Trump ne ha combinata un’altra delle sue. Sono le dichiarazioni contro Giorgia Meloni, oggettivamente inaccettabili verso il leader di un Paese amico, e i seguiti che stanno generando: «Probabilmente Meloni è contenta che io le abbia parlato, non ero obbligato a parlarle. Mi ha implorato di fare una foto con lei, la voleva così tanto. Avrei anche potuto non farla, ma alla fine mi ha fatto pena». La nostra premier non ha tardato a rispondere per le rime, ma queste dichiarazioni hanno prodotto altre conseguenze. Il ministro Antonio Tajani ha cancellato il Forum economico Usa-Italia, in programma lunedì a Miami e Regione Lombardia di conseguenza la propria missione istituzionale ed economica che ci avrebbe condotto, insieme a un folto numero di rappresentanti di imprese, associazioni, università e centri tecnologici, oltre che a Miami, a Orlando, Houston e Città del Messico per una serie di incontri di altissimo livello.
Basterebbe questo esempio per evidenziare come la geopolitica possa cambiare dalla sera alla mattina per una dichiarazione fuori da ogni schema e impattare sulle nostre vite, sulla possibilità di collaborare fra territori che ne avrebbero un diretto interesse e per me nel caso specifico cancellando il lavoro di mesi e impedendo la realizzazione di un programma di assoluto rilievo.
Chi festeggia per l’”accordo” con l’Iran
Ma questo è solo l’ultimo esempio e neanche il più significativo. In tanti in questi giorni stanno ringraziando Trump per l’accordo con l’Iran. Perché, in fondo, chi potrebbe non rallegrarsi di un accordo che allontana il rischio di nuove guerre e di altri bombardamenti? Tuttavia, mi sovviene un pensiero. Festeggiamo per Trump che sottoscrive in pompa magna, nella reggia di Versailles, dove probabilmente si sarà sentito un po’ il Re Sole, un accordo con l’Iran per riaprire e sminare lo Stretto di Hormuz, che prima dei suoi bombardamenti era aperto, sminato e gratuito. Ora non è neppure chiaro se il passaggio, dopo i primi 60 giorni, resterà libero e gratuito o sarà soggetto a nuove limitazioni e tariffe.
L’accordo inoltre prevede che entro 60 giorni, scadenza che Trump stesso ha già dichiarato non essere così vincolante, si dovrà giungere a una intesa sul nucleare iraniano, che al momento non c’è. Un’intesa il cui risultato sarà presumibilmente inferiore all’accordo sottoscritto da Obama nel 2015, che Trump stesso aveva stracciato per avviare poi i bombardamenti, sostenendo che l’Iran non avrebbe mai potuto avere la bomba nucleare. Peccato che non sia ancora chiaro che fine farà l’uranio arricchito, con il quale c’è chi dice che l’Iran potrebbe già oggi realizzare fino a nove bombe nucleari. Mi domando inoltre che destino avranno i dissidenti iraniani, soprattutto quelli che avevano visto nell’azione americana una speranza di cambiamento e che oggi saranno esposti alle più crudeli repressioni da parte di un regime più in sella di prima.
La guerra paga?
Queste vicende suggeriscono almeno quattro riflessioni. La prima è questa. La guerra paga? Sembrerebbe di no. Con tutta la potenza militare e i miliardi di dollari messi in campo dagli Stati Uniti, non si è riusciti a sconfiggere l’Iran. Anzi, da questo accordo è l’Iran a uscire rafforzato.Allo stesso modo, la Russia, nonostante la propria forza militare, in oltre quattro anni non è riuscita a sconfiggere l’Ucraina. A coloro che disprezzano il diritto internazionale e rivendicano la logica della forza vorrei ricordare che questo tanto vituperato diritto internazionale costa meno e produce risultati migliori.
I miliardi di dollari spesi in armi, missili, droni, bombe cosa hanno prodotto, oltre all’arricchimento di chi li vende? Davvero serve una riflessione sulla l’effettiva funzionalità di questo rinnovato ricorso alla forza nelle relazioni internazionali.
L’impatto della geopolitica sulle imprese
La seconda riflessione riguarda il rapporto tra geopolitica ed economia reale. La geopolitica è diventata, per le imprese che operano sui mercati internazionali, il primo fattore che condiziona le scelte strategiche. Assolombarda svolge ogni due anni un’indagine approfondita sulle imprese manifatturiere esportatrici e internazionalizzate. Fino a pochi anni la geopolitica era pressoché inesistente. Già nell’indagine di due anni fa compariva come rilevante. Nell’ultima indagine addirittura due imprese su tre, il 65,5%, dichiarano che la geopolitica è il primo e più importante fattore che orienta le proprie scelte strategiche e decisioni di mercato, quasi il triplo dell’evoluzione tecnologica, che tutti immaginiamo essere decisiva, che pesa soltanto il 26%. La geopolitica è entrata quindi nella vita delle imprese: più di sette imprese su dieci dichiarano di aver modificato la propria strategia in risposta ai cambiamenti geopolitici.
Non si tratta soltanto di una preoccupazione, le imprese hanno già cambiato le proprie scelte accorciando le catene del valore e le filiere di fornitura. Abbiamo imparato a utilizzare parole come reshoring e friendshoring. È l’idea di una globalizzazione che si restringe, perché le imprese hanno bisogno di maggiore sicurezza nelle proprie forniture: sono disposte a pagare un po di più i propri fornitori per mettersi l riparo dai rischi dello scenario internazionale. Una delle conseguenze è una spinta inflattiva. Se le imprese sono costrette a comprare più vicino prodotti che prima acquistavano più lontano perché più convenienti, saranno inevitabilmente costrette ad aumentare i prezzi del loro prodotto, con un impatto diretto sulla vita di tutti noi.
