«Le imprese fanno debito per pagare le bollette»


Imprese costrette a fare debito per pagare le bollette. È da qui che parte l’allarme di Emanuele Orsini sul costo dell’energia e sulla competitività dell’industria italiana ed europea. «Ho gli imprenditori che mi chiamano e mi dicono che devono fare debito per pagare le bollette», ha detto il presidente di Confindustria all’assemblea dell’Unione industriali di Napoli. E il giudizio è netto: «Così ci stiamo distruggendo».

Energia, Orsini: «Le imprese fanno debito per pagare le bollette»


Per Orsini il problema non è più soltanto il prezzo dell’elettricità. È il costo complessivo di produrre in Europa mentre Stati Uniti, Cina e altri grandi concorrenti procedono più velocemente, continuano a utilizzare anche fonti fossili e sostengono le proprie industrie con politiche energetiche e investimenti di lungo periodo.

«Mi fa piacere che ci siamo accorti oggi che l’energia sia una priorità, noi non lo diciamo da oggi», ha affermato commentando le parole della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ma, aggiunge, «si sta facendo ancora troppo poco».

Il conto dell’energia arriva direttamente alle fabbriche

Il timore di Confindustria è che il differenziale energetico finisca per trasformarsi in un differenziale industriale.

Un’impresa che paga di più per alimentare macchinari, forni e stabilimenti ha meno risorse per investire, assumere, innovare e competere sui mercati internazionali.

È questo il senso dell’allarme sulla deindustrializzazione.

«Benissimo la decarbonizzazione, ma se non sappiamo essere competitivi deindustrializzeremo l’Europa», sostiene Orsini, richiamando il confronto con Cina, Stati Uniti e Sud America.

Il presidente degli industriali chiede quindi un «atto di responsabilità» da parte di governo, Regioni e istituzioni europee. Per Confindustria l’energia deve essere affrontata come una questione di interesse nazionale, non come terreno di contrapposizione ideologica.

Rinnovabili, il problema è far partire gli impianti

Orsini ribadisce di non essere contrario alle fonti rinnovabili. Il punto, sostiene, è trasformare obiettivi e autorizzazioni in capacità produttiva reale.

In Italia, secondo il presidente di Confindustria, restano oltre mille concessioni che non vengono «messe a terra».

Da qui la critica: tutti chiedono più rinnovabili, ma una parte degli impianti continua a fermarsi prima della realizzazione.

Sul nucleare il giudizio è positivo, anche se i tempi sono necessariamente più lunghi. Orsini parla di una prospettiva di otto-dieci anni.

La questione immediata resta però quella delle imprese che devono sostenere oggi costi energetici elevati.

Ets, lo scontro sui costi della transizione

Molto più duro il giudizio sul sistema europeo Ets.

Orsini ne chiede l’abolizione e sostiene che il meccanismo delle quote di emissione abbia contribuito ad aumentare la pressione su comparti energivori come ceramica, carta e vetro.

«Abbiamo dei settori che saranno penalizzati e rischiamo di chiuderli», ha avvertito.

Il nodo è sempre lo stesso: quanto può costare la transizione senza spingere le produzioni fuori dall’Europa?

Per Confindustria, se un’attività diventa meno conveniente sul continente e viene trasferita altrove, il risultato può essere una perdita industriale senza un beneficio equivalente sul piano delle emissioni globali.

«Basta misure spot»

Orsini porta lo stesso ragionamento sulla prossima manovra. «Chi vuole fare investimenti non li mette a terra in sei-otto mesi», ha ricordato, chiedendo provvedimenti stabili e programmabili.


Secondo il presidente di Confindustria, per realizzare un nuovo stabilimento in Italia possono servire anche tre anni. Da qui la richiesta di evitare interventi temporanei e costruire invece condizioni capaci di accompagnare gli investimenti nel medio e lungo periodo.

Il punto non riguarda soltanto gli incentivi.

Un imprenditore che decide se costruire un impianto deve poter valutare in anticipo il costo dell’energia, i tempi delle autorizzazioni e il quadro fiscale.

Senza queste certezze, il rischio è che il capitale venga indirizzato altrove.

Sud e Zes, il modello della semplificazione

Una parte delle dieci proposte che Confindustria presenterà in vista della prossima legge di Bilancio sarà dedicata al Mezzogiorno.

Orsini sostiene che il Sud stia mostrando risultati positivi e indica nella Zes unica uno degli strumenti da valorizzare.

L’obiettivo dichiarato è arrivare a una «Zes unica del Paese», estendendo la logica delle procedure accelerate.

Il presidente degli industriali richiama in particolare il tema delle autorizzazioni e quantifica in circa 80 miliardi il costo della burocrazia per il sistema economico.

Energia e procedure amministrative finiscono così nello stesso bilancio: entrambe possono determinare quanto costa investire e quanto tempo serve prima di produrre.

L’Europa e la sfida con Stati Uniti e Cina

Il ragionamento si allarga infine alla capacità europea di finanziare grandi progetti.

Orsini chiede un mercato unico dell’energia ma anche maggiore integrazione dei capitali e strumenti comuni di debito per sostenere investimenti strategici.

L’esempio riguarda satelliti, robotica, intelligenza artificiale e tecnologie avanzate.

La domanda posta dal presidente di Confindustria è se l’Europa voglia davvero competere con Stati Uniti e Cina o continuare ad affidare agli altri le tecnologie decisive per i prossimi decenni.

La linea che emerge dall’intervento di Napoli è quindi unica.

Non basta intervenire sulla singola bolletta né finanziare una misura per pochi mesi.

Serve, secondo Confindustria, una politica industriale che tenga insieme prezzo dell’energia, rinnovabili, nucleare, Ets, semplificazioni, investimenti e capacità finanziaria europea.

Perché il problema comincia da una fattura che un’impresa fatica a pagare, ma finisce molto più lontano.

Finisce nella decisione se quella stessa impresa continuerà a produrre in Italia e in Europa.


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