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Allora buongiorno, facciamo l’appello.
Maria Teresa, possiamo fare l’appello perfetto?
Allora gli imputati restano tutti già dichiarati assenti, tutti difesi di ufficio, lo diciamo una volta per tutti.
Tariq Sabir avvocato Paolo Armellin.
Grazie.
Ah al microfono spento sì, chiedo scusa, dicevo, se la Corte ritiene io ho la citazione in Corte d’Appello per no va bene, allora verrà più tardi, ci si verrà più tardi, assolutamente Athar Kamel Mohamed Ibrahim avvocato Tranquilli osservano presente buongiorno.
Usciamo elmi, avvocato Filomena Pollastro presente.
Ma di Ibrahim Abdallah Sharif, avvocato Annalisa Picconi, oggi sostituita dall’avvocato Claudio Angeletti per delega orale, la collega arriverà più tardi, grazie mille grazie parti civili Regeni Claudio.
Pre presente avvocato, Giacomo Satta, il suo procuratore è presente un giorno.
Defendi, Paola, presente Regeni, Irene non credo sia presente assistiti dall’avvocato, Alessandra Ballerini, presente buongiorno, buongiorno, Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentate ex lege dall’Avvocatura generale dello Stato avvocato Emanuele Feola, è presente il presidente Bongiorno, c’è anche l’avvocato Massimo Di Benedetto e Maurizio Greco, grazie perfetto, benissimo.
Abbiamo esaurito l’appello e nel frattempo c’era arrivata alla produzione documentale dell’avvocato.
Ticconi
Ci sono osservazioni sull’acquisizione dei documenti?
Nessuna osservazione, quindi acquisiamo la produzione documentale dell’avvocato Ticconi, c’è altro no, no, allora possiamo dichiarare formalmente chiusa l’istruzione dibattimentale da ri, dare per noti eletti gli atti del processo e dare subito la parola al Pubblico Ministero per la sua requisitoria, prego,
Wheatcroft, film, vi abbiamo dato il colpo di grazia e nel significato di queste parole pronunciate dall’imputato maggiore Sharif in Kenya, che il processo deve entrare, perché in questa frase non vi è soltanto la descrizione di un evento finale.
Vi è l’arroganza del potere, che si compiace della propria impunità, vi è la serenità del carnefice che ritiene di non dover mai rispondere.
L’uomo scompare e resta soltanto un colpo, un corpo da colpire, da spezzare da finire.
Lo abbiamo schiacciato, lo abbiamo spezzato, lo abbiamo annientato e poi li abbiamo dato il colpo di grazia.
Signor Presidente e signori della Corte, questa espressione brutale non è soltanto l’eco di una conversazione o la traccia di una confessione stragiudiziale.
E le manifesto morale del delitto che questa Corte è chiamata a giudicare.
Perché ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana.
Ciò che qui si giudica e l’esercizio metodico freddo organizzato della violenza su un uomo inerme, ciò che qui si giudica e il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia.
Ciò che qui si giudica e la tortura protratta come strumento di dominio.
E quell’uomo aveva un nome, un volto, una storia.
Giulio Regeni.
Un cittadino italiano, un giovane ricercatore, un uomo libero.
Un uomo che il 25 gennaio 2016 entra inconsapevole in una zona d’ombra, in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra soltanto la nuda forza.
Da quel momento, Giulio Regeni non è più una persona, diventa un corpo sequestrato.
Un soggetto da piegare, un destinatario di violenza.
Diventa per chi lo detiene materia su cui esercitare un potere assoluto.
E questa è la prima sconvolgente verità.
È presente processo ci consegna.
Giulio Regeni, fu privato non soltanto della libertà e della vita, fu privato della sua stessa condizione di essere umano, titolare dei diritti.
Fu collocato in uno spazio in cui non esistevano più legge, controllo, difesa, limite.
Uno spazio in cui il potere aveva preso la forma dell’arbitrio puro.
Ma vi è una seconda verità, ancor più drammatica.
A compiere tutto questo.
Alla luce delle prove che il dibattimento ha progressivamente fatto, emergere non furono criminali comuni, non furono uomini della malavita.
Furono uomini dello Stato.
Furono appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani.
Furono cioè proprio coloro ai quali lo Stato affida l’uso legittimo della forza, ed è qui che il delitto assume una dimensione ulteriore.
Quando la forza istituzionale nata per proteggere diventa forza di oppressione.
Quando la funzione pubblica nata per garantire sicurezza si converte in strumento di tortura?