La crescita dell’export
Questo scenario di incertezza globale e le conseguenze appena descritte farebbero pensare che l’economia stia andando male e che l’export stia rallentando. In realtà non è così. Come ha ricordato il governatore della Banca d’Italia, nelle considerazioni finali presentate pochi giorni fa, l’economia mondiale è cresciuta del 3,4% lo scorso anno, mezzo punto in più rispetto alle previsioni. Alla faccia dei dazi di Trump, della guerra in Ucraina e dei bombardamenti tra Israele e Iran. Attenzione, dunque, a considerare inevitabili le conseguenze più drammatiche che spesso immaginiamo. I dati reali raccontano una storia diversa.
C’è poi un dato ancora più impressionante che riguarda il nostro territorio. La Lombardia continua ogni anno a segnare nuovi record nelle esportazioni. Lo ha fatto anche l’anno scorso con una crescita del 3,3% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 167 miliardi di euro, il doppio della crescita della media nazionale. Ci sono dati che fanno ancor più riflettere. Il presidente degli industriali di Varese, nella sua relazione di lunedì, ha ricordato che l’export varesino verso gli Stati Uniti è cresciuto del 47% nell’ultimo anno. Certamente esiste un effetto scorte. Probabilmente, temendo i dazi, molte imprese hanno anticipato gli acquisti. Ma il fatto che mentre Trump alza le barriere commerciali, l’export cresca del 47% merita comunque una considerazione. Anche in questo caso la forza non sembra produrre i risultati sperati.
L’importanza dei territori
La terza considerazione riguarda il ritorno al centro dei territori. Mentre tutti guardano allo scenario geopolitico globale, allo scontro tra Stati Uniti e Cina, alle pretese imperiali della Russia, ai Paesi emergenti, quello che sta accadendo ci ricorda quanto siano importanti i territori locali. Lo Stretto di Hormuz è un puntino sulla carta geografica del mondo. Eppure ha rischiato di mettere in crisi le forniture energetiche mondiali. E noi abbiamo pagato di più carburanti, energia ed elettricità perché qualcuno ha bloccato quel luogo preciso. La guerra che da oltre quattro anni si combatte tra Russia e Ucraina riguarda innanzitutto il possesso di una singola regione, il Donnbass, come nel 2014 riguardava la Crimea. Un territorio preciso della carta geografica, alla dimensione regionale e locale.
Attenzione, dunque, a dimenticare la dimensione territoriale. Conta ancora moltissimo. Si è cercato di farla uscire dalla porta ma ogni volta rientra con forza dalla finestra. Per questo non si può sottovalutare il ruolo di chi rappresenta i territori, delle istituzioni locali, delle città, delle regioni e di chi dà voce alle differenze territoriali e chiede che esse siano rispettate.
La cybersicurezza per salvare una generazione atomizzata
Quarta e ultima considerazione. La cybersicurezza. Che cosa c’entra la cybersicurezza con tutto questo? C’entra perché la diffusione dei social media e, ancor più, quella dell’intelligenza artificiale hanno già avuto e avranno sempre di più un impatto diretto sulla qualità della democrazia, sulla sua forza e sulla dimensione ed effettività delle relazioni sociali. Non dobbiamo dimenticare che i social media sono gratuiti perché in cambio chiedono i nostri dati e la nostra attenzione. Guadagnano sulla quantità di tempo in cui riescono a tenerci incollati allo schermo, perché è così che vendono più pubblicità. Noi siamo soli col nostro telefono. Dall’altra parte ci sono migliaia di ingegneri che hanno un unico obiettivo: tenerci agganciati a quello strumento utilizzando qualunque mezzo possibile.
E quali sono i mezzi che funzionano meglio? Quelli che generano emozioni forti: paura, indignazione, orgoglio, istintività. Le fake news in rete si diffondono sei volte più velocemente delle notizie vere perché tengono più incollati agli schermi. Così si alimentano le posizioni polarizzate, le reazioni estreme, le “camere dell’eco”, che gli algoritmi favoriscono perché generano comunità più facilmente influenzabili. Tutto ciò mette già oggi, e ancor più metterà domani, a rischio il corretto funzionamento della democrazia e dell’organismo sociale.
Leggere la Magnifica Humanitas
La cybersicurezza non è soltanto difendersi dagli hacker o garantire la protezione dei dati sensibili e delle informazioni strategiche. La cybersicurezza è innanzitutto capire come evitare di perdere una generazione.
In Lombardia, su settecentomila adolescenti, centocinquantamila sono in cura per disagio psichico. Duecentocinquantamila dichiarano di vivere una condizione di crisi. I dati ci dicono inoltre che sette giovani su dieci hanno sperimentato l’uso di sostanze. Crescono le dipendenze non soltanto da alcol, droga e gioco online, ma anche da social media e relazioni virtuali. Tutto questo produce una società sempre più atomizzata, più insicura e meno consapevole di sé. Forse è qui che va cercata la vera ragione di una riflessione sulla sicurezza nel mondo digitale.
Per questo credo che dovremmo tutti leggere la Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV. Perché il tema non è soltanto la tecnologia, ma l’uomo.
L’enciclica ci ricorda che nessuna innovazione è davvero neutrale se modifica il nostro modo di vivere le relazioni, la libertà e la responsabilità. E ci invita a non delegare agli algoritmi le domande fondamentali sul senso della convivenza umana. È una riflessione preziosa per comprendere che la vera sicurezza non riguarda soltanto i dati e le reti, ma anche la qualità delle persone e delle comunità che siamo chiamati a costruire.
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Raffaele Cattaneo
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