Quando un territorio perde servizi, persone e occasioni di incontro, anche le reti che tengono insieme una comunità diventano una risorsa da proteggere e rafforzare. È da questa consapevolezza che ha preso forma il confronto del quarto Donor Weekend di AVIS Nazionale, che da venerdì 11 a domenica 13 settembre ha riunito a L’Aquila associazioni, istituzioni, mondo accademico, Terzo settore e sistema trasfusionale.
Il tema delle Aree Interne è stato affrontato non soltanto come una questione demografica o sanitaria, ma come una sfida che riguarda la capacità di costruire risposte vicine ai cittadini. Al centro della tre giorni c’è stato il convegno “Le Reti sociali e sanitarie del dono del sangue come presidi di comunità nelle Aree Interne”, ospitato a Palazzo dell’Emiciclo.
Dalla distanza alla prossimità
Le Aree Interne comprendono oltre 4mila Comuni, il 48,5% del totale, distribuiti su circa il 60% del territorio nazionale e abitati da circa 13,3 milioni di persone, quasi un quarto della popolazione italiana. Una dimensione che rende evidente come la questione non riguardi soltanto la demografia, ma anche la possibilità di garantire servizi e opportunità a chi vive lontano dai principali centri.
Da qui la riflessione sull’approccio place based, cioè sulla necessità di costruire risposte a partire dalle caratteristiche, dai bisogni e dalle risorse dei singoli territori. Un principio che ha attraversato il confronto sulla Strategia nazionale per le Aree Interne e che, nel corso del convegno, è stato applicato anche al sistema del dono e alla medicina trasfusionale.
In particolare, la presidente di CSVnet, Chiara Tommasini, ha richiamato la funzione del volontariato e del Terzo settore, sottolineando la «necessità di rafforzarne la presenza nelle Aree Interne e di favorire il ricambio generazionale. Ma anche di riconoscere alle organizzazioni un ruolo nella costruzione delle politiche territoriali, non soltanto nella loro attuazione». In questa prospettiva, «coprogrammazione e coprogettazione possono diventare strumenti per coinvolgere stabilmente le realtà associative nella definizione e nella gestione dei servizi di prossimità».
Si tratta di un cambio di prospettiva importante: il volontariato non soltanto come risposta a un bisogno, ma come parte della capacità di una comunità di organizzarsi e produrre nuove risposte.
Quando il dono diventa infrastruttura sociale

Su questo terreno si è inserito l’intervento del presidente di AVIS Nazionale, Oscar Bianchi: «La presenza capillare dell’associazione – ha detto – rappresenta una risorsa da rileggere alla luce dei cambiamenti demografici e socioeconomici che stanno avvenendo nelle Aree Interne e della trasformazione della sanità territoriale. AVIS è presente in migliaia di comunità e, soprattutto nelle aree più fragili, questa rete può assumere una funzione che va oltre la promozione della donazione e la raccolta del sangue». L’obiettivo indicato da Bianchi è quello di «sviluppare una nuova politica associativa territoriale, capace di mettere in relazione la rete del dono con i servizi sociali e sanitari di prossimità, la promozione della salute, l’orientamento dei cittadini e le altre realtà del Terzo settore. Anche la transizione digitale può contribuire a questo processo, rafforzando i collegamenti tra le diverse componenti della rete associativa e, in prospettiva, favorendo una maggiore integrazione con i sistemi sanitari territoriali».
Il tema, quindi, è capire come una rete costruita attorno alla solidarietà possa diventare una infrastruttura sociale di comunità, capace di mantenere relazioni e presidiare territori nei quali la distanza dai servizi rischia di tradursi anche in distanza dalle opportunità.
Un nuovo ecosistema trasfusionale di prossimità
La riflessione ha assunto una dimensione più specificamente sanitaria con il confronto dedicato alla medicina trasfusionale. Il punto di partenza è stato il cambiamento in corso nell’organizzazione dell’assistenza, con il PNRR, il Decreto Ministeriale n°77 e la Strategia nazionale per le Aree Interne, che stanno ridisegnando la rete dei servizi territoriali.
Significativo, in tal senso, quanto spiegato dalla direttrice del Centro nazionale sangue, Luciana Teofili, che ha posto la questione della costruzione di un nuovo “Ecosistema Trasfusionale di Prossimità”: «Un modello basato sull’adattabilità e sostenibilità delle soluzioni organizzative in base alle specificità e alle risorse disponibili nel contesto locale, sull’integrazione tra nodi della rete trasfusionale-territoriale-associativa, sulla flessibilità organizzativa e sulla condivisione dell’impiego delle risorse, su modelli di governance collaborativa e strumenti di amministrazione condivisa che attuano in concreto il coinvolgimento attivo delle associazioni di donatori di sangue, non solo sul piano della progettazione e realizzazione degli interventi previsti, ma anche a livello della programmazione territoriale. La sfida, in questa prospettiva, è superare un’organizzazione prevalentemente “ospedalocentrica”, senza contrapporre strutture sanitarie e territorio». Il modello di prossimità dovrebbe piuttosto integrare le due dimensioni, mantenendo concentrazione e specializzazione dove sono necessarie e introducendo maggiore flessibilità organizzativa e prossimità nei territori che ne hanno più bisogno.
