Rimosso il nome di Trump dal Kennedy Center dopo la sentenza


Esteri

di Cinzia Rolli

Le lettere che componevano il nome del presidente Donald Trump sul muro esterno del Kennedy Center non ci sono più.

Tra la notte di venerdì e la mattina di sabato scorso, gli operai hanno smontato i grandi caratteri metallici che componevano il nome di Donald Trump sul prospetto principale. La zona dell’intervento è stata coperta da grandi teli a strisce.

Molte persone si sono radunate nella piazza davanti al Centro sperando di assistere al fatto, ma la vista era coperta da un involucro che nascondeva l’impalcatura costruita per permettere ai lavoratori di svolgere il proprio dovere.

La scritta originale: The John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts non è ancora accessibile.

Un giudice federale ha stabilito che l’aggiunta del nome di Trump alla struttura, avvenuta sei mesi fa tramite il voto del consiglio d’amministrazione del centro, era illegittima. Solo il Congresso degli Stati Uniti ha l’autorità legale di modificare il nome del Centro, nato originariamente per commemorare l’ex Presidente John F. Kennedy.

Il Presidente Trump ha provato ad impugnare il provvedimento con un ricorso d’urgenza, chiedendone la sospensione.

La Corte d’Appello ha respinto però la richiesta, costringendo l’istituto a rimuovere la scritta entro il fine settimana.

La deputata Joyce Beatty, democratica dell’Ohio, ha celebrato in prima persona la cancellazione del nome di Donald Trump, culminata all’alba di sabato 13 giugno.

In qualità di membro ex officio del consiglio di amministrazione e promotrice della causa legale che ha invalidato il cambio del nome, la democratica, si è recata di persona sulla piazza del Kennedy Center sia nella tarda serata di venerdì, sia sabato mattina alle 4:00 per assistere allo smontaggio delle lettere del nome del Tycoon.

Ha poi pubblicato sul suo profilo Instagram un video registrato in una delle grandi sale del centro culturale. Nella clip mima ironicamente il famoso movimento del ballo usato da Trump nei suoi comizi, accompagnando il post con la didascalia provocatoria: “Sto ballando nel modo giusto, Trump?”

Ha quindi definito la rimozione “una vittoria della legalità e dello Stato di diritto , affermando che la decisione dei giudici restituisce il monumento storico al suo legittimo proprietario: il popolo americano.

La rimozione del nome di Trump chiude uno dei capitoli più particolari nella storia del Kennedy Center, la cui costruzione iniziò nel 1964 in memoria del presidente ucciso, il democratico John F. Kennedy. 

Trump ha esercitato un’enorme influenza sulla sede del Centro durante il suo secondo mandato.

Subito dopo l’insediamento a gennaio 2025, la Casa Bianca ha azzerato i vertici del Kennedy Center, nominando un nuovo consiglio d’amministrazione  che ha poi votato per l’inserimento del nome di Trump sulla facciata dell’edificio.

Ma il suo progetto di modificare la città di Washington D.C. va avanti.

Il Presidente ha demolito l’Ala Est della Casa Bianca e sta costruendo al suo posto una controversa sala da ballo. Ha ristrutturato la Lincoln Memorial Reflecting Pool e sta pianificando ampie modifiche per un campo da golf nell’East Potomac Park. Sta anche procedendo con il progetto di un arco trionfale che si troverà vicino al Cimitero Nazionale di Arlington, dall’altra parte del fiume Potomac, in Virginia.

La recente sentenza del giudice federale Christopher Cooper ha bloccato i due piani principali portati avanti dall’amministrazione Trump: il cambio ufficiale del nome e la chiusura temporanea della struttura.

Il tribunale ha vietato la chiusura totale di due anni precedentemente annunciata da Trump infatti. L’ edificio rimarrà aperto al pubblico, congelando momentaneamente il controverso piano di ristrutturazione radicale che sarebbe dovuto iniziare a luglio 2026.

Il verdetto del giudice Cooper ha temporaneamente frenato la volontà dei conservatori di modificare l’aspetto della capitale, ma la battaglia per il controllo delle istituzioni culturali e federali si è solo spostata nelle aule del Congresso.


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