La Cina sta attraversando una fase di grave eccesso di capacità produttiva nel settore delle rinnovabili. Decine di aziende cinesi stanno accelerando la vendita delle proprie partecipazioni in progetti solari ed eolici, un fenomeno che mette in evidenza i costi sempre più elevati di anni di espansione tenuta in piedi da denaro pubblico.
La situazione attuale riflette il modello ricorrente dell’economia cinese: le imprese favorite dalle direttive del Partito comunista cinese si concentrano soprattutto nei settori che il regime considera strategici, cadendo spesso in un eccesso di offerta che provoca il crollo dei prezzi, la compressione dei margini e pesanti perdite.
Secondo i dati riportati il 16 giugno da Sina Finance, nel primo semestre del 2026 sono state registrate ben 37 cessioni di partecipazioni in società attive nelle energie rinnovabili. Le imprese controllate dal regime comunista hanno rappresentato circa il 65 per cento dei venditori, e quasi il 60 per cento delle transazioni ha riguardato il trasferimento di quote di controllo.
Tra i casi più significativi figura quello di Shanghai Electric, che a maggio ha ceduto il 47,4 per cento di una joint venture specializzata nell’accumulo energetico al prezzo simbolico di un solo yuan. Analogamente, China Three Gorges Corporation ha venduto una partecipazione del 49 per cento in una società operante nel settore delle energie rinnovabili nella provincia dell’Henan, anch’essa per un solo yuan.
Nello stesso periodo, China General Nuclear Power Group ha ceduto il 90 per cento di una società solare nella provincia del Sichuan, mentre State Grid Corporation of China ha trasferito la proprietà di tre controllate attive nelle energie rinnovabili situate nelle province di Shanxi, Jilin e Shandong.
La portata di queste dismissioni ha attirato l’attenzione perché i venditori sono principalmente imprese controllate dal regime cinese. La decisione di cedere beni a prezzi fortemente scontati viene quindi interpretata come un segnale della necessità urgente di liberarsi di attività ormai in perdita per evitare il fallimento. La maggior parte delle operazioni ha infatti riguardato progetti economicamente in difficoltà. Quattordici delle 37 cessioni hanno comportato la vendita del 100 per cento delle società coinvolte, mentre altre 22 hanno previsto il trasferimento di oltre la metà del capitale.
Secondo un rapporto pubblicato da Tencent News la società di e-commerce per le energie rinnovabili di State Grid ha registrato nel 2025 una perdita netta di 14 milioni di yuan, pari a circa 1 milione e 800 mila euro. La controllata con sede nel Jilin ha invece chiuso l’anno con una perdita di 6 milioni e 870 mila yuan, equivalenti a circa 700 mila euro.
Secondo le fonti, questi sviluppi rappresentano l’ennesima manifestazione di un meccanismo consolidato nell’economia strettamente controllata dal Partito comunista cinese: quando un nuovo settore riceve sostegno politico, le imprese cinesi sfruttano i vantaggi finanziari e la posizione dominante di cui dispongono per buttarsi in quel mercato, senza tenere conto della domanda del mercato, e causando quindi un eccesso di capacità produttiva nel giro di pochi anni, che a sua volta provoca il crollo dei prezzi e della redditività.
Dal 2025 il comparto delle energie rinnovabili cinese è entrato in una fase di ristrutturazione segnata da eccesso di capacità produttiva, guerre dei prezzi, fallimenti aziendali e una crescente ondata di vendite di beni. Il settore maggiormente colpito è quello solare. Anni di espansione aggressiva hanno infatti creato una capacità produttiva largamente superiore sia alla domanda interna sia a quella internazionale. Le conseguenze sono state inevitabili: perdite consistenti per le aziende del comparto e una significativa riduzione degli investimenti.
Uno studio pubblicato da Sina Finance nell’aprile scorso ha rilevato che, dall’inizio del 2025, oltre cento società operanti nelle energie rinnovabili sono state messe in vendita nelle aree di Pechino, Shanghai, Guangdong e in numerose altre regioni del Paese. Circa il 90 per cento di queste aziende era riconducibile a imprese controllate direttamente dal regime cinese. I dati mostrano inoltre che più di cinquanta società legate al settore solare hanno lasciato il mercato già nel primo semestre del 2025.
La stessa Sina Finance ha riferito che le venti maggiori aziende solari cinesi hanno accumulato perdite complessive superiori a 60 miliardi di yuan, pari a circa 7 miliardi di dollari, nel corso del 2024. A pesare sono stati soprattutto l’eccesso di capacità produttiva e la crescente concorrenza interna.
E anche gli osservatori del settore descrivono uno scenario sempre più critico: Black Hawk Solar, account specializzato nell’industria fotovoltaica attivo su WeChat, ha recentemente definito il mercato cinese del solare come impegnato in un «brutale processo di consolidamento», e ha dichiarato che oltre la metà delle aziende attualmente operative potrebbe scomparire. Negli ultimi due anni il settore avrebbe perso infatti oltre 200 mila posti di lavoro, mentre più di 220 società sarebbero fallite.
Le fonti interpellate sottolineano inoltre come la crisi attuale presenti molte analogie con quanto accaduto nel settore eolico cinese già vent’anni fa. Tra il 2005 e il 2015 le politiche di regime incentivarono infatti imprese statali e amministrazioni locali a investire nell’energia del vento; in quel periodo la capacità eolica installata nella Cina comunista era passata da circa un gigawatt a oltre 140 gigawatt, rendendola il più grande mercato eolico del mondo. Questa rapidissima espansione però aveva messo in evidenza gravi squilibri strutturali; molti parchi eolici erano stati costruiti nelle remote regioni occidentali della Cina, mentre la maggiore domanda di elettricità rimaneva concentrata lungo la fascia costiera orientale del Paese. Le infrastrutture di trasmissione non erano state sviluppate con la stessa velocità e non erano riuscite a tenere il passo, impedendo il trasporto di una parte significativa dell’energia prodotta. Il risultato: nonostante condizioni di vento favorevoli, numerose turbine restavano inattive perché l’energia generata non poteva essere immessa efficacemente nella rete e raggiungere i consumatori finali.
Sempre secondo le fonti, gli enti locali, spinti dall’obiettivo di aumentare gli investimenti e sostenere la crescita economica in linea con i diktat e i piani quinquennali del regime comunista, approvavano frequentemente nuovi progetti senza adeguate valutazioni delle risorse disponibili o della domanda effettiva. Questo ha contribuito a creare duplicazioni, inefficienze e eccesso di offerta. Una dinamica che, secondo gli analisti, si sta ripetendo oggi nei settori del solare e dei veicoli elettrici: il modello di sviluppo è quasi identico a quello osservato durante il boom dell’eolico. Se questa traiettoria prosegue, il rischio di un collasso del settore è dietro l’angolo.
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Redazione ETI
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