di FRANCO CIMINO
A vederli in festa e festeggiati, quarant’anni sembrano un attimo. Forse soltanto il tempo di una celebrazione. Ma provate a metterli insieme, uno per uno. Il primo dietro l’altro. E allora vedrete che non sono semplicemente gli anni di una festa.
I quarant’anni del Centro Calabrese di Solidarietà hanno il peso e il valore di quelli di una persona. Anche se quarant’anni, per un Centro come per una persona, significano ancora giovinezza. Eppure pesano.
Pesano di coraggio. Del coraggio che accompagna il primo attimo di vita. Del coraggio del primo passo, quando si supera la paura di cadere proprio nel momento in cui si comincia a camminare.
Pesano del coraggio di operare, di costruire, di realizzare cose nuove. Inventando il modo di farlo partendo da zero, senza risorse, senza mezzi, senza denaro e senza sostegni.
Fare per gli altri. Disinteressatamente.
Superare ostacoli, avversità, resistenze, diffidenze, gelosie e cattiverie. E soprattutto superare l’ignoranza, che spesso contiene e alimenta tutte queste cose, quando anime insensibili, distratte da egoismi troppo forti, non riescono a comprendere l’importanza del bene che altri vogliono costruire.
Ma la prova più difficile arriva quando gli anni trascorsi accanto al dolore vero della gente, con le braccia tese verso chi soffre e le ginocchia piegate sulla miseria umana, sugli abbandoni, sulle persone distese lungo le strade, su quelle esistenze costrette a nascondere la propria dignità e persino la propria umanità, cominciano a farsi più pesanti.
Portano con sé la fatica di una solitudine ulteriore, anch’essa da sopportare. E quando si è poveri di forza materiale e di strumenti adeguati per sostenere quel dolore, il cammino diventa ancora più gravoso.
Lungo quelle strade sterrate, polverose, fangose, pietrose, gli inciampi non mancano mai. Si cade, sfiniti dalla fatica e dalla delusione. Ma non si resta a terra neppure per il tempo necessario a riprendere fiato.
Perché bisogna rialzarsi e continuare a camminare.
E mentre si va incontro a quel dolore, ci si accorge che esso ne contiene altri. Dolori che moltiplicano i compiti che ci si era prefissati all’inizio.
C’è, per esempio, quello di accogliere nella casa della comunità dell’amore i giovani che hanno subito una delle più grandi violenze. Una violenza che si alimenta della fragilità personale e della tentazione di lasciarsi andare, per paura di affrontare la solitudine e l’emarginazione che questa società dell’opulenza, della falsa ricchezza e dell’ingannevole progresso genera con sempre maggiore diffusione e velocità.
Mi riferisco ai tossicodipendenti. E poi agli alcolisti.
Insomma, a tutte quelle persone che, a qualsiasi età, sin dalla più giovane, cercano nella sostanza una “medicina” capace di stordire il pensiero e spegnere l’intelligenza.
Ma i compiti, nel tempo, sono aumentati. Perché in questa società il dolore cresce e si diffonde.
L’emarginazione assume volti sempre nuovi. L’emarginazione assume volti sempre nuovi. E l’ingiustizia indossa maschere diverse.
Allora ci si prende cura delle povertà. Di quelle famiglie che quasi si vergognano di confessare di non avere il pane sulla tavola o gli abiti necessari per i propri figli. Famiglie che, prima ancora di rinunciare a ciò che è superfluo, hanno dovuto rinunciare alle vacanze, poi ai giochi, poi a tutto ciò che questa società considera ormai indispensabile.
Anche la tecnologia, che dovrebbe essere uno strumento di libertà, rischia di trasformarsi, soprattutto per i più fragili, in una nuova forma di dipendenza.
E poi arrivano altri compiti ancora, lungo quel sentiero del dolore che sembra non avere fine.
Le donne sole. Le donne abbandonate. Le donne con figli non riconosciuti, respinti, dimenticati. Le donne vittime della violenza dei propri mariti o compagni e delle minacce che da quella violenza discendono, fino a mettere in pericolo la loro stessa vita. Le donne perseguitate. Le donne cosiddette straniere, sopravvissute ai viaggi della disperazione, approdate sulle nostre coste con i figli stretti tra le braccia. Donne che troppo spesso trovano rifiuto e diffidenza e che invece, qui, in questa comunità, hanno trovato accoglienza, protezione e rispetto.
E poi ancora l’assistenza ai malati. In particolare a coloro che non possiedono i mezzi non soltanto per curarsi, ma nemmeno per affrontare il percorso della cura. Persone che talvolta non hanno neppure la possibilità di raggiungere una struttura sanitaria.
Persone che devono essere difese anche dalle contraddizioni di una sanità che, in Calabria e spesso anche a Catanzaro, mostra tutte le sue fragilità. Una sanità nella quale il rafforzamento della medicina privata e l’indebolimento di quella pubblica finiscono per produrre una nuova forma di discriminazione sociale: quella tra chi può curarsi e chi rischia di non poterselo permettere.
Uso volutamente questa espressione. Perché se per chi dispone di risorse economiche la prevenzione e la cura dipendono in larga misura dalle proprie possibilità, per chi non possiede nulla la salute dipende esclusivamente dalla qualità, dall’efficienza e dal senso di giustizia della sanità pubblica.
Questa contraddizione il Centro Calabrese di Solidarietà l’ha affrontata concretamente. Non soltanto denunciandone le implicazioni morali e politiche, ma facendo politica nel senso più alto del termine e offrendo una lezione morale a tutti. Innanzitutto alle istituzioni. Ma anche a noi, troppo spesso rinchiusi nelle nostre preoccupazioni personali, incapaci di vedere la sofferenza di chi vive condizioni peggiori delle nostre.
I quarant’anni del Centro Calabrese di Solidarietà stanno tutti qui. Non dentro il numero quaranta, pur così bello da celebrare. Ma dentro ogni singolo giorno che lo compone. Giorno dopo giorno. Minuto dopo minuto. Anno dopo anno. Sudore dopo sudore. Nelle mani che si stringono e nelle mani che, talvolta, sfuggono mentre si cerca di trattenerle.
Perché in questa lunga fatica esiste anche un dolore supplementare. Il dolore di vedere allontanarsi chi non ce l’ha fatta. Coloro che non siamo riusciti a salvare. E in questa responsabilità siamo coinvolti tutti noi, soprattutto quando non siamo stati capaci di offrire il sostegno necessario.
In questa festa ci sono innanzitutto loro. I volti. I nomi. Le storie dei ragazzi e delle donne che oggi non sono più con noi. Ci sono i loro sguardi, le loro richieste di aiuto, il loro desiderio di salvezza rimasto incompiuto. Anche questa è la loro festa.
Perché credo che proprio da quelle sconfitte — e ogni vita perduta resta una sconfitta, anche quando si è fatto tutto il possibile per impedirlo — siano nate nuove energie, nuove esperienze, nuove consapevolezze e un coraggio ancora più grande.
È da lì che questo straordinario presidio di umanità, questo autentico campo di battaglia per la vita che è il Centro Calabrese di Solidarietà, è diventato una delle realtà sociali più importanti del Mezzogiorno e forse dell’intero Paese.
Per me, che ho sempre insegnato e che da sempre vivo la passione della politica, il Centro Calabrese di Solidarietà rappresenta persino più di quanto i suoi stessi protagonisti, per pudore e umiltà, siano disposti a riconoscere.
Rappresenta il tentativo riuscito di tenere insieme il Vangelo e la Costituzione.
Come ama ricordare quel sacerdote che oggi prenderà la parola senza l’abito rosso del cardinale, ma con quello ben più impegnativo che ha indossato quotidianamente durante vent’anni di presidenza del Centro, trascorsi in ginocchio accanto al dolore delle persone cadute.
Con il Vangelo ha praticato la carità e l’amore. Con la Costituzione ha costruito solidarietà, diritti e giustizia.
Ha fatto anche di più. Ha colmato, almeno in parte, il vuoto lasciato dalle istituzioni su questo difficile terreno sociale. In particolare dagli enti locali, sempre meno presenti davanti a queste sofferenze. Non perché mancassero necessariamente le risorse, come spesso si sostiene, ma perché troppo spesso le priorità sono state altre.
Quando le risorse scarseggiano, si possono ridurre le spese superflue: feste, festini, festival, manifestazioni effimere e costose rassegne estive. Destinare quei fondi alle emergenze sociali più gravi non sarebbe soltanto un dovere amministrativo. Sarebbe un atto politico di alto valore civile. Un atto pienamente coerente con lo spirito della Costituzione.
Oggi, accanto a Don Mimmo, ci sarà anche il padre francescano che quarant’anni fa diede vita a questa realtà quando era ancora piccolissima e che oggi la vede diventata grande: Padre Paolo Lombardo.
Sarà difficile non commuoversi nel vederlo entrare nell’Aula Magna dell’Università della Calabria con il suo passo lento, accompagnato da Don Mimmo. E sarà impossibile non pensare a quel grande padre che continua a mancare alle nostre vite con la stessa intensità del giorno in cui ci lasciò: il vescovo Antonio Cantisani.
Fu lui, insieme a quel frate, a dare origine a questa straordinaria avventura.
Ma altrettanto commovente sarà vedere i veri protagonisti della festa: i ragazzi, gli uomini, le donne e i bambini che hanno vissuto e continuano a vivere l’esperienza di solidarietà e di carità del Centro Calabrese.
Commuove chi ritorna per testimoniare di avercela fatta. Commuove chi ancora oggi combatte la propria battaglia contro il dolore e la paura.
E commuove l’altra grande protagonista di questa storia: una donna minuta e apparentemente fragile, ma in realtà una gigante dell’intelligenza e dell’amore umano, la dottoressa Isolina Mantelli. Un medico che ha messo la propria scienza al servizio dei malati e che, terminata la professione, ha continuato a dedicare la propria vita a questa straordinaria opera di umanità. Oggi lo fa da presidente, guidando una delle più significative esperienze di solidarietà e di difesa della vita presenti nel nostro Paese.
A tutti loro giungano gli auguri più sinceri di buona festa e, come si dice dalle nostre parti, di cent’anni ancora di buona salute e di buona vita.
E un grazie. Un grazie grande quanto la casa dell’uomo che tutti continuiamo a sognare di costruire, in un mondo nel quale guerre, invidie e cattiverie distruggono ogni giorno le case degli uomini. Tutte. Dalle più solide alle più fragili, fino alle più umili capanne e alle tende più logore e più esposte al vento.
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Roberto Tolomeo
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