Editoriale di Panasci
21 Giugno 2026 — C’è una cosa che da italiano e da giornalista non riesco ad accettare: nessuno può permettersi di umiliare il nostro Paese.
Si può criticare un governo. Si può contestare una scelta politica. Fa parte del confronto tra democrazie e tra alleati. Ma quando si passa alla delegittimazione pubblica dell’Italia e del suo presidente del Consiglio, allora il discorso cambia. Perché, piaccia o no, attaccare il governo italiano in quella maniera significa colpire anche la dignità della nostra nazione.
Le parole di Donald Trump nei confronti di Giorgia Meloni, accusata di aver cercato una fotografia per ragioni di consenso interno, appartengono più al linguaggio della provocazione che a quello delle relazioni tra Paesi alleati. E non è la prima volta. Macron, Sanchez, la Germania, la NATO: negli ultimi mesi quasi tutti hanno conosciuto il volto più ruvido e aggressivo del presidente americano.
Trump è fatto così. Istintivo, diretto, spesso irriverente, talvolta perfino scomposto nei modi. Dietro il personaggio c’è certamente una strategia politica, ma c’è anche una crescente insofferenza verso un’Europa che, ai suoi occhi, appare indecisa: non del tutto con gli Stati Uniti ma nemmeno apertamente contro di essi; pronta a beneficiare della protezione occidentale, ma meno incline ad assumersi fino in fondo le responsabilità che l’alleanza comporta.
Un’Europa che ha smarrito forza, identità e visione
Su questa Europa, forse, bisognerebbe stendere un velo pietoso. È un’Europa assente, spesso più impegnata a regolamentare la curvatura di una zucchina, la misura di una rete da pesca o il colore di un’etichetta ambientale che a costruire una vera forza politica, economica e militare. È l’Europa del green a tutti i costi, imposto con tempi e modalità che hanno messo in difficoltà interi settori produttivi, aumentando la dipendenza strategica da Paesi extraeuropei per materie prime e tecnologie. È l’Europa che per anni ha affrontato il fenomeno dell’immigrazione clandestina senza una visione comune e senza un efficace controllo delle frontiere esterne, lasciando soprattutto i Paesi del Mediterraneo a gestire quasi da soli le conseguenze sociali, economiche e di sicurezza. È un’Europa che ha prodotto montagne di norme e burocrazia, ma che non è riuscita a diventare uno Stato, una potenza o un soggetto capace di farsi rispettare davvero nello scenario internazionale.
In altre parole, l’Europa è diventata un gigante normativo, un nano politico e un irrilevante attore geopolitico. E il mondo, che nel frattempo corre e cambia velocemente, semplicemente non la aspetta più.
Questa Europa, per troppo tempo a trazione progressista e franco-tedesca, oggi ha certificato la sua debolezza, lentezza burocratica e spesso lontana dai popoli che dovrebbe rappresentare. Ha deluso soprattutto i Paesi del Sud, quelli più fragili, più indebitati, più esposti alle crisi economiche e migratorie. Anche in questa vicenda l’Europa non c’è stata, o c’è stata troppo poco. E non sorprende che l’America di Trump guardi con crescente fastidio a un continente che chiede protezione, ma fatica ad assumersi responsabilità.
Il mondo cambia, e cambia velocemente. L’Europa invece sembra cambiare sempre in ritardo, e spesso nella direzione meno utile rispetto alle sfide reali. Siamo, in parte, vittime di noi stessi.
Il punto delicato: il rapporto tra Meloni, Italia e Stati Uniti
Io continuo a ritenere Giorgia Meloni una figura che, in politica estera, abbia tentato di costruire un rapporto privilegiato con Washington e, al tempo stesso, di mantenere un ruolo di mediazione con l’Europa. Tuttavia, proprio per questo, credo che la gestione della vicenda Iran rappresenti un punto di riflessione.
L’Italia ha scelto una linea prudente e formalmente rispettosa delle procedure. È una posizione legittima. Ma è altrettanto legittimo domandarsi se, sul piano politico e strategico, quella scelta non abbia trasmesso agli Stati Uniti il messaggio di un’Italia poco disponibile nel momento in cui un alleato chiedeva supporto.
È un interrogativo che non può essere liquidato con slogan ideologici.
La mia impressione è che il governo abbia temuto il clima politico interno e le inevitabili accuse provenienti dalle opposizioni. Una parte della sinistra avrebbe probabilmente trasformato qualsiasi sostegno logistico agli Stati Uniti in una campagna politica permanente contro Palazzo Chigi.
Se così fosse, sarebbe stato un errore.
Le grandi scelte di politica estera non dovrebbero essere dettate dalla paura del consenso immediato. Dovrebbero essere guidate dalla valutazione dell’interesse nazionale e dalla credibilità internazionale del Paese.
Il progressismo italiano ha spesso trasformato Giorgia Meloni nel bersaglio permanente di ogni tensione internazionale. E questa pressione può avere pesato. Ma un governo che ha avuto, fino a oggi, una forte proiezione internazionale non può permettersi autogol nei rapporti con l’America, soprattutto quando si parla non dell’America di Trump, ma dell’America alleata storica dell’Italia.
L’America non è beneficenza, ma resta il pilastro dell’Occidente
Detto questo, nessuno si faccia illusioni. L’America non è un’organizzazione benefica e Trump non agisce per altruismo. Gli interessi economici, strategici e geopolitici sono sempre presenti nelle decisioni di Washington. Ma è altrettanto vero che gli Stati Uniti, nel bene e nel male, rappresentano ancora il principale pilastro dell’Occidente e da decenni costituiscono uno degli elementi fondamentali della sicurezza europea.
L’America è parte della nostra storia recente, della nostra sicurezza, della nostra vita democratica. L’Italia ha ricevuto molto dagli Stati Uniti. E gli Stati Uniti hanno ricevuto molto dall’Italia. Il rapporto tra Roma e Washington non può essere ridotto a una fotografia negata, a una battuta infelice o a uno scontro di dichiarazioni.
La fotografia si può anche dimenticare. Come si dimenticano, nel tempo, gli episodi di teatro politico internazionale, le frasi fuori misura, le ironie su Macron, i rimproveri a Sanchez, le tensioni con gli altri alleati. Ma non possiamo permetterci di dimenticare il valore di una potenza amica che, piaccia o no, resta centrale per la difesa dell’Occidente.
Per questo motivo, oggi servono due cose.
Da una parte, il rispetto per l’Italia, che nessun leader straniero dovrebbe permettersi di trattare con sufficienza.
Dall’altra, il coraggio di una politica estera che sappia assumere decisioni difficili senza lasciarsi condizionare dalle convenienze del dibattito interno.
Le amicizie tra nazioni non si misurano con i sorrisi ai vertici internazionali. Si misurano soprattutto nei momenti di tensione, quando bisogna scegliere se essere soltanto alleati di nome oppure partner credibili e consapevoli del proprio ruolo nel mondo.
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Francesco Panasci
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