Il Rdc 2.0 di Conte gira alle imprese 12 mesi di assegno dopo un «breve periodo di prova». Nel 2019 erano fino a 18, con più vincoli.
Ogni mese una carta prepagata si ricaricava da sola, e con quei soldi si pagavano l’affitto e la spesa. Nel Reddito di cittadinanza 2.0, presentato dal Movimento 5 Stelle a Nova, la kermesse di Milano del 19 e 20 settembre, c’è una riga che fa cambiare tasca a quei soldi. Se un’impresa assume a tempo indeterminato un beneficiario «dopo un breve periodo di prova», riceve 12 mensilità di assegno sotto forma di sgravio contributivo. La carta smette di caricarsi, e lo stesso denaro per un anno finisce nei contributi che l’azienda non versa.
La carta, in questo articolo, è il sussidio che segue la persona. Quando la persona trova un posto, il sussidio la segue fino in ufficio e si siede sulla scrivania del datore di lavoro.
Pasquale Tridico, europarlamentare M5s, ex presidente Inps e “padre” del primo reddito, la chiama una novità. Il fatto è che nel 2019 quello sgravio esisteva già. Durava di più, e chi licenziava doveva restituirlo.
Che cos’è il Reddito di cittadinanza 2.0 proposto da Conte?
Sul palco di
Nova la proposta è stata raccontata come il ritorno di una misura universale contro la povertà, com’era il vecchio Reddito di cittadinanza. Universale vuol dire che conta il bisogno, non la categoria: chi è sotto una certa soglia di reddito lo riceve, che possa lavorare o no. Tra le ragioni il Movimento cita anche gli effetti che l’intelligenza artificialeavrà sul mercato del lavoro, cioè i posti che potrebbero sparire.
I numeri sono questi:
- soglia di reddito di base di 6.500 euro l’anno;
- fino a 3.640 euro in più per chi paga un affitto o un mutuo;
- accesso anche per gli occupabili, oggi esclusi dall’Assegno di inclusione, che riceverebbero lo stesso trattamento economico previsto oggi dall’Adi.
Qui c’è una piccola sorpresa. Quelle due cifre non sono nuove. La legge di bilancio 2025 ha alzato il reddito familiare per l’Assegno di inclusione da 6.000 a 6.500 euro, e l’integrazione per l’affitto da 3.360 a 3.640 euro. Il reddito 2.0, voglio dire, prende in prestito le soglie della misura che ha sostituito il reddito 1.0. Il vecchio Rdc si fermava a 6.000 e 3.360.
Per dire: una persona che vive da sola, senza reddito, con un affitto di 4.500 euro l’anno, con l’Adi arriva a 10.140 euro annui, cioè 845 euro al mese. Con il Rdc 2.0 avrebbe la stessa cifra. La differenza vera sta altrove: in chi entra.
Chi sono gli occupabili e che cosa dovranno fare per avere il nuovo reddito?
Prendiamo un uomo di trentasei anni, ex magazziniere, che vive a Caserta con la madre. Non ha figli, non ha disabilità, non ha più di sessant’anni. Per le regole di oggi è un occupabile: una persona considerata in grado di lavorare, e per questo fuori dall’Assegno di inclusione. Al suo posto c’è il Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl), che dal 2025 vale 500 euro al mese per un massimo di 12 mesi, prorogabili di altri 12 se si frequenta un corso di formazione.
Secondo il M5s gli occupabili sono 580mila. Il Rdc 2.0 li riporterebbe dentro la misura principale, a una condizione: seguire due percorsi.
- i Progetti utili alla collettività (Puc) nei Comuni, almeno 8 ore a settimana, un obbligo che con Adi e Sfl è stato cancellato;
- il Patto per il lavoro e la formazione, con imprese, centri per l’impiego e agenzie per il lavoro.
I Puc, per capirci, sono lavori di pubblica utilità: tenere aperta la biblioteca il sabato mattina, sistemare un’aiuola, dare una mano alla mensa scolastica. Il nostro ex magazziniere passerebbe lì almeno otto ore a settimana. Il resto del tempo sarebbe del Patto, ed è dentro il Patto che si trova la riga da cui siamo partiti.
Come funziona lo sgravio di 12 mensilità per le imprese che assumono?
Il meccanismo è semplice. Nel centro per l’impiego o nell’agenzia per il lavoro il beneficiario firma un patto con un’azienda. Se l’azienda, dopo un breve periodo di prova, lo assume a tempo indeterminato, ottiene 12 mensilità di Reddito 2.0 sotto forma di sgravio contributivo. Sgravio contributivo significa che l’impresa paga meno contributi all’Inps per quel lavoratore. Tridico la spiega così: «Questa è una novità che abbiamo introdotto affinché le imprese siano incentivate ad assumere percettori di reddito, dopo una fase di prova».
Facciamo i conti con l’esempio di prima. Se lo sgravio fosse pari all’assegno pieno di 845 euro, l’azienda risparmierebbe
10.140 euro in un anno. È la carta prepagata che, invece di ricaricarsi nel portafoglio di chi cerca lavoro, si svuota nel modello con cui l’impresa versa i contributi.
Ora la memoria. L’articolo 8 del decreto legge 4 del 2019, quello del primo reddito, prevedeva già un esonero dai contributi per chi assumeva un beneficiario, legato all’importo del reddito e con un tetto di 780 euro al mese. La durata era la differenza tra 18 mensilità e quelle già incassate dal beneficiario, con un minimo di 5. E c’era un freno: chi licenziava entro i 36 mesi successivi all’assunzione doveva restituire l’incentivo. Il datore di lavoro doveva anche aumentare in modo netto il numero dei dipendenti a tempo indeterminato.
Diciotto mesi, allora. Dodici, adesso. Giuro.
Io la leggo così: la vera novità non è lo sgravio, ma il periodo di prova che lo precede. Quanto dura un “breve periodo di prova”? Nelle cronache della proposta non c’è scritto. E non si legge nemmeno se torna l’obbligo di restituire i soldi in caso di licenziamento. Sono due righe che mancano, e da quelle due righe dipende se lo sgravio è un ponte verso un posto stabile o un anno di contributi scontati.
Quanto costa il Reddito di cittadinanza 2.0 e chi lo paga?
Oggi le misure contro la povertà costano circa 6 miliardi l’anno. Tridico stima che il Rdc 2.0 ne richieda 2 in più, per un totale di 8 miliardi. Come copertura indica un aumento delle tasse sul
gioco d’azzardo.
Tommaso Nannicini, che alla Leopolda di Matteo Renzi ha curato “Le primarie delle idee”, fa un conto diverso. Rispetto ai 6 miliardi di oggi, dice, ne servono 3 o 4 in più, non 2. A questo aggiunge l’indicizzazione, cioè l’adeguamento dell’assegno al costo della vita: con l’inflazione al 3 per cento costerebbe circa 300 milioni in più ogni anno. Per dire: un assegno da 845 euro, dopo un anno di inflazione al 3 per cento, dovrebbe salire a circa 870 euro per comprare le stesse cose. Moltiplicato per centinaia di migliaia di famiglie, fa quella cifra.
Nannicini chiede anche che le priorità di spesa si decidano insieme, al tavolo del programma della coalizione. E ne elenca altre: abbassare le tasse ai giovani, difendere i salari dal
fiscal drag (l’effetto per cui un aumento di stipendio che serve solo a inseguire i prezzi fa salire di scaglione e aumenta le tasse), pagare di più insegnanti, medici, infermieri e terzo settore.
Tra 2 e 4 miliardi c’è il doppio. Non è un dettaglio di contabilità: è la distanza tra una proposta che si finanzia con le scommesse e una che deve cercare altri soldi.
Che cosa cambia per centri per l’impiego e piattaforma Siisl?
Un ufficio al piano terra di un palazzo comunale, una fila di sedie di plastica, un numero da prendere al distributore. I centri per l’impiego sono questo, quasi ovunque. Il Rdc 2.0 li mette al centro: è prevista la presa in carico obbligatoriadi tutti i beneficiari da parte di Comuni, centri per l’impiego o agenzie per il lavoro. Presa in carico vuol dire che qualcuno ti segue, con un nome e un progetto, e non solo un bonifico.
Per far funzionare le cose, la proposta chiede di completare il Piano di potenziamento dei centri per l’impiego varato nel 2019. Le Regioni non lo hanno ancora finito, nonostante uno stanziamento di 1 miliardo. Sette anni dopo, il reddito 2.0 riparte dallo stesso cantiere aperto del reddito 1.0.
Poi c’è la piattaforma Siisl (Sistema informativo per l’inclusione sociale e lavorativa), che andrebbe rafforzata e collegata ai dati di Comuni, centri per l’impiego, agenzie per il lavoro, imprese e beneficiari di tutte le prestazioni di sostegno al reddito, come la Naspi e la Cassa integrazione. Per capirci: la Naspi è l’indennità di chi perde il lavoro, la Cig quella di chi il lavoro ce l’ha ma è fermo perché l’azienda è in crisi.
Il nuovo reddito verrebbe anche legato al programma Garanzia di occupabilità dei lavoratori (Gol), in cui entrerebbero tutti gli occupabili, per formazione e ricerca attiva di lavoro. Ogni beneficiario dovrebbe caricare il proprio profilo sulla piattaforma. E le aziende che ricevono sgravi pubblici dovrebbero pubblicare su Siisl le loro vacancy, i posti liberi, divisi per provincia e per codice di attività.
Anche questa, a guardarla bene, ha un’aria di famiglia. Nel 2019 per avere l’incentivo bisognava comunicare in anticipo i posti disponibili alla piattaforma, e fu la legge di bilancio 2022 a cancellare quell’onere per i datori di lavoro.
Che cosa pensa il Pd del nuovo reddito di cittadinanza?
Nella ricostruzione di questi giorni, la proposta ha anche un calendario politico: le
primarie di coalizione. Accanto allo slogan “basta armi all’Ucraina”, Giuseppe Conte punterebbe sul reddito, soprattutto al Sud, per parlare ai quasi 600milacittadini che lo ricevevano e lo hanno perso con le scelte del governo Meloni. I cronisti scommettono che Conte userà la proposta come sua nella campagna, anche se sul merito il Pd è vicino.
Vicino lo è davvero. Cecilia Guerra, responsabile Lavoro del partito, dice che la distinzione tra occupabili e non, che definisce «un unicum meloniano», va superata, e che presa in carico e progetto personalizzato sono sempre stati al centro delle proposte dem.
Ma nel Pd c’è anche chi frena. Giorgio Gori, area riformista, avverte che un ripristino puro e semplice andrebbe evitato, per i limiti noti della misura: il fallimento della parte sul lavoro, il disincentivo al lavoro regolare, le frodi accertate. Una misura universale contro la povertà, aggiunge, è comunque necessaria. Un “ni”, lo chiamano. Che diventa un no, con i conti di Nannicini, man mano che ci si sposta verso il centro della coalizione, dove Renzi sta costruendo la sua casa.
Lo so che in campagna elettorale le misure si vendono a pacchetto, e che i dettagli si sistemano dopo. Il guaio è che, con il reddito, i dettagli sono proprio la parte che nel 2019 non aveva funzionato.
Che cosa racconta la carta che si ricarica sul ritorno del reddito di cittadinanza?
Torniamo alla carta prepagata. Il Rdc 2.0 ha deciso dove deve andare a finire quando il beneficiario trova un posto: dodici volte nei conti dell’azienda che lo assume. Non ha ancora deciso, almeno nella versione raccontata, dopo quanto tempo e con quali garanzie. Il testo, per quel che se ne sa, si limita a disporre che il periodo di prova sia breve. Breve. Come una circolare che stabilisce, con tutta la serietà del caso, che la pausa caffè non deve essere lunga.
È lì che si decide tutto. Una prova di due settimane e una di sei mesi fanno due misure diverse. Uno sgravio che si restituisce se licenzi e uno che resta comunque in cassa fanno due imprese diverse, e due lavoratori diversi.
A me sembra che il reddito 2.0 dica una cosa vera sul modo in cui facciamo le regole: si cambia nome, si cambia numero di versione, e si rimettono in circolo gli stessi attrezzi, a volte più corti. Le soglie dell’Adi, lo sgravio del 2019, l’obbligo di pubblicare i posti liberi, il piano per i centri per l’impiego che aspetta dal 2019. Ma un ragazzo di Caserta che entra in un capannone di Marcianise la mattina del primo giorno di prova, con il badge provvisorio al collo, il caporeparto che gli mostra dove si timbra, i bancali da spostare e il telefono che vibra in tasca per l’ultimo accredito, non vive di versioni e di nomi: vive del numero di giorni che passano prima della firma.
La carta si ricarica un’ultima volta. Poi i soldi cambiano tasca. Quanto dura la prova, ancora, nessuno l’ha scritto.
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