La figura di Ulisse fra Omero, Dante Alighieri e Christopher Nolan


Il nome di Odisseo è famoso in tutto il mondo. Oggi, non per opera di un poeta cieco (?) della Grecia antica, ma grazie a un colossal hollywoodiano. The Odyssey di Christopher Nolan ha conquistato e stupito il grande pubblico e, secondo i critici, conquisterà buona parte della prossima stagione di premi.

La storia di Odisseo (o UIisse, il primo è il nome greco il secondo quello romano) è alle origini della cultura occidentale. L’adattamento del mito omerico di Nolan presenta l’eroe come un uomo tormentato dal senso di colpa, impegnato in un viaggio di espiazione e redenzione. Eppure, molti classicisti si strapperebbero i capelli di fronte a questa lettura.

Per lo studioso di Omero, Odisseo è noto soprattutto per l’astuzia e per il potere di persuasione, di cui l’eroe non si scusa affatto: ha ideato lo stratagemma del cavallo di Troia e ne va fiero, e nel confronto col Ciclope non riesce a trattenersi dal rivelare il proprio vero nome al gigante sconfitto.
Per un eroe omerico le grandi imprese non hanno senso se nessuno le conosce, vittime comprese.
Successivamente, nell’antichità, L’Odissea viene letta sia dai pagani che dai cristiani come allegoria del viaggio spirituale dell’anima e del suo desiderio ultimo di tornare alla propria dimora divina. In un certo senso, questa interpretazione resta fedele a Omero stesso, che racconta la nostalgia di un uomo per la propria casa: non quella dell’aldilà con gli Immortali, beninteso, ma la casa avita, legata al sangue e alla terra.
Nel mondo antico il fascino di Odisseo era legato all’amore per la casa: i greci chiamavano questa aspirazione νόστος, (nostos) l’anelito al ritorno, parola da cui deriva il nostro «nostalgia». E come suggerisce il termine inglese (a longing for home), per i greci di Omero c’era qualcosa di innaturale nell’andare troppo lontano o nel restare troppo a lungo lontani da casa.

Non tutti, però, sono stati così indulgenti con l’astuto capitano greco: Dante colloca Ulisse nelle profondità dell’Inferno, prossimo al fondo del baratro infernale, nel girone dei Fraudolenti, tra i peccatori detti appunto «consiglieri fraudolenti».

Cosa spiega questo passaggio dall’interpretazione relativamente positiva di Omero nel mondo antico a quella che appare un’aperta ostilità di Dante nell’Italia del Trecento? Non basta dire che Dante, da cristiano, condanna una storia pagana. Cristiani dell’antichità come Clemente di Alessandria leggevano con favore la vicenda di Odisseo e Dante stesso, nella Divina Commedia, si mostra assai meno ostile verso altre figure maggiori della mitologia e della storia pagana; anzi, sceglie proprio un pagano, il poeta romano Virgilio, come guida nell’Oltretomba. Per la stessa ragione non è sufficiente affermare che Dante non conoscesse il greco e non avesse accesso diretto a Omero tramite traduzioni. Infatti guarda con simpatia ad altri pagani, reali o immaginari, di cui aveva scarsa o nessuna conoscenza diretta, come il filosofo Platone e, appunto, Omero stesso.

Le ragioni per cui Dante butta Ulisse negli abissi infernali vanno piuttosto ricercate in quello che considera una corruzione della sua natura essenziale: è un uomo che brama l’esperienza per se stessa. Dante nella sua opera ipotizza un seguito dell’Odissea – e qui Nolan farebbe bene a prendere nota – in cui l’eroe omerico riunisce i compagni per un ultimo viaggio, spingendosi oltre i confini del mondo allora conosciuto del Mediterraneo oltre le Colonne d’Ercole (lo Stretto di Gibilterra) verso l’ignoto oceano Atlantico. Per il Sommo Poeta questa avventura finale è un tradimento degli obblighi di Ulisse verso il focolare e la casa, per non parlare degli uomini che conduce a morte certa. Ma in che senso questo fa di Ulisse un «consigliere fraudolento»?

Dante lascia che sia Ulisse stesso a spiegare la propria condizione infernale: si vanta con Dante, pellegrino, di quanto facilmente abbia persuaso i compagni a unirsi al suo viaggio destinato al fallimento, quasi possedesse il potere di ammaliarli con le sue parole suadenti: giunto alle colonne d’Ercole, si rivolge ai compagni esortandoli a proseguire in un «mondo sanza gente» dove non è possibile «seguir virtute e canoscenza né acquisire esperienza de li vizi umani e del valore» proprio perché disabitato. Il che è chiaramente un inganno.

Li miei compagni fec’io sì aguti
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti.
(Inferno, Canto XXVI)

La sua meta in realtà era la montagna del Purgatorio, dove tutti i peccatori vengono preparati alla vita eterna al cospetto di Dio.
Cosa può esserci di sbagliato in questo? Ulisse è cattivo consigliere perché quel passaggio è una scorciatoia. Dante sa, per aver tentato egli stesso di arrivare alla piena conoscenza con la sola guida della ragione, senza l’aiuto della Grazia. Sa che non esiste altro modo di giungere al montagna del Purgatorio se non attraverso l’Inferno: allegoria della necessità di confrontarsi con i propri peccati prima di poterli purgare. Per Dante, quello è stato il peccato intellettuale che lo ha condotto a smarrirsi nella selva oscura.

Per Ulisse non esiste peccato, soltanto esperienza: soddisfare una curiosità fine a se stessa senza affrontare le tenebre dell’anima, viste come mera illusione di superstiziosi e ignoranti. Ulisse si ritiene autore della propria salvezza e intende dimostrarlo trascinando i compagni in un folle volo che infrange i divieti divini.

Ma Dante non mira a colpire Omero: come ogni grande poeta, trascende la propria epoca e al tempo stesso ne è segnato in modo indelebile. La virtù cristiana, lamenta, è in declino, gli uomini non sono più concentrati su quanto dovrebbero, ossia l’amore di Dio, della patria, degli amici e della famiglia.
La mera esperienza è diventata un fine in sé, per il quale non si richiede alcuna ulteriore motivazione, né si pensa a chi può essere danneggiato o trascurato nel perseguirla. Chi nel mondo terreno cerca l’esperienza di per se stessa non merita fiducia: dirà qualsiasi cosa per convincere gli altri a seguirlo.
La chiusa del Canto suona come ammonimento: infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso. Un verso che «sembra scritto su una lapide funeraria», commenta lo storico Arnaldo Momigliano.

Dante può essere considerato un profeta di quello che diventerà il vizio fondamentale (o la virtù, a seconda del punto di vista) del mondo moderno.

Omero non avrebbe riconosciuto l’Odisseo di Nolan, né lo avrebbe fatto Dante. Ma nessuno dei due poeti si sorprenderebbe del fatto che l’archetipo di Odisseo continui a essere per l’uomo moderno una chiave di lettura per giudicare i limiti e le virtù della propria cultura.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 James Bryson per ET USA

Source link

Di