Minacciano un sindaco. E qualcuno ci chiede ancora di stare zitti
Premessa della Redazione
Quella delle minacce al sindaco di Porto San Giorgio non è stata una delle notizie più discusse degli ultimi giorni. Non ha occupato per settimane le aperture dei telegiornali nazionali, non ha generato grandi dibattiti televisivi e, per molti aspetti, è rimasta confinata nelle cronache locali.
Eppure Il Moderatore ha deciso di portarla all’attenzione dei propri lettori.
Non perché si tratti di un episodio isolato, ma esattamente per il motivo opposto.
Perché le minacce rivolte il 29 maggio scorso al sindaco Valerio Vesprini durante un controllo sul territorio rappresentano un fatto grave che si inserisce in un contesto più ampio fatto di baby gang, maranza, aggressioni, intimidazioni e crescente sfida verso le istituzioni.
Quando un sindaco si sente dire «Ti squarto» e «Sappiamo dove trovarti», non siamo davanti a una semplice notizia di cronaca locale.
Siamo davanti a un segnale che riguarda tutti.
Per questo abbiamo scelto di dedicare a questa vicenda una riflessione più ampia sul rapporto tra sicurezza, integrazione, responsabilità educativa e autorevolezza dello Stato.
Un sindaco, Valerio Vesprini, impegnato sul territorio insieme alla polizia locale, viene minacciato da giovani appartenenti a gruppi già noti alle cronache. Non una contestazione politica. Non una protesta. Non una critica.
Una minaccia.
«Ti squarto.»
«Sappiamo dove trovarti.»
«Ti facciamo fare una brutta fine.»
Parole che non colpiscono soltanto un sindaco. Colpiscono lo Stato.
Perché quando qualcuno arriva a parlare così a un rappresentante delle istituzioni significa che non ne riconosce più l’autorità. Peggio ancora: significa che non ne teme le conseguenze.
Ed è questo il punto che dovrebbe preoccupare tutti.
Da anni leggiamo cronache sempre più simili tra loro. Baby gang. Maranza. Aggressioni. Rapine. Pestaggi. Stazioni ferroviarie trasformate in territori di intimidazione. Ragazze molestate. Anziani derubati. Commercianti minacciati.
Ogni volta si cerca una spiegazione.
Il disagio sociale.
La periferia.
La povertà educativa.
Le famiglie difficili.
Argomenti che meritano attenzione, certo.
Ma a un certo punto bisogna avere il coraggio di dire una cosa semplice: nessuna difficoltà sociale autorizza la violenza.
Milioni di persone vivono situazioni difficili senza diventare delinquenti.
Milioni di italiani e di immigrati onesti lavorano, studiano, rispettano le regole e crescono i propri figli nel rispetto della legge.
Il problema non è chi arriva in Italia per costruirsi un futuro.
Il problema è chi rifiuta le regole dell’Italia e pretende di imporre le proprie.
E questo fenomeno esiste.
Negarlo significa chiudere gli occhi davanti alla realtà.
Da giornalista osservo con preoccupazione un altro fenomeno: la paura di raccontare le cose come stanno.
Se un’aggressione avviene e gli autori sono italiani, lo si scrive.
Se un’aggressione avviene e gli autori sono stranieri o figli di immigrati, improvvisamente molti cercano giri di parole, attenuanti preventive, spiegazioni sociologiche.
La verità non dovrebbe avere cittadinanza politica.
Dovrebbe semplicemente essere raccontata.
Perché un giornalismo che seleziona i fatti in base alla convenienza ideologica smette di essere giornalismo.
Così come una politica che minimizza sistematicamente il problema finisce per perdere il contatto con la vita reale delle persone.
Le famiglie che hanno paura di far uscire i figli la sera non vivono nei convegni.
Vivono nei quartieri.
I commercianti che abbassano le serrande non vivono nelle teorie.
Vivono nelle strade.
Le vittime delle aggressioni non vivono nei comunicati stampa.
Vivono sulla propria pelle ciò che accade.
Per questo la vicenda di Porto San Giorgio è più importante di quanto sembri.
Non riguarda soltanto un sindaco minacciato.
Riguarda il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Riguarda l’autorevolezza dello Stato.
Riguarda la certezza della pena.
Riguarda il diritto di vivere in sicurezza.
Qualcuno dirà che queste riflessioni alimentano la paura.
Io penso il contrario.
La paura cresce quando i problemi vengono nascosti.
Quando i cittadini hanno la sensazione di essere lasciati soli.
Quando vedono ripetersi gli stessi episodi senza che nulla cambi davvero.
Lo Stato deve tornare a essere percepito come più forte di qualsiasi banda.
Più forte di qualsiasi baby gang.
Più forte di qualsiasi maranza.
La domanda che molti cittadini si pongono è semplice.
Perché non hanno paura?
Perché un gruppo di ragazzi arriva a minacciare un sindaco sapendo che davanti a sé non ha un privato cittadino, ma un rappresentante dello Stato?
Forse perché si è diffusa una convinzione pericolosa.
Che tutto sia negoziabile.
Che tutto sia giustificabile.
Che dietro ogni atto di violenza vi sia sempre un alibi pronto all’uso.
Il disagio.
La periferia.
L’integrazione mancata.
La fragilità sociale.
Temi reali, certamente. Ma che non possono trasformarsi in una licenza per intimidire, aggredire o terrorizzare intere comunità.
L’Italia ha accolto milioni di persone che lavorano onestamente, rispettano le regole e contribuiscono alla crescita del Paese.
Ma proprio per rispetto verso questi cittadini onesti non possiamo ignorare chi delle regole si fa beffe.
Non possiamo fingere di non vedere.
Non possiamo continuare a raccontare che si tratta sempre e soltanto di episodi isolati.
Perché quando un sindaco viene minacciato, quando le baby gang occupano quartieri e stazioni, quando cittadini e commercianti iniziano ad avere paura, il problema non è più la cronaca.
Diventa una questione di libertà.
E uno Stato autorevole non si misura da come reagisce dopo una tragedia.
Si misura dalla capacità di impedirla.
Per questo la vicenda di Porto San Giorgio riguarda tutti noi.
Perché nessun cittadino dovrebbe arrivare a chiedersi se serva un morto per accorgersi che il problema esiste.
La politica rifletta.
Le istituzioni riflettano.
L’informazione rifletta.
Perché minimizzare, nascondere o fingere che tutto vada bene non renderà le nostre città più sicure.
Le renderà soltanto più vulnerabili.
E il silenzio, in questi casi, non è mai una soluzione.
C’è poi un tema che troppo spesso viene rimosso dal dibattito pubblico: la responsabilità dei genitori.
Ogni volta che un minore commette un’aggressione, una rapina, una minaccia o un atto di violenza, l’attenzione si concentra esclusivamente sul ragazzo. Raramente qualcuno si chiede dove fossero gli adulti che avevano il dovere di educarlo, controllarlo e trasmettergli il rispetto delle regole.
Nessuno nasce maranza.
Nessuno nasce violento.
Dietro ogni giovane che considera normale minacciare un sindaco, aggredire un coetaneo o terrorizzare un quartiere, esiste quasi sempre un fallimento educativo che non può essere ignorato.
Per questo ritengo che l’Italia debba tornare a discutere seriamente del principio di corresponsabilità genitoriale, tema che negli anni abbiamo più volte proposto nel dibattito pubblico.
Quando un minore commette reati gravi o reiterati, non può essere soltanto lo Stato a intervenire dopo il fatto. Occorre interrogarsi anche sul ruolo e sulle responsabilità di chi aveva il compito di educare quel ragazzo.
I diritti dei genitori sono sacrosanti.
Ma insieme ai diritti esistono anche i doveri.
E tra questi vi è quello di formare cittadini rispettosi della legge e della convivenza civile.
Se continuiamo a considerare ogni episodio come una responsabilità esclusivamente individuale del minore, senza mai affrontare il tema della responsabilità educativa familiare, continueremo a curare gli effetti senza intervenire sulle cause.
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Francesco Panasci
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