di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Quando si parla di crescita economica, il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sui dati trimestrali del PIL, sull’andamento dei mercati finanziari o sulle oscillazioni dell’inflazione. Sono indicatori importanti, naturalmente. Ma esiste un fattore molto meno appariscente che determina il successo o le difficoltà di un Paese nel lungo periodo: la produttività.
È una parola che raramente conquista le prime pagine, eppure da essa dipendono salari, investimenti, competitività delle imprese e qualità della vita delle famiglie. Se la produttività cresce, aumenta la capacità di generare ricchezza. Se aumenta la ricchezza prodotta, diventano possibili salari più elevati, maggiori investimenti e conti pubblici più solidi.
Per molti anni l’Italia ha sofferto una crescita insufficiente della produttività. Non per mancanza di talento imprenditoriale o di competenze professionali, ma per una combinazione di fattori: dimensione ridotta delle imprese, investimenti limitati in innovazione, ritardi infrastrutturali, eccesso di burocrazia e difficoltà nell’accesso ai capitali.
Negli ultimi anni, tuttavia, alcuni segnali incoraggianti hanno iniziato a emergere. L’occupazione ha raggiunto livelli record, gli investimenti hanno mostrato una capacità di tenuta superiore alle aspettative, molte imprese hanno accelerato i processi di digitalizzazione e il sistema produttivo ha dimostrato una resilienza sorprendente di fronte a shock che avrebbero potuto avere conseguenze ben più gravi: dalla crisi energetica alle tensioni geopolitiche internazionali, fino alle nuove incertezze commerciali.
In questo quadro va riconosciuto al governo guidato da Giorgia Meloni il merito di aver perseguito una linea di stabilità e di fiducia che ha contribuito a rafforzare la credibilità del Paese. La conferma del taglio del cuneo fiscale, gli interventi a sostegno dell’occupazione, l’attenzione ai conti pubblici e la capacità di mantenere una traiettoria di consolidamento fiscale senza ricorrere a manovre recessive hanno creato un contesto più favorevole per imprese e lavoratori. Anche la progressiva riduzione dello spread rispetto ai livelli storicamente più elevati del passato rappresenta un indicatore della maggiore fiducia riconosciuta all’Italia dai mercati internazionali.
Naturalmente non basta. La produttività resta la grande sfida del prossimo decennio. Ma oggi possiamo affrontarla partendo da basi più solide rispetto a qualche anno fa. L’intelligenza artificiale, la digitalizzazione dei processi produttivi, la crescita dei servizi ad alto valore aggiunto e il rafforzamento delle esportazioni offrono opportunità che l’Italia non aveva mai avuto in misura così ampia.
La vera questione, allora, non è se il Paese sia destinato al declino, come spesso viene raccontato con eccessiva superficialità. La questione è se sapremo trasformare i progressi compiuti in un percorso stabile di crescita. I presupposti esistono. Le imprese stanno investendo. Il mercato del lavoro mostra una vitalità significativa. Le finanze pubbliche stanno seguendo una traiettoria più ordinata. La competitività internazionale di molti settori manifatturieri resta elevata.
È proprio da qui che può ripartire il rafforzamento del ceto medio italiano. Perché il ceto medio non si difende distribuendo ricchezza che non c’è. Si rafforza creando le condizioni affinché imprese e lavoratori possano produrne di più. Ogni aumento della produttività genera infatti spazio per salari migliori, maggiori investimenti e nuove opportunità professionali.
L’Italia dispone ancora di uno straordinario patrimonio industriale, di una rete di piccole e medie imprese che non ha eguali in Europa e di una capacità di adattamento che, anche nelle fasi più difficili, ha dimostrato di essere superiore a quella di molti nostri concorrenti. È da questa consapevolezza che bisogna partire.
La crescita non è un automatismo. Ma neppure un miraggio. Oggi più di ieri esistono le condizioni perché il Paese torni ad aumentare stabilmente la propria produttività e, con essa, il benessere diffuso. La sfida consiste nel consolidare i risultati raggiunti e proseguire sulla strada delle riforme, degli investimenti e dell’innovazione.
È così che si rafforza un’economia. Ed è così che si ricostruisce la fiducia nel futuro.
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Paolo Longobardi
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