Proprio la questione organizzativa è stata approfondita dal coordinatore dell’Area Trasfusionale della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Giovanni Camisasca: «L’obiettivo è costruire un modello di prossimità clinico-assistenziale della Medicina Trasfusionale basato su un approccio multidisciplinare e su strumenti di governance digitale, finalizzato alla deospedalizzazione e presa in carico presso la nuova rete assistenziale territoriale dei pazienti emopatici cronici – ha detto – mettendo in relazione strutture sanitarie, professionisti e strumenti digitali. Un’organizzazione più articolata, nella quale le diverse funzioni vengano collocate là dove possono essere svolte in modo più efficace, sostenibile e vicino ai cittadini».

A riportare poi il discorso sulla dimensione associativa è stato il Consigliere Nazionale e referente dell’Osservatorio Nazionale di AVIS, Pasquale Colamartino: «Nelle Aree Interne, le reti dei donatori possono acquisire il ruolo di “presidi socio-sanitari di comunità”, per garantire non solo gli obiettivi di autosufficienza, ma anche il miglioramento della qualità della vita e la rigenerazione sociale. In questa nuova prospettiva le reti del dono possono contribuire ad intercettare bisogni e facilitare l’accesso dei cittadini alle informazioni e ai servizi di prossimità, attraverso azioni quali ad esempio l’orientamento ai servizi sociali e sanitari territoriali, l’alfabetizzazione sanitaria e digitale, l’utilizzo del fascicolo sanitario elettronico e della telemedicina, attività di educazione sanitaria e promozione della salute, la partecipazione all’organizzazione di campagne vaccinali e di programmi di prevenzione secondaria (screening malattie croniche e oncologiche, rischio cardiovascolare)».
Inoltre Colamartino ha sottolineato l’importanza di una riorganizzazione delle reti della raccolta nelle Aree Interne «sulla base di un approccio place based, delle caratteristiche specifiche e risorse disponibili nei singoli contesti territoriali e di criteri di sostenibilità organizzativa e finanziaria. Non si tratta di definire qual è il modello migliore in assoluto, ma quello che meglio si adatta a uno specifico contesto territoriale».
Il punto di contatto tra queste diverse prospettive è dunque la prossimità: non una semplice riduzione delle distanze fisiche, ma un modo diverso di organizzare le relazioni tra sistema sanitario, associazioni e comunità.
Dalle esperienze locali a un modello da sperimentare
Ma il confronto non si è fermato ai principi. Nel corso del convegno sono state presentate esperienze sviluppate in diversi territori, da R.A.D.I.C.I. di AVIS Regionale Marche alle Botteghe della Salute di AVIS Regionale Toscana, fino alle sperimentazioni realizzate in Sicilia, Molise e Campania sull’organizzazione della raccolta, sulla condivisione delle risorse e sull’integrazione tra rete trasfusionale e servizi territoriali.
Sono esperienze differenti, nate da esigenze differenti, ma accomunate dalla ricerca di forme nuove di collaborazione tra sanità, associazionismo, Terzo settore e comunità. Ed è proprio questa capacità di adattarsi ai luoghi a rappresentare uno degli elementi centrali dell’approccio place based.
Il Donor Weekend ha indicato anche un possibile passo successivo. Al termine del convegno è stata presentata l’idea di uno studio multicentrico dedicato a “Le Reti del dono del sangue e la Medicina Trasfusionale Territoriale: un Ecosistema Trasfusionale di Prossimità nelle Aree Interne”. L’obiettivo sarà progettare e sperimentare nei territori, insieme ai diversi soggetti coinvolti, un nuovo modello di sistema trasfusionale territoriale.
Il filo conduttore della tre giorni ha infine oltrepassato la sala del convegno, con il contest grafico “Il dono che unisce i territori”, il concerto jazz della CONSAQ Big Band del Conservatorio Alfredo Casella e l’urban orienteering che domenica ha attraversato il centro storico dell’Aquila. Iniziative diverse, ma coerenti con l’idea che ha guidato il Donor Weekend: nelle Aree Interne, la rete del dono può essere anche uno dei luoghi attraverso cui una comunità mantiene relazioni, costruisce partecipazione e rafforza la propria capacità di prendersi cura di sé.
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