelli d’Italia al decreto Giustizia in discussione al Senato vuole allargare l’elenco dei reati per cui questo riutilizzo è permesso, includendo i cosiddetti reati spia della criminalità organizzata, dalla corruzione all’intestazione fittizia di beni. La proposta riprende quasi alla lettera le richieste avanzate mesi fa dal procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, secondo cui le regole attuali sulle intercettazioni, più restrittive dal 2023, renderebbero più difficile ricostruire patrimoni e reti di complicità mafiosa.

Ma questa limitazione alle intercettazioni  porta la firma di Forza Italia, fin dai tempi di Berlusconi partito fortemente “garantista”, per cui tornare indietro equivarrebbe a rinnegare una battaglia identitaria.
Fratelli d’Italia però dice che la modifica riguarderebbe solo reati di mafia particolarmente gravi, per cui, in linea di principio, dovrebbe essere semplice trovare un accordo perché le garanzie per il comune cittadino rimarrebbero intatte.

E invece no: il confronto, inizialmente confinato al chiuso delle commissioni parlamentari, è esploso pubblicamente quando la Giunta per le autorizzazioni della Camera ha bocciato la richiesta della Procura di Roma di sequestrare le chat tra il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, ristoratore condannato in via definitiva in febbraio per aver fatto da prestanome a un clan camorristico. Anche qui il nodo è la proporzionalità. La maggioranza ha giudicato la richiesta della Procura troppo generica, priva di un arco temporale definito, mentre le opposizioni, 5 Stelle in testa, hanno gridato allo scudo di partito. Il risultato è che la discussione tecnica sulle intercettazioni si è saldata a una vicenda concreta e politicamente esposta, facendo esplodere l’ennesima problematica divisiva in seno alla maggioranza.

E da qui in poi sono iniziate nuove manovre politiche per cercare di ricucire anche questo strappo: le commissioni Affari costituzionali e Giustizia del Senato, chiamate a votare l’emendamento, non hanno trovato l’intesa neppure dopo un vertice al ministero della Giustizia durato oltre un’ora tra il viceministro Francesco Paolo Sisto e i capigruppo di maggioranza; una via d’uscita, circolata nei giorni scorsi, pare sia quella di stralciare la norma sulle intercettazioni dal decreto Giustizia, che deve comunque essere convertito in legge entro l’11 agosto, per andare poi a infilarla in un provvedimento successivo (magari un nuovo decreto) guadagnando tempo senza far saltare la scadenza del testo principale; terza ipotesi, più rischiosa, è portare comunque il testo in Aula senza un accordo di maggioranza, lasciando decidere il voto parlamentare. Scelta a dir poco azzardata: il Governo farebbe un’altra figuraccia perché destra e sinistra si troverebbero a votare dalla stessa parte contro Forza Italia (che a sua volta verrebbe “umiliata”), ripresentando la stessa situazione vissuta alla Camera sull’emendamento che voleva reintrodurre le preferenze nella nuova legge elettorale.

Giorgia Meloni per ora minimizza e cerca di dire a Tajani che la norma riguarderebbe «solo reati gravissimi», ma al segretario di Forza Italia non basta e ribadisce la sua contrarietà di Forza Italia senza aprire spiragli. I due alleati sono insomma su barricate opposte.
Non si può non notare l’opposta concezione di garantismo dei due partiti: quando il partito della Meloni vuol garantire al cittadino la possibilità di scegliere il nome del “proprio” parlamentare, Forza Italia è (curiosamente) contro; ma quest’ultima si rivela “garantista” all’estremo anche davanti a una norma che il proprio alleato di governo sostiene di voler introdurre contro i reati più efferati previsti dal codice penale.

Ma le intercettazioni non sono l’unico conflitto del tema giustizia tra gli alleati di governo. Sullo stesso decreto pesano anche le divergenze sulla questione legittima difesa: la Lega vuole l’estensione dei confini previsti dall’articolo 52 del Codice Penale, così da stabilire la non punibilità di «qualsiasi reazione» e garantire al cittadino la massima protezione possibile contro i crimini violenti in casa propria; Forza Italia, anche qui, è contraria.

In parallelo prosegue lo scontro anche sulla riforma della legge elettorale, altro tema su cui il centrodestra non ha ancora trovato una linea comune.

Fratture diverse per materia ma con lo stesso denominatore: più si avvicinano le elezioni, più cresce la distanza tra un Fratelli d’Italia sempre più concentrato sull’ordine pubblico e la legalità e una Forza Italia che si riposiziona “garantista” a priori.

Ma intanto il tempo stringe: il decreto Giustizia deve completare l’iter parlamentare entro l’11 agosto, pena la decadenza. E con centinaia di emendamenti ancora da votare e nessun accordo in commissione, è probabile che il testo arrivi in Aula senza un mandato al relatore, cioè senza una versione condivisa dalla maggioranza demandando alla “roulette” del voto dell’emiciclo il se e il come cambieranno le regole sulle intercettazioni. E il Governo potrebbe replicare il capitombolo delle preferenze.




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 Guglielmo Macavò

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