Sorelline scomparse, ipotesi rapimento. Penelope: «Escluso siano scappate da sole». Accuse alla casa famiglia: hanno ritardato l’allarme






Sarah e Alisya Di Giacinto, sorelle di 16 e 12 anni originarie di Minturno, in provincia di Latina, sono scomparse nella notte tra sabato e domenica da una comunità educativa protetta di Civitella Alfedena, piccolo borgo incastonato tra le montagne aquilane. Da quel momento, nessuno ha più avuto notizie.


Sale l’ipotesi rapimento


Secondo le prime ipotesi e ricostruzioni, le due ragazze si sarebbero allontanate tra le due e le cinque del mattino, presumibilmente passando attraverso una finestra danneggiata, priva di inferriate, della struttura che le ospitava, la comunità educativa Ofh Hope. Una pista che convince sempre meno chi indaga. La struttura si trova in una zona isolata, priva di sistemi di videosorveglianza interni e senza allarme. Le uniche telecamere del paese, posizionate agli ingressi e alle uscite del borgo, non hanno registrato il passaggio delle due minori. Il borgo è circondato da boschi con fauna selvatica. L’idea che due ragazzine, senza telefono cellulare e senza punti di riferimento, si siano allontanate a piedi di propria iniziativa in piena notte appare, secondo gli esperti, sempre meno plausibile.


«Per come è fatto il luogo è difficile immaginare che possano essersi allontanate da sole senza essere viste o intercettate», ha dichiarato Alessia Natali, presidente dell’associazione Penelope Abruzzo, che sta supportando la famiglia nelle ricerche. «È da escludere che possano essersi allontanate a piedi. Parliamo di un contesto isolato, con distanze significative dai centri abitati. L’idea che due minori possano essersi mosse da sole appare poco plausibile.» Rimane quindi aperta, e sempre più concreta, l’ipotesi che dietro ci sia la mano di qualcuno, che potrebbe averle aiutate o forse rapite. 


Il ritardo che pesa sulle indagini


Uno degli elementi più critici di questa vicenda riguarda i tempi dell’allarme. Il personale della comunità educativa ha atteso il primo pomeriggio di domenica prima di contattare le forze dell’ordine e i familiari, sperando che le ragazze si facessero vive da sole. Una scelta che ha fatto perdere ore preziose e che è finita nel mirino degli inquirenti. Su questo punto è stata aperta una seconda inchiesta parallela, volta ad accertare eventuali responsabilità omissive da parte della struttura.


Le indagini principali, per il reato di sottrazione di minori, sono coordinate dalla Procura di Sulmona, con il sostituto procuratore Stefano Iafolla e sotto la supervisione del procuratore Luciano D’Angelo. I carabinieri di Castel di Sangro, guidati dal capitano Giuseppe Testa, hanno effettuato un sopralluogo nella struttura, ascoltato tutto il personale, esaminato la stanza delle due ragazze e acquisito i dispositivi elettronici presenti. Come riporta Il Centro, stato anche sentito un minore, fidanzato della sedicenne, che ha risposto alle domande degli investigatori senza fornire tuttavia elementi utili. Sul caso indaga anche la Procura del Tribunale per i Minorenni, che sta valutando il possibile coinvolgimento di terzi.


Una storia familiare segnata


Per comprendere la vicenda è necessario guardare a un passato difficile.

Sarah e Alisya vivevano in comunità protetta da circa sette anni, da quando il tribunale aveva sospeso la responsabilità genitoriale di entrambi i genitori — una decisione maturata a seguito di una separazione conflittuale e di una situazione familiare complessa, gestita poi dai servizi sociali con la nomina di un tutore, identificato nel sindaco di Minturno. Il padre, Stefano, aveva comunque mantenuto un contatto affettivo con le figlie: l’ultima telefonata tra lui e Sarah risaliva al 22 maggio scorso, quando era stata lei a chiamarlo.

Il 28 maggio, pochi giorni prima della sparizione, il Tribunale di Cassino aveva emesso una sentenza definitiva che revocava la sospensione della responsabilità genitoriale nei confronti del padre, mentre la posizione della madre era rimasta sfavorevole. Le minori, però, avrebbero dovuto restare ancora per qualche mese in comunità prima di tornare a una vita diversa. Una temporizzazione che, a pochi giorni da quella sentenza, appare oggi tutt’altro che casuale agli occhi degli investigatori.


Gli appelli disperati dei genitori


Sia il padre che la madre — separati e con posizioni giuridiche distinte — hanno lanciato appelli pubblici. «Aiutatemi a ritrovare le mie due figlie minorenni», ha scritto il padre. «Non so dove possano essere andate. Spero stiano bene e che vengano ritrovate al più presto.» La madre, dal canto suo, ha presentato denuncia ai carabinieri e ha rivolto un appello accorato a chiunque potesse avere informazioni: «Vi prego, parlate subito. Anche una notizia che può sembrare piccola può essere decisiva. Non trattenete informazioni, non proteggete silenzi.»


Ricerche estese, piste da verificare


Le ricerche, coordinate dalla prefettura, si sono estese ben oltre i confini abruzzesi. Gli investigatori hanno puntato in particolare sul territorio del basso Lazio — tra Minturno, Scauri e Fondi, luoghi legati alle origini familiari delle due ragazze — ritenuto una possibile meta della loro fuga. Una segnalazione aveva inizialmente collocato le sorelle a Frosinone, ma gli accertamenti successivi hanno escluso che si trattasse di loro. Un altro presunto avvistamento, giunto all’associazione Penelope, non ha trovato riscontri concreti. Al momento non esistono immagini video che le ritraggano da dopo la sparizione. «Si brancola nel buio», ha ammesso Natali. «L’unica segnalazione ritenuta attendibile risale ai primissimi momenti successivi alla scomparsa.»


Le foto delle due sorelle sono state diffuse in tutta Italia attraverso i canali delle forze dell’ordine e dei media, con l’appello a chiunque le riconosca di contattare immediatamente i carabinieri.


Un caso che solleva domande più grandi


La scomparsa di Sarah e Alisya non è soltanto una storia di cronaca. È anche la storia di un sistema di protezione dell’infanzia chiamato a rispondere di come vengono custoditi i minori affidati alle strutture, di quali protocolli vengono seguiti in caso di allontanamento, e di quanto rapidamente vengono attivati i soccorsi. La mancanza di sorveglianza nella comunità educativa, il ritardo nell’allarme, l’assenza di telefoni nelle mani delle ragazze: elementi che, insieme, compongono un quadro su cui magistratura e opinione pubblica chiedono risposte chiare.




Ultimo aggiornamento: venerdì 12 giugno 2026, 10:05





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