Ogni euro trattenuto per l’Inps risponde a una logica precisa, e superata una certa soglia di stipendio scatta persino un contributo aggiuntivo poco conosciuto.
Continuiamo lo speciale sulla lettura della busta paga entrando oggi in uno degli argomenti più tecnici, ma anche più rilevanti per capire il proprio cedolino: i contributi previdenziali. Ogni mese una parte dello stipendio lordo viene trattenuta e versata all’Inps, ma non tutto quello che finanzia la previdenza compare in busta paga. Vediamo insieme come funziona questo meccanismo, chi paga cosa, e cosa significano davvero le sigle come Ivs, Cigo, Cigs e Fis che spesso compaiono nel cedolino senza alcuna spiegazione.
Perché in busta paga non compaiono tutti i contributi
La busta paga non riporta, tra i contributi da trattenere e versare all’Inps, quelli che gravano direttamente sul datore di lavoro. Quest’ultimo, infatti, riveste una duplice funzione: oltre a essere sostituto d’imposta per gli aspetti fiscali, è anche sostituto previdenziale. In pratica, il datore di lavoro calcola la ritenuta previdenziale a carico del lavoratore, vi aggiunge la propria quota, individuata al momento dell’apertura della posizione Inps in base alle caratteristiche dell’azienda, come già visto nell’articolo precedente di questo speciale, e versa il totale all’istituto di previdenza.
Secondo le regole vigenti, il datore di lavoro resta responsabile del versamento dell’intero debito contributivo, con la facoltà di rivalersi sulla quota parte che spetta al lavoratore. L’importo su cui entrambi i soggetti sono obbligati a versare i contributi viene chiamato in modi diversi a seconda del contesto: imponibile Inps, previdenziale, contributivo. In concreto, si tratta della somma degli elementi retributivi lordi assoggettati a ritenuta Inps, arrotondata all’euro.
Cosa finanzia la contribuzione previdenziale
La contribuzione più importante è quella destinata alla pensione, denominata Ivs, acronimo di invalidità, vecchiaia e superstiti. Accanto a questa, esistono altre ritenute che alimentano diverse gestioni Inps, definite “minori”. Il calcolo di quanto dovuto dal lavoratore si esegue applicando all’imponibile l’aliquota prevista, che varia da settore a settore e in base al numero di dipendenti occupati dall’azienda: per esempio, l’aliquota Ivs è generalmente pari al 9,19%.
A questa si aggiunge la contribuzione per gli ammortizzatori sociali, come la Cigo, la Cigs e il Fis, di cui parleremo più avanti, il cui contributo è in parte ripartito tra datore di lavoro e lavoratore.
Perché il calcolo aritmetico non è la parte più difficile
Va detto che la parte più complessa di questo meccanismo non è il calcolo del contributo in sé, ottenibile con una semplice operazione aritmetica, cioè applicando l’aliquota percentuale all’imponibile. La difficoltà reale sta piuttosto nella cernita delle voci fisse e variabili che compongono la busta paga, decidendo quali includere o escludere, totalmente o parzialmente, dalla formazione dell’imponibile contributivo. Questo lavoro richiede una conoscenza approfondita della normativa, perché ogni voce retributiva ha un proprio trattamento specifico ai fini contributivi.
Alcune indennità, come quelle già viste nell’articolo precedente relative ai fringe benefit entro certe soglie, non concorrono a formare l’imponibile contributivo, mentre altre voci retributive vi rientrano interamente, e distinguere correttamente le une dalle altre richiede competenze tecniche specifiche.
In questo contesto, molti cedolini presentano codici, come asterischi oppure i segni + o -, che permettono di capire immediatamente come è stato trattato ciascun importo ai fini contributivi e fiscali, offrendo una sorta di legenda visiva per orientarsi tra le diverse voci.
Il contributo Ivs aggiuntivo: cos’è e quando scatta
Un elemento poco conosciuto, ma che può comparire in busta paga per i redditi più elevati, è il contributo Ivs aggiuntivo. Al fondo Ivs, il lavoratore, e solamente lui, contribuisce anche con il versamento di un’aliquota aggiuntiva. Questo ulteriore contributo, introdotto più di trent’anni fa dalla legge 438/1992, è pari all’1% ed è calcolato sulla retribuzione eccedente il limite della prima fascia di retribuzione pensionabile. L’Ivs aggiuntivo è dovuto soltanto se il regime pensionistico prevede aliquote contributive a carico del lavoratore inferiori al 10%.
A titolo informativo, poiché il valore viene adeguato ogni anno, per il 2026 questo contributo dell’1% si applica sulle retribuzioni eccedenti i 56.224,00 euro. Il calcolo e il prelievo avvengono su base mensile, tenendo conto di un dodicesimo di questo valore, pari a 4.685,00 euro. Il prelievo scatta nel momento in cui il contatore dell’imponibile previdenziale, formato dalla somma dei valori mensili accumulati nel corso dell’anno, supera questa soglia. Da quel momento in poi, compare in busta paga la relativa trattenuta.
Un lavoratore con una retribuzione mensile elevata potrebbe non vedere questa trattenuta nei primi mesi dell’anno, ma iniziare a trovarla in busta paga a partire da un certo mese, proprio nel momento in cui la somma progressiva del proprio imponibile previdenziale supera la soglia dei 4.685,00 euro mensili moltiplicati per i mesi trascorsi.
Gli ammortizzatori sociali: cosa finanziano i contributi del lavoratore
Tra i contributi a carico del lavoratore rientrano anche quelli destinati a finanziare gli ammortizzatori sociali, strumenti pensati per sostenere il reddito dei dipendenti in momenti di difficoltà aziendale. Vediamo nel dettaglio i tre principali.
La Cigo: cassa integrazione ordinaria
La Cigo, Cassa integrazione guadagni ordinaria, riguarda i settori dell’industria e dell’edilizia, e integra o sostituisce la retribuzione dei lavoratori la cui attività sia stata sospesa o ridotta per situazioni aziendali dovute a eventi transitori non imputabili né all’impresa né ai dipendenti, incluse le intemperie stagionali e le situazioni temporanee di mercato.
Al di fuori dei casi legati a eventi oggettivamente non evitabili, il trattamento di Cigo può durare 13 settimane, prorogabili fino a un massimo di 52 settimane, comunque non superabili in un biennio mobile. Un aspetto rilevante per chi legge la propria busta paga: la Cigo è finanziata esclusivamente da contributi versati dall’azienda, e per questo motivo non figura affatto nel cedolino del lavoratore.
La Cigs: cassa integrazione straordinaria
La Cigs, Cassa integrazione guadagni straordinaria, spetta invece ai dipendenti di aziende che occupano mediamente più di 15 dipendenti, e interviene per compensare la perdita di retribuzione dei lavoratori di imprese che affrontano situazioni di riorganizzazione aziendale, crisi aziendale o contratti di solidarietà. A differenza della Cigo, il finanziamento della Cigs è suddiviso tra azienda e lavoratore, con quest’ultimo che versa un contributo pari allo 0,30%. La durata di questo trattamento oscilla tra 12 e 36 mesi, a seconda della causale specifica che lo giustifica.
Il Fis: fondo di integrazione salariale
Il Fis, Fondo di integrazione salariale, garantisce la prestazione di un assegno di integrazione salariale per le causali di riduzione o sospensione dell’attività lavorativa. I datori di lavoro che occupano mediamente fino a 15 dipendenti nel semestre precedente possono accedere all’assegno sia per le causali ordinarie sia per quelle straordinarie. Per le aziende che occupano mediamente più di 15 dipendenti, invece, il Fis interviene soltanto per le causali ordinarie.
I datori di lavoro con fino a cinque dipendenti possono fruire al massimo di 13 settimane in un biennio mobile, estese a 26 settimane per quelli con più di cinque dipendenti. Anche in questo caso la contribuzione è suddivisa tra i soggetti coinvolti: il lavoratore versa circa lo 0,16667% oppure lo 0,26667%, a seconda del limite dimensionale dell’azienda in cui lavora.
A cosa serve concretamente il Fis
Vale la pena ricordare che il Fis è il fondo con cui interviene economicamente l’Inps, pagando ai lavoratori una parte della retribuzione quando l’azienda si trova in crisi e deve sospendere o ridurre l’orario di lavoro, ma non può accedere alla Cassa integrazione ordinaria. Il Fis comprende tutti i datori di lavoro, anche quelli non organizzati in forma d’impresa, che occupano almeno un dipendente, non rientrano nell’ambito di applicazione della Cigo e non sono destinatari delle tutele garantite dai Fondi di solidarietà bilaterali.
La prestazione del Fis spetta ai lavoratori subordinati, inclusi gli apprendisti di tutte le tipologie, che siano interessati da una riduzione dell’orario di lavoro o da una sospensione dell’attività lavorativa, con la sola esclusione dei dirigenti, categoria che, come già visto nell’articolo precedente dedicato alla struttura della busta paga, segue spesso regole distinte rispetto alle altre qualifiche contrattuali.
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