di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Centinaia di persone incappucciate, munite di bombole di gas, lanciarazzi e ordigni artigianali, che assaltano un cantiere presidiato dalle forze dell’ordine, appiccano il fuoco a mezzi e strutture, feriscono decine di agenti. Non è la descrizione di una manifestazione che è degenerata: è la cronaca, quasi militare nella sua organizzazione, di un’azione pianificata contro lo Stato. Dopo l’assalto di ieri ai cantieri della Torino-Lione in Val di Susa, occorre avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Non siamo più di fronte al dissenso, per quanto radicale, di chi contesta un’opera pubblica. Siamo di fronte a un fenomeno che, per metodi, finalità e reiterazione, assomiglia sempre di più a ciò che il nostro ordinamento penale definisce eversione con finalità di terrorismo.
Va detto con chiarezza, perché la confusione dei piani non giova a nessuno: il diritto di manifestare, anche in forme aspre e rumorose, è un pilastro della nostra democrazia e nessuno, in questa sede, intende metterlo in discussione. Ma la linea che separa la protesta dalla violenza organizzata non è una sfumatura semantica: è un confine netto, tracciato dal codice penale prima ancora che dal buon senso. Quando centinaia di persone si presentano con il volto coperto per impedire l’identificazione, con attrezzature pensate per colpire e non per essere colpiti, con una regia che si ripete identica da anni contro le stesse infrastrutture, non stiamo più parlando di cittadini che esercitano un diritto costituzionale. Stiamo parlando di una struttura organizzata che persegue, con metodi violenti e sistematici, l’obiettivo dichiarato di impedire con la forza l’esecuzione di un’opera decisa dalle istituzioni democratiche del Paese e dell’Unione Europea.
È esattamente questo, a ben vedere, il tratto distintivo del terrorismo rispetto alla protesta: non l’intensità del conflitto sociale che lo origina, ma la scelta consapevole di sostituire la violenza al confronto politico, di imporre con la forza ciò che non si è riusciti a ottenere attraverso gli strumenti della rappresentanza. La Torino-Lione è stata discussa, votata, finanziata, sottoposta a valutazioni di impatto ambientale, contestata nelle sedi opportune per oltre trent’anni. Chi ritiene quella decisione sbagliata ha avuto, e continua ad avere, tutti gli strumenti democratici per opporvisi: il voto, il referendum locale, il ricorso amministrativo, la mobilitazione pacifica. Scegliere invece, dopo tre decenni, la via dell’assalto armato ai cantieri non è l’espressione di un dissenso non ascoltato: è la rivendicazione esplicita che la violenza debba prevalere sulla decisione democratica. È precisamente questa sostituzione della forza al diritto che la nostra legge penale, e prima ancora la nostra coscienza civile, chiamano con il nome di eversione.
Per il mondo dell’impresa, e per le piccole e medie imprese in particolare, questa vicenda non è una questione che riguarda solo l’ordine pubblico in una valle alpina. Riguarda la credibilità stessa del Paese come luogo in cui si può investire, costruire, lavorare in sicurezza. Un’infrastruttura strategica per la competitività del sistema produttivo italiano ed europeo viene tenuta in ostaggio da anni da un gruppo che non esita a incendiare mezzi e ferire agenti pur di impedirne il completamento. Se questo diventa un precedente tollerato, il messaggio che ne riceve chiunque voglia realizzare un’opera pubblica, una infrastruttura energetica, un impianto produttivo in qualunque angolo del Paese è devastante: basta organizzare violenza sufficiente, e lo Stato arretrerà. Nessuna economia moderna può permettersi un simile precedente.
Le istituzioni hanno reagito ieri con la dovuta fermezza, esprimendo solidarietà alle forze dell’ordine ferite e condannando senza ambiguità quanto accaduto. È un primo passo necessario, ma non sufficiente. Occorre che la magistratura valuti con rigore, caso per caso, se sussistano gli elementi della finalità eversiva e terroristica previsti dal nostro ordinamento, senza timori reverenziali verso un movimento che da decenni gode di una tolleranza mediatica e politica sproporzionata rispetto alla gravità dei suoi metodi. E occorre soprattutto che la politica smetta di guardare a fenomeni come questo con l’imbarazzo di chi teme di scontentare una parte del proprio elettorato. Non esiste una causa, per quanto sentita, che giustifichi il fuoco appiccato a un cantiere o il ferimento di un agente in servizio. Chi lo sostiene, direttamente o con silenzi compiacenti, non sta difendendo la democrazia: la sta lasciando indifesa.
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Paolo Longobardi
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