Scorta a Lepore e agenti minacciati: il cortocircuito dello Stato


DOPO IL CASO FAKIR: POLITICA, SICUREZZA E RESPONSABILITÀ

 

Ci sono notizie che, considerate separatamente, possono apparire perfettamente coerenti. È quando vengono messe una accanto all’altra che emerge il cortocircuito.

Il sindaco di Bologna Matteo Lepore è stato posto sotto scorta dopo le minacce ricevute in seguito alle tensioni esplose attorno alla morte di Abderrahim Fakir. Lepore ha precisato di non avere richiesto personalmente la protezione e che la misura gli è stata prospettata come una decisione dell’autorità competente.

Una precisazione doverosa, che deve essere riportata correttamente. La scorta non è un privilegio né una scelta politica: quando gli organismi preposti ritengono che esista un pericolo, lo Stato ha il dovere di proteggere chi è esposto.

Ma questa precisazione non cancella il problema politico. E, soprattutto, non elimina il cortocircuito.

La piazza promossa dal sindaco e gli scontri

La sera del 20 luglio, dopo la morte di Fakir durante un intervento della Polizia, Lepore aveva promosso un presidio pubblico di solidarietà e di richiesta di verità e giustizia.

Manifestare è un diritto costituzionale. Chiedere che ogni responsabilità venga accertata è legittimo. Nessuno può pretendere silenzio davanti alla morte di un giovane.

Ma la verità giudiziaria non viene stabilita in piazza. Viene ricostruita attraverso indagini, testimonianze, consulenze tecniche e provvedimenti della magistratura. I giudici non lavorano meglio perché una folla manifesta e non lavorerebbero peggio in assenza di un corteo.

Da quel presidio si sarebbe poi staccato un gruppo di circa cento persone che ha fronteggiato le Forze dell’Ordine. La manifestazione si è trasformata in tensione, disordini e violenza. In quelle ore sono risuonati anche slogan gravissimi contro la Polizia.

Adesso arriva un aggiornamento che rende ancora più concreto il quadro: dodici persone risultano indagate per gli scontri avvenuti dopo la morte di Fakir.

Non siamo quindi davanti soltanto a una disputa politica o a una diversa interpretazione della piazza. Esiste un’indagine sui disordini e sarà la magistratura a stabilire le responsabilità individuali.

La responsabilità politica delle parole

Lepore continua a difendere la scelta di avere promosso quel presidio. È una posizione politicamente legittima. Ma chi amministra una città non può valutare soltanto le intenzioni con le quali convoca una piazza: deve interrogarsi anche sul clima che quella mobilitazione può contribuire a creare.

Il sindaco non può essere considerato responsabile delle azioni violente compiute da singoli manifestanti. Sarebbe un’affermazione ingiusta e priva di fondamento.

Esiste però una responsabilità politica più ampia, che riguarda il linguaggio, i messaggi trasmessi e la capacità di prevedere le conseguenze di una mobilitazione organizzata mentre i fatti sono ancora oggetto di accertamento.

Una parte del centrodestra sostiene che quella piazza sia stata utilizzata per strumentalizzare la morte di Fakir e alimentare una contrapposizione con le Forze dell’Ordine. Il centrosinistra respinge questa lettura e rivendica il diritto di chiedere pubblicamente verità e giustizia.

Il confronto politico è aperto. Ma un fatto resta: dopo quella manifestazione Bologna ha assistito a scontri, minacce, accuse e a una pericolosa escalation.

Lepore protetto, gli agenti nel mirino

È qui che il cortocircuito diventa difficile da ignorare.

Il sindaco che aveva promosso il presidio è oggi protetto dagli uomini dello Stato. Nello stesso tempo, gli agenti coinvolti nell’intervento durante il quale è morto Fakir sono stati esposti sui social, indicati, insultati e minacciati prima ancora che la magistratura abbia definitivamente ricostruito ogni passaggio della vicenda.

Il SIM Carabinieri ha espresso solidarietà a Lepore, ma ha chiesto al Prefetto di valutare adeguate misure di tutela anche per i poliziotti finiti nel mirino della gogna mediatica.

Il sindacato ha inoltre proposto di valutare l’impiego della Polizia Locale nella protezione del primo cittadino, evitando di sottrarre personale delle Forze di Polizia statali alle attività di prevenzione, controllo del territorio e sicurezza dei cittadini.

Anche UNARMA ha assunto una posizione critica analoga, sostenendo che, qualora il sindaco abbia bisogno di protezione, debba essere considerato anche l’impiego della Polizia Locale.

Sono posizioni sindacali, non decisioni istituzionali. Possono essere condivise o contestate. Ma pongono una domanda alla quale la politica non può rispondere con il silenzio:

chi protegge gli uomini e le donne in divisa quando diventano bersaglio dell’odio per avere svolto il proprio servizio?

La scorta non cancella il cortocircuito

Lepore afferma di non avere chiesto la scorta. Possiamo credergli e prendere atto della sua dichiarazione.

Ma il problema non è stabilire se il sindaco desiderasse o meno essere protetto. Il problema è l’immagine che questa vicenda restituisce alla comunità.

Prima una piazza convocata per chiedere verità e giustizia. Poi gli slogan contro la Polizia. Quindi gli scontri, le indagini e le minacce. Infine il sindaco sotto la protezione delle stesse istituzioni che, durante quelle manifestazioni, sono state pesantemente contestate.

La protezione di Lepore è giusta se esiste un rischio concreto. Le minacce contro un sindaco sono inaccettabili, qualunque sia il suo partito.

Ma dire questo non significa assolvere la politica dall’obbligo di interrogarsi sugli effetti delle proprie iniziative. Perché le parole accendono le piazze e, una volta acceso il fuoco, non sempre è possibile decidere chi verrà raggiunto dalle fiamme.

Il dolore diventerà anche consenso politico?

C’è infine un altro interrogativo che, secondo quanto viene sussurrato nei corridoi della politica, qualcuno avrebbe già cominciato a porsi.

Non è una notizia confermata e, allo stato attuale, non esiste alcun elemento pubblico che consenta di parlare di candidature o di accordi politici. Ma negli ambienti del potere circolerebbe l’ipotesi che, in futuro, qualcuno possa immaginare di coinvolgere politicamente un familiare di Fakir, trasformando la battaglia per la verità in un percorso istituzionale.

Il precedente al quale inevitabilmente si pensa è quello di Ilaria Cucchi, che dopo una lunga battaglia per ottenere verità e giustizia sulla morte del fratello Stefano è entrata in Parlamento.

I due casi non possono essere sovrapposti e nessuno può attribuire oggi intenzioni politiche alla famiglia di Fakir. Sarebbe scorretto farlo. Ma la politica italiana ha dimostrato più volte di saper trasformare vicende giudiziarie di enorme impatto emotivo in simboli, battaglie pubbliche e, successivamente, percorsi elettorali.

Vedremo se queste indiscrezioni resteranno soltanto parole pronunciate a bassa voce o se qualcuno tenterà davvero di costruire attorno a questa tragedia una nuova operazione politica.

Qualora accadesse, sarebbe necessario distinguere con grande rigore il legittimo impegno civile dalla strumentalizzazione del dolore. Perché cercare la verità è un diritto. Trasformare una morte in una scorciatoia verso il consenso sarebbe tutt’altra cosa.

Lo Stato deve proteggere tutti

Questa vicenda non dovrebbe essere ridotta a una scelta tra la tutela del sindaco e quella degli agenti.

Lo Stato deve proteggere Matteo Lepore dalle minacce e deve proteggere con la stessa determinazione i poliziotti e le loro famiglie quando diventano bersaglio di intimidazioni e campagne d’odio.

Ma la politica deve anche assumersi la responsabilità delle proprie parole, dei propri gesti e delle piazze che decide di convocare.

Perché chiedere giustizia è legittimo. Delegittimare preventivamente le Forze dell’Ordine non lo è. Solidarizzare con una famiglia colpita da una tragedia è doveroso. Consentire che il dolore si trasformi in odio contro chi indossa una divisa è pericoloso.

Il danno, ormai, è stato prodotto: una città divisa, agenti esposti, dodici indagati per gli scontri e un sindaco sotto scorta.

Adesso resta da capire se la politica saprà ricucire quella frattura o se tenterà ancora una volta di utilizzarla.

Perché quando il dolore entra nei palazzi del potere, il confine tra giustizia e consenso diventa sottile. Ed è proprio lì che dovrebbe cominciare la responsabilità della politica.


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 Francesco Panasci

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