Allora non è colpita soltanto la singola vittima, è colpita l’idea stessa di civiltà giuridica.
È colpito il principio che non può esistere alcun potere senza responsabilità.
è colpita la nozione elementare e insieme solenne che sovrano sopra lo Stato, vi deve essere la legge.
Ed è per questo che il processo che oggi giunge a conclusione non è stato fin dal suo nascere un processo come gli altri, è stato un processo contro il silenzio, contro il silenzio di chi non voleva parlare, di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo avrebbe cancellato le tracce.
È stato un processo contro la menzogna, controlli, ricostruzioni artificiose contro i depistaggi.
Perché, secondo l’ordine naturale delle cose, questi fatti avrebbero dovuto essere accertati e giudicati nel luogo in cui furono commessi?
Sarebbe stato compito primario dell’Egitto ricercare i responsabili, assicurare le prove, offrire alla vittima e alla comunità internazionale una risposta di giustizia.
Ma quel che si è progressivamente rivelato è stato l’esatto contrario, un sistema di ostacoli, di opacità, di resistenze, di chiusura che ha reso via via evidente una conclusione tanto semplice quanto drammatica.
Che questo processo, se non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo.
Che questa verità, se non fosse stata ricercata dalla magistratura italiana, sarebbe rimasta sommersa che questa morte, se non fosse stata portata davanti a un giudice, sarebbe stata consegnata all’oblio.
E allora la giurisdizione italiana si è assunta appieno le proprie responsabilità.
Ha affermato che la tortura e l’omicidio non possono trovare riparo dietro i confini.
Ha affermato che neppure la ragion di Stato può diventare ragione di impunità.
Lo ha fatto con gli strumenti della legge.
Lo ha fatto nel rispetto delle garanzie, lo ha fatto entro il perimetro rigoroso del codice di procedura penale.
Ma lo ha fatto con determinazione e con una determinazione che costituisce essa stessa una risposta istituzionale al tentativo di sottrarre questi fatti alla giustizia.
Ed a proposito di istituzioni appare doveroso, in apertura di questa requisitoria, ricordare le parole della più alta delle istituzioni, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Che in questi 10 anni ha più volte ribadito che verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale.
Signor Presidente e signori della Corte, la forza simbolica di questo processo non può e non deve però sostituire la prova.
Questo ufficio sa bene che non basta evocare l’orrore.
Occorre dimostrare passaggio dopo passaggio come quell’orrore e sia stato costruito e soprattutto da chi sia stato costruito, e per farlo bisogna tornare indietro, occorre allora tornare all’inizio, occorre partire da chi era Giulio Regeni.
Comprendere chi fosse Giulio Regeni non è un tributo dovuto alla vittima, si tratta al contrario, di un passaggio strettamente processuale.
Perché conoscere la persona di Giulio Regeni significa comprendere il suo stile di vita.
Il suo percorso di studi, il suo metodo di ricerca, il suo modo di relazionarsi con gli altri, il suo effettivo grado di inserimento nel contesto egiziano.
E significa soprattutto Scu sgombrare il campo da una serie di suggestioni di ambiguità di ipotesi alternative che in questi anni sono state alimentate ad arte per offuscare la verità dei fatti.
Giulio nasce e vive fino ai 17 anni a Fiumicello, in provincia di Udine, quindi in un territorio di confine.
Perché a meno di 15 chilometri dalla frontiera con la Slovenia?
Anche per questo cresce in un ambiente familiare caratterizzato da un’educazione aperta al viaggio.
Alla conoscenza, all’incontro, con culture diverse.
Il padre e la madre trasmettono a Giulio e la sorella Irene un modello educativo fondato sulla curiosità intellettuale, sull’ironia, sulla libertà di pensiero, su una costante attenzione verso ciò che è altro da sé.
Lo ricorda Irene Regeni, all’udienza del 19 novembre 24.
Il nostro rapporto in famiglia è stato sempre molto divertente, nessuno si è mai preso troppo sul serio, io e Giulio ci divertivamo tantissimo a prendere in giro mamma e papà,
A Giulio piaceva tantissimo farmi scherzi.
Queste parole restituiscono un tratto che il dibattimento ha poi confermato da più fonti Giulio era un ragazzo vitale, ironico, capace di relazioni affettive, profonde, lontanissimo dalle immagini di una personalità cupa chiusa o ideologicamente irrigidita.
Ed è proprio in questo contesto che emergono fin dall’adolescenza intraprendenza, spirito civico, maturità e una precoce curiosità per l’estero.
Non è casuale che scelga di frequentare a Trieste un liceo classico con indirizzo linguistico.
Per Giulio, la lingua è il primo strumento per entrare davvero dentro una cultura.
A questa apertura verso l’esterno si accompagna una Press una passione crescente per lo studio e l’approfondimento nel 2007 si reca per la prima volta nel Regno Unito per Praet frequentare presso l’Università di Leeds, un corso di arabo nell’ambito degli studi di Scienze politiche.
Nel 2011 approda all’Università di Cambridge per il master.
Tra il 2013 e il 2014 lavora presso Oxford analitica, che è una società di consulenza e analisi geopolitica che, come ci ha spiegato il colonnello Panebianco dei Ros.
Fornisce un supporto informativo a soggetti pubblici e privati interessati all’economia e la politica globale.
Ma proprio quell’esperienza lavorativa ci consente di cogliere con precisione la natura autentica della sua vocazione.
Ci dice il colonnello Panebianco, non era pagato dalla da quella tipologia di attività di Oxford Analytica, perché lui, per quello che si capisce anche tra le righe, leggendo i documenti che ha elaborato, era predisposto alla ricerca, all’analisi improprio.
Al fatto di dover semplicemente raccattare dei documenti dei dati su internet e metterli a disposizione di altri perché redigesse il documento.
Era una cosa che non lo appagava.
E questo è un passaggio istruttorio significativo, perché dimostra che Giulio non era orientato verso attività ancillari opache, ma verso la ricerca autonoma, verso la comprensione di diretta dei fenomeni verso un’elaborazione personale di quanto conosceva.
Sempre Irene ci chiarisce la profondità di questo atteggiamento all’udienza del 19 novembre 24, a pagina 6.
Giulio era interessato a scoprire culture.
Che ad essere in contrasto con questa cultura.
E noi lo faceva in maniera superficiale, ma voleva capire e capire fino in fondo.
Questa è un’attitudine che Giulio aveva per tutto, per esempio, l’Egitto lui non aveva interesse per le piramidi, ma ad approfondire l’aspetto storico, l’aspetto culturale.
Nello stesso senso si colloca quanto ci ha detto il padre, Claudio.
L’aveva sempre affascinato la cultura araba, avevamo fatto un viaggio in Turchia qualche anno prima e lui era rimasto affascinato proprio da quella cultura, poi, quando c’era da decidere la specialistica da fare all’università, ha scelto proprio la lingua e la cultura araba.
La scelta dell’Egitto, quindi, non nasce da casualità, non nasce da finalità diverse da quelle dichiarate, non nasce da incarichi esterni, nasce da un coerente e lineare percorso accademico.
Un ulteriore tratto che emerge con forza è la capacità di Giulio, di costruire e mantenere i rapporti umani profondi.
Paola Deffendi c’ha riferito come, pur essendo andato via di casa a 17 anni e mezzo, Giulio avesse mantenuto un legame affettivo intensissimo con gli amici di Fiumicello e di Trieste.
Giulio ci teneva agli amici quando tornava qui in Italia, stava a casa ma usciva in continuazione per salutare tutte le persone con cui aveva rapporti di amicizia.
Per esempio, abbiamo capito, dopo di quante persone avesse aiutato.
Ed in questo non è un dettaglio minore che il giorno del funerale a Fiumicello in quello successivo, molti di quei coetanei si siano spontaneamente presentati presso la caserma dei carabinieri, mettendo a disposizione dei Ros i cellulari, i messaggi, le mail e le chat, consentendo di acquisire alle indagini le coppie Fiorenza integrali è il segno di rapporti veri.
E attraverso quelle relazioni che la Procura ha potuto iniziare a ricostruire la vita personale, accademica e relazionale di Giulio.
Questo stesso, questo stesso stile nel coltivare amicizie, si riproduce nei contesti internazionali e in particolare al Cairo, pensiamo ai rapporti con Gennaro Gervasio e Francesco De Lellis, che abbiamo ascoltato con Gennaro Gervasio, Giulio sviluppò, un intenso confronto culturale e intellettuale ed è noto che era proprio l’appuntamento con lui.
In cui Giulio si stava recando la sera del 25 gennaio 2016.
Con Francesco De Lellis, condivise interessi di studio, ricerca e sui sindacati indipendenti e partecipazione ad attività comuni, su cui torneremo poi diffusamente.
Ma dalle frequentazioni al Cairo emerge anche la figura di Nura wahhabi, una figura che appare al, almeno in un primo momento di sostegno e di amicizia.
Lo aiuta a trovare casa, lo frequenta assiduamente, organizza una festa per il suo compleanno il 20 gennaio.
E tuttavia, accanto a queste condotte amicali, vi sono comportamenti quantomeno equivoci.
Il 18 dicembre, 2015 Nura elimina dal ca cloud, condiviso con Giulio, la cartella Regeni.
Cancellando nell’accesso comune e mostrando evidentemente la volontà di rimuovere ogni c’è traccia del proprio apporto alla ricerca di Giulio.
Ah, ancor più significativo è l’episodio del 20 gennaio, quando, alla festa di compleanno di Giulio organizzata proprio da Nura, compare l’agente turistico rami che vedete in questa fotografia risultato intimamente amico dell’imputato Sharif e che quella sera si fotografa con Giulio coniuga, non siamo davanti a una mera coincidenza relazionale.
Siamo già dentro un contesto di osservazione e di raccolta informativa.
Sempre sul piano delle relazioni personali, la madre ci ha riferito all’udienza del 21 gennaio 2025, che Giulio aveva un atteggiamento di rispetto verso il mondo femminile ed aveva da quello che abbiamo capito anche un certo successo con le ragazze.
Irene, con riferimento alla relazione sentimentale in corso, al momento dei fatti ha aggiunto.
Giulio dal Cairo mi scrisse in particolare di questa ragazza.
Che aveva conosciuto anni prima una ragazza ucraina Valeria.
E questo è il rapporto che avevo con Giulio da lontano, ma anche molto confidenziale.
Sono elementi che confermano ancora una volta una personalità aperta, lineare, relazionale, priva di zone d’ombra.
Gabriele Ravelli, amica d’infanzia, ci consegna un’immagine molto concreta di Giulio.
È una dotazione apparentemente semplice, ma in realtà è importante perché sottrae Giulio a qualunque stereotipo.
E lo restituisce per quello che era un giovane studioso ma assolutamente normale nei gusti, nelle passioni e nelle abitudini.
Il padre conferma la semplicità del suo stile di vita, era molto attento a non spendere più del necessario.
Non gli interessava vestirsi in maniera sfarzosa, si vestiva in maniera semplice.
Questa sobrietà e documentalmente confermata dall’analisi dei conti correnti.
Al momento dell’omicidio Giulia, aveva quattro conti correnti, uno in Italia e 3 in Gran Bretagna.
Il saldo complessivo, però ammontava a soli 14.000 euro.
Dall’analisi dei movimenti risulta che quella somma deriva esclusivamente dagli accrediti riconducibili all’attività lavorativa svolta presso Oxford Analytica.
Non risultano ulteriori versamenti da nessuno.
Né in Italia né in Gran Bretagna, né in Egitto.
Questo dato esclude quindi fonti di finanziamento opache, esclude attività di lavoro parallele e non dichiarate, esclude soprattutto remunerazioni riconducibili ad apparati di intelligence.
Sul punto il colonnello Panebianco che abbiamo ascoltato è stato categorico.
Non c’è un’evidenza nel complesso del materiale che noi abbiamo acquisito nel corso delle indagini che ci autorizzi a ipotizzare la riconducibilità, Giulio ha un servizio di intelligence italiano, britannico o straniero.
E questo è stato confermato anche dal dottor Manenti, direttore del servizio d’intelligence estero italiano all’udienza del 24 ottobre 2024 a pagina 31.
Su questo punto, quindi, il processo ha parlato con chiarezza assoluta, Giulio Regeni non era una spia.
Vi è poi il tema dell’effettività della conoscenza della lingua araba, tema che non è secondario, come sappiamo, perché incide direttamente sulla comprensione da parte di Giulio di numerosi episodi verificatisi a il Cairo, Giulio aveva certamente studiato l’arabo e quando giunge in Egitto nell’autunno del 2015 era in grado di esprimersi in arabo classico.
Ma il dibattimento ha chiarito che è ben diverso, era il livello di padronanza dell’arabo dialettale egiziano, soprattutto di quello parlato nelle aree popolari e nei mercati.
Ne deriva una conclusione precisa.
Giulio riusciva a comunicare, ma non non dominava pienamente il codice linguistico e sociale dei suoi interlocutori egiziani.
E dunque nei colloqui con i rivenditori ambulanti, nei rapporti col sindacalista Abdallah, nei successivi contatti con la National Security, la sua capacità di comprendere e sfumature sottintesi inflