Quante altre Belfast, quanti altri casi Nowak serviranno perché si interrompa nel Regno Unito (e non solo lì) l’algoritmo perverso che abbiamo visto ripetersi per l’ennesima volta dopo il tentato omicidio del 44enne Stephen Ogilvie nella capitale dell’Irlanda del Nord? Accade un’atrocità con inconfondibili (sì, inconfondibili) connotati razziali/religiosi; qualche capopopolo decide di strumentalizzarla in maniera idiota a fini di lucro elettorale e/o per fomentare una rabbia violenta ancora più idiota; politici e media ne approfittano per dimenticare l’atrocità e concentrarsi su quanto siano idioti i capipopolo e i violenti di cui sopra.
Distrazione di massa
Non sono solo razziste, criminali e ingiustificabili, le notti di vandalismi e “caccia al migrante” scatenatesi a Belfast dopo la «immotivata» semi-decapitazione in pubblico di Ogilvie a opera del trentenne rifugiato sudanese Hadi Alodid. Le rivolte anti-immigrati di Belfast sono anche stupide perché offrono al governo e alla stampa mainstream l’occasione perfetta per spostare l’attenzione sugli «algoritmi divisivi» di Elon Musk e sulle sparate «incendiarie» di Rupert Lowe e Nigel Farage, che fanno a gara a chi ce l’ha più duro, lo slogan, l’uno promettendo la cacciata di «milioni di persone» e il ritorno della pena di morte, l’altro rilanciando «al grido di “White Lives Matter”, evocando una “pura, rabbia fredda” e pure il divieto totale agli immigrati sudanesi, una volta al governo». A vannacci, vannacci e mezzo.
Intanto la barbara scena di Alodid che in mezzo a una strada di Belfast cava un occhio e tenta di segare il collo di un disgraziato irlandese, secondo un ben noto rituale magari attuato in modo delirante ma non certo campato per aria, è già di fatto acqua passata. Così come il gigantesco problema che quella scena sta a indicare. Vedere per credere, per esempio, il Corriere della Sera, ma si può prendere praticamente qualunque altra testata a piacimento:
«Il leader dei liberaldemocratici, Sir Ed Davey, ha parlato di “estremisti che strumentalizzano il dolore e la rabbia per seminare odio e violenza attraverso i social” e chiesto al premier Keir Starmer cosa intende fare con Elon Musk e i suoi algoritmi divisivi. Starmer ha risposto che continuerà a punire severamente chi, di persona o attraverso il web, soffia sul fuoco razziale».
Il problema che tutti conosciamo
Quale sia il gigantesco problema di cui politici e media preferiscono non doversi occupare, lo ha suggestivamente sollevato Douglas Murray nel suo commento per lo Spectator, richiamando l’attenzione su uno scambio di battute emblematico:
«Alla Camera dei Comuni il governo ha reagito prontamente a un’interrogazione del deputato unionista nordirlandese Jim Allister, il quale aveva chiesto cosa si possa fare “per fermare l’importazione di una cultura aliena che ritiene accettabile tentare di decapitare qualcuno”. Il ministro incaricato di rispondere, Hilary Benn, ha colto al volo l’occasione: “Mi dispiace che l’onorevole deputato abbia usato il termine ‘cultura aliena’”, ha detto. “A cosa si riferisce esattamente?”.
Non dovrebbe essere così difficile da capire. […] Certamente non significa che tutti i membri di una determinata comunità debbano essere accusati di crimini che non hanno commesso. Ma nemmeno dovremmo tutti fingere di essere completamente all’oscuro di ciò a cui si riferisce un deputato come Jim Allister.
Culture diverse hanno tradizioni, costumi, abitudini e inclinazioni diverse. Questi comprendono atteggiamenti diversi nei confronti delle donne, della violenza, dell’aggiramento del sistema (inclusi i sistemi di asilo e di welfare) e di molto altro. Il problema di questa finta ignoranza è proprio questo: è una finzione. Tutti sanno a cosa si riferisce la gente quando si preoccupa dei lati negativi della propria cultura, quindi perché dobbiamo fingere smarrimento totale quando qualcuno fa notare lati negativi di altre culture?
Conosciamo tutti la risposta. E cioè che generazioni di politici ed esperti ci hanno lasciato un problema che non sanno come risolvere. La gente, però, si è accorta del problema. E nessuna falsa ignoranza o tentativo di sviare l’attenzione potrà nasconderlo per sempre».

Il prezzo di un sistema fuori controllo
C’è bisogno di spiegare come «la gente si è accorta del problema», per dirla con Murray? Per limitarci al Regno Unito, prima di Belfast ci sono stati i vari scandali delle “grooming gangs”, la strage di Southport, più una serie di attentati sconvolgenti come la decapitazione di un soldato a Londra e il massacro al concerto di Ariana Grande a Manchester. (Tutto ciò senza pretesa di esaustività e senza dimenticare fenomeni meno eclatanti ma non meno inquietanti come il proliferare di “zone franche” di fatto dove regna la sharia, la legge coranica, per altro con il tacito consenso se non con l’esplicito avallo di un pezzo di sinistra).
C’è gente che paga un prezzo carissimo, un prezzo di sangue, ogni volta che queste “tragedie” si ripetono. E si ripetono in continuazione. In nome di che cosa dovrebbe farsele andare bene, o dovrebbe credere al primo ministro laburista Keir Starmer quando giura di «riprendere il controllo dei confini»? Per tutti i motivi elencati sopra, da anni l’immigrazione irregolare è «di gran lunga la preoccupazione principale degli elettori» britannici, si legge nella istruttiva ricostruzione di Spiked, «eppure è proprio quella che le autorità si rifiutano di affrontare». A maggior ragione, è stupido (o peggio è un calcolo elettorale) offrire loro l’occasione per non dover affrontare il problema e di fatto perpetuarlo.
Quale integrazione?
Una parte non irrilevante del problema è esattamente il doppiopesismo esercitato da istituzioni e media davanti alle ingiustizie razziali. Lo ha fatto notare Leone Grotti meno di una settimana fa dopo l’esplosione del caso Nowak con altre rivolte annesse. La violenza di Black Lives Matter era benedetta perché “il sistema è razzista”, ma sia maledetto chi si permette di criticare il sistema quando il sistema è razzista al contrario. O quando finge di non vedere i difetti delle «culture aliene».
Ovvio che l’integrazione degli immigrati – che deve comprendere la difesa da chi rifiuta di integrarsi e delinque – non è un problema semplice. Come ha detto Marco Lombardi riflettendo con Tempi sull’attentato di Modena (altra atrocità già quasi dimenticata), sono falliti sia il modello francese basato sull’assimilazione sia il «modello clanico» britannico, «in base al quale ognuno deve potersi organizzare secondo gruppi culturalmente omogenei». Nessuna società occidentale ha trovato la chiave dell’integrazione. Anche perché – a proposito di doppi pesi – «la nostra società non ha più modelli di riferimento condivisi, se non molto lontani, ed è disintegrata, cioè non è integrata al suo interno, è in conflitto e non delegittima la violenza sempre e comunque. Come potrebbe una simile società integrare gli immigrati?».
Ci saranno altre Belfast
Bisognerebbe concentrare le energie su questo gigantesco problema irrisolto invece che sprecarle in violenze insensate, slogan ridicoli o predichette woke. Nulla da aggiungere al commento firmato da Fraser Myers mercoledì per Spiked:
«Niente di tutto ciò è inteso a giustificare le scene di violenza viste a Belfast. Le rivolte sono sempre nichilistiche e autodistruttive. Anziché portare all’attenzione della politica le paure e la rabbia della gente sull’immigrazione, offrono al contrario la scusa ideale per continuare a ignorarle. Non sono stato di certo l’unico a percepire un palpabile sospiro di sollievo provenire da Westminster non appena è stato dato alle fiamme il primo autobus a Belfast. Ora la classe politica può smettere di discutere della barbarie di cui è responsabile e tornare su un terreno più sicuro: inveire contro l’“estrema destra”, lanciare appelli per combattere la “disinformazione” e mettersi in posa contro gli “agitatori” che cercano di “dividere” la nostra società altrimenti pacifica e armoniosa. Ma queste divagazioni non possono funzionare per sempre.
I disordini a Belfast passeranno. L’attenzione dei politici si sposterà e il ciclo delle notizie andrà avanti. Ma le condizioni che hanno contribuito ad alimentare la violenza di ieri sera – l’abbandono delle comunità della classe operaia, il fallimento del sistema di asilo, la cultura della negazione e della distrazione tipica delle élite – persisteranno. Finché non saranno affrontate apertamente e onestamente, quasi certamente ci sarà un’altra Belfast».
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Pietro Piccinini
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