C’è un errore che quasi tutti commettono nei primi anni di partita IVA: guardare il saldo del conto corrente e pensare “questo è quello che ho guadagnato”. Poi arrivano le scadenze fiscali, i contributi da versare, l’IVA da riversare, e quel numero si sgonfia di colpo. Il risultato è lo stesso di sempre: la sensazione di non avere messo via abbastanza, e un po’ di ansia ogni volta che si avvicina una scadenza. La verità è semplice: non tutto ciò che entra sul conto è reddito disponibile. Tra il compenso che fatturi (il lordo) e quello che ti resta davvero in tasca (il netto) ci sono diverse voci che fanno la loro parte: alcune sono tasse e contributi veri, altre sono solo soldi “di passaggio” che non ti sono mai appartenuti.
In questo articolo vediamo, passo per passo e con esempi numerici, come si passa dal lordo al netto con la partita IVA. Capirlo serve a due cose: fissare le tariffe nel modo giusto e, soprattutto, accantonare la cifra corretta per non trovarsi mai scoperti quando arriva il momento di pagare.
Le voci che trasformano il lordo in netto
Quando emetti una fattura, l’importo che scrivi non è tutto tuo. Vediamo le voci che incidono, una alla volta, perché ognuna ha una logica diversa.
1. La ritenuta d’acconto (20%): un anticipo, non un costo
Se il tuo cliente è un sostituto d’imposta (un’azienda, un altro professionista, un ente), al momento del pagamento trattiene il 20% del tuo compenso e lo versa allo Stato per conto tuo. In fattura lo vedi come “ritenuta d’acconto“.
Il punto chiave, che genera molta confusione: la ritenuta non è un costo aggiuntivo. È un anticipo delle tue imposte. Quei soldi, che non ricevi subito, vengono “scomputati” in dichiarazione dei redditi: se hai già versato tramite ritenuta, pagherai di meno a conguaglio (o avrai un credito). In pratica incassi meno oggi, ma pagherai meno domani.
ATTENZIONE: i contribuenti in regime forfettario non applicano la ritenuta d’acconto in fattura. Se sei forfettario incassi l’intero importo, ma questo significa solo che le imposte le verserai tutte tu, dopo: non che paghi meno.
2. I contributi previdenziali: la voce più sottovalutata
È la voce che pesa di più e che quasi tutti dimenticano di mettere in conto. Dipende dalla tua cassa previdenziale.
Se sei iscritto alla Gestione Separata INPS (i professionisti “senza cassa”): l’aliquota ordinaria per il 2026 è pari al 26,07% del reddito. Si versa tramite il modello Redditi, con saldo e acconti. È un contributo sostanzioso: su un reddito di 30.000 euro significa quasi 7.800 euro.
Se sei iscritto a una cassa professionale (commercialisti, avvocati, ingegneri e così via): versi un contributo soggettivo calcolato sul reddito professionale (con aliquote che partono tipicamente dal 12% circa, variabili per cassa) e un contributo integrativo del 4% calcolato sul volume d’affari. Quest’ultimo, di norma, viene addebitato in fattura al cliente e poi riversato alla cassa: anche questo, quindi, è un importo “di passaggio” che transita dal tuo conto ma non è tuo.
Un aspetto positivo: i contributi obbligatori sono generalmente deducibili dal reddito, cioè abbassano la base su cui calcoli le imposte (nel regime ordinario; nel forfettario la logica è diversa, come vediamo più avanti).
3. L’IVA: soldi che non sono mai stati tuoi
Se non sei in regime forfettario, applichi l’IVA in fattura (di norma il 22%). Quell’importo non è un tuo ricavo: lo incassi dal cliente per conto dello Stato e devi riversarlo, al netto dell’IVA che a tua volta hai pagato sugli acquisti (IVA detraibile).
L’errore classico è considerare l’IVA incassata come disponibilità. Non lo è: è denaro in transito. Il consiglio pratico è trattarla separatamente, molti professionisti la “parcheggiano” su un conto dedicato a imposte e contributi, per non ritrovarsi a corto quando arriva la liquidazione.
Il forfettario, su questo, è avvantaggiato: non applica l’IVA in fattura, quindi non deve gestire questo meccanismo.
4. Le imposte sul reddito
È l’ultimo tassello, e cambia radicalmente a seconda del regime.
- nel regime forfettario si applica un’imposta sostitutiva del 15%, ridotta al 5% per i primi cinque anni se ricorrono le condizioni delle nuove attività. Sostituisce IRPEF, addizionali e IRAP
- nel regime ordinario si applica l’IRPEF a scaglioni: per il 2026 le aliquote sono 23% fino a 28.000 euro, 33% da 28.000 a 50.000 euro e 43% oltre, a cui si aggiungono le addizionali regionali e comunali. L’IRAP, invece, non è dovuta dai professionisti che esercitano in forma individuale.
Come cambia il netto: forfettario o ordinario
Qui sta la differenza più grande, perché i due regimi calcolano il reddito in modo opposto.
Nel forfettario, il reddito si ottiene applicando un coefficiente di redditività ai compensi incassati, senza considerare i costi reali. Per le attività professionali il coefficiente è il 78%: significa che il 22% dei compensi è considerato “costo forfettario” a prescindere da quanto spendi davvero. Su questo reddito “teorico” si calcolano contributi e imposta sostitutiva. È semplice e spesso molto conveniente, ma ha un limite: se hai costi reali elevati, non li puoi dedurre.
Nel regime ordinario, al contrario, i costi si deducono analiticamente: dai compensi togli le spese effettive (documentate) e paghi su ciò che resta. È più complesso e di solito più caro in termini di aliquote, ma diventa conveniente quando le spese sono tante, soprattutto se hanno IVA detraibile.
La soglia di accesso al forfettario resta a 85.000 euro di compensi.
Dal lordo al netto con la partita IVA: esempi
Vediamo il caso di un professionista con 50.000 euro di compensi, confrontando i regimi. I numeri sono indicativi e servono a dare l’ordine di grandezza, non a sostituire un calcolo personalizzato.
Esempio 1: costi bassi (10.000 euro di spese)
| Forfettario 5% | Forfettario 15% | Ordinario | |
|---|---|---|---|
| Base di calcolo | 39.000 € (coeff. 78%) | 39.000 € | 40.000 € (dopo costi) |
| Contributi (ipotesi 15%) | ~5.850 € | ~5.850 € | ~6.000 € |
| Imposta | ~1.660 € | ~4.970 € | ~8.500–9.000 € |
| Disponibilità finale | ~32.500 € | ~29.200 € | ~25.000 € |
Con costi contenuti, il forfettario vince nettamente: non potendo comunque dedurre molte spese, l’approccio forfettario e le aliquote più basse lasciano più soldi in tasca.
Esempio 2: costi alti (30.000 euro di spese)
| Forfettario 5% | Forfettario 15% | Ordinario | |
|---|---|---|---|
| Disponibilità finale | ~12.500 € | ~9.200 € | ~13.300–13.500 € |
Qui lo scenario si ribalta: con costi elevati, il regime ordinario diventa più conveniente (di circa 4.000 euro rispetto al forfettario al 15%, e leggermente meglio anche del 5%), perché le spese reali abbattono il reddito imponibile. Il vantaggio può crescere ancora se molte di quelle spese hanno IVA detraibile.
La morale: non esiste un regime “sempre migliore”. Dipende dalla struttura dei tuoi costi. Ed è esattamente il tipo di analisi che conviene fare con un commercialista prima di scegliere.
Quanto accantonare per non trovarsi scoperti
Capito che il lordo non è il netto, la domanda pratica è: quanto metto da parte di ogni incasso? Non è un obbligo di legge, ma è l’abitudine che distingue chi dorme sereno da chi va nel panico a ogni scadenza. Ecco delle percentuali di riferimento:
- Forfettario con imposta al 5%: accantona il 20-30% dei compensi
- Forfettario con imposta al 15%: accantona il 25-35%
- Regime ordinario: accantona il 35-45%, percentuale che può salire per chi è iscritto alla Gestione Separata o ha redditi elevati con pochi costi
Due accorgimenti importanti:
- Se subisci la ritenuta del 20%, hai già “accantonato” una parte delle imposte, quindi la percentuale da mettere via può essere più bassa
- L’IVA va gestita a parte, non rientra in queste percentuali: tienila su un conto dedicato, perché non è tua
Il metodo più semplice e a prova di errore è aprire un secondo conto per tasse e contributi e spostarci subito la quota di ogni incasso. Quello che resta sul conto principale è davvero tuo.
Dal lordo al netto con la partita IVA: gli errori più comuni
- Scambiare il saldo del conto per il guadagno. Dentro ci sono IVA, contributi e imposte future: non è tutto reddito disponibile
- Considerare la ritenuta come una perdita. È un anticipo d’imposta, non un costo: la recuperi in dichiarazione
- Dimenticare i contributi previdenziali. Sono la voce più pesante e la più sottovalutata: il 26,07% della Gestione Separata su redditi anche medi diventa una cifra importante
- Spendere l’IVA incassata. Non è tua: va riversata. Confonderla con la disponibilità è una delle cause più frequenti di problemi di liquidità
- Scegliere il regime “a sensazione”. Forfettario e ordinario convengono in situazioni diverse: la scelta va fatta sui numeri, soprattutto sui costi
- Non accantonare nulla durante l’anno. Rimandare significa trovarsi a pagare tutto insieme alle scadenze, senza averlo messo da parte.
Conoscere il netto per decidere meglio
Saper passare dal lordo al netto non è un esercizio da contabili: è ciò che ti permette di fissare tariffe sostenibili, di sapere quanto puoi davvero spendere e di arrivare alle scadenze senza sorprese. Le voci in gioco (ritenuta, contributi, IVA, imposte) seguono logiche diverse, e alcune di quelle somme non ti sono mai appartenute davvero.
La parte più delicata resta la scelta del regime e il calcolo preciso di quanto accantonare: dipendono dalla tua attività, dai tuoi costi e dalla tua cassa previdenziale. Farli bene significa non pagare più del dovuto e non ritrovarsi mai scoperti.
Se vuoi capire quanto ti resta davvero e qual è il regime più conveniente per la tua situazione, possiamo aiutarti: con una consulenza personalizzata analizziamo compensi, costi e previdenza e costruiamo insieme il piano di accantonamento su misura; e se stai iniziando, con il servizio di apertura della Partita IVA scegliamo regime e inquadramento nel modo giusto fin dal primo giorno.
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