I truffatori più pericolosi non si trovano negli angoli bui delle città. Si trovano nei ristoranti buoni, nei salotti delle fondazioni benefiche, nei corridoi delle istituzioni. Parlano bene, si presentano benissimo, e la loro credibilità è costruita — spesso — proprio sul dolore altrui.
Paolo Picchio rischia di dover giustificare alcuni suoi comportamenti: lui è il padre di Carolina, la prima vittima riconosciuta di cyberbullismo in Italia, morta suicida nel 2013 a quattordici anni dopo essere stata sommersa di insulti in rete.
Dalla tragedia della figlia ha costruito la Fondazione Carolina, ha incontrato centomila studenti, frequenta le più alte istituzioni dello Stato, siede ai tavoli di chi combatte il sopruso e la prevaricazione.
Si vanta di essere ricevuto alla Camera dei Deputati, di tenere conferenze stampa istituzionali, di raccogliere donazioni attraverso la sua fondazione. Ha scritto un libro che vende come testimonianza morale. Si presenta al mondo come il padre che ha trasformato il dolore in missione civile. Una storia che commuove, e giustamente.
Il problema è un altro. Quando si sale sul palco dell’etica, quando si chiede fiducia e denaro al pubblico — sotto forma di donazioni, di acquisto di libri, di credibilità istituzionale conquistata nel nome di una figlia — ci si espone a un confronto più severo con i propri comportamenti privati.
Chi costruisce la propria reputazione attorno alla denuncia degli imbrogli non può permettersi di essere, nella vita concreta, il gatto della favola di Collodi. E allora bisogna chiedersi: dov’è la credibilità di quest’uomo?
Tramite un conoscente comune — sul cui grado di coinvolgimento i miei legali stanno ancora svolgendo le opportune verifiche, motivo per cui non ne faccio per il momento il nome — mi è stata proposta l’acquisizione di un’opera pittorica di autore noto e di significativo valore proprio da Picchio che ha garantito la provenienza e l’autenticità.
Tutto sembrava inattaccabile: certificazioni, pubblicazioni, documentazione apparentemente proveniente dalla fondazione di riferimento dell’artista. Ho pagato. Stiamo parlando di una cifra importante ben superiore ai centomila euro, e non di poco. Poi ho fatto verificare l’opera, come è prassi.
La fondazione non riconosce il quadro. E — dettaglio ancora più eloquente — non riconosce nemmeno le firme apposte sui documenti che avrebbero dovuto garantirne l’autenticità.
Ho chiesto spiegazioni a Picchio. Mi è stato risposto di non preoccuparmi, che i soldi sarebbero stati restituiti. Da quel giorno è passato molto tempo. La restituzione è sempre annunciata per domani. E il domani non arriva mai.
Nel frattempo un giudice ha già emesso nei suoi confronti un provvedimento immediatamente esecutivo, intimandogli il pagamento. Picchio non ha pagato. Sa che chi ha diritto al credito deve sobbarcarsi costi e tempi della burocrazia per riscuotere il dovuto, e sa altrettanto bene di avere poco intestato a suo nome — il che rende ogni esecuzione civile un percorso lungo, costoso e dall’esito incerto. È una strategia. Cinica, deliberata, collaudata.
La stessa persona che alla Camera parla di legalità, che raccoglie donazioni in nome di sua figlia, che firma libri davanti a platee commosse. Con cifre del genere in ballo, la parola strategia è forse persino un eufemismo.
Ma c’è un punto che forse sottovaluta. Il diritto civile conosce la burocrazia, con tutte le sue lentezze. Il diritto penale, in caso di truffa, no. E se gli elementi raccolti dovessero configurare questa fattispecie — cosa che i miei legali stanno valutando — il percorso cambia natura completamente. E a quel punto non ci sarà intestatario abbastanza povero da fermare un procedimento penale.
Ho scelto intanto la via della trasparenza, prima di quella dei tribunali. Il metodo del fischietto, per capirci. A Venezia, quando uno scippatore viene sorpreso, i passanti fischiano. Il suono si propaga, la rete di allerta si attiva, l’impunità si incrina. Non è giustizia perfetta, ma è deterrenza immediata. E la deterrenza, a volte, vale più di una sentenza rinviata.
Chi vorrà incontrare in futuro Paolo Picchio — nei salotti, nelle fondazioni, nei convegni sull’etica pubblica, nelle scuole dove va a parlare ai ragazzi di rispetto e responsabilità, nelle aule istituzionali dove viene applaudito — avrà almeno gli elementi per farsi le domande giuste.
E chi gli ha donato soldi in buona fede, chi ha comprato il suo libro convinto di sostenere una causa giusta, ha il diritto di sapere.
Chi predica bene ha il dovere di razzolare altrettanto bene. Altrimenti il pulpito diventa il luogo da cui si parla agli altri di ciò che si condanna e si pratica.
Io ho pazienza. Ma la pazienza non è silenzio. E il silenzio, in certi casi, è complicità.
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Alberto Filippi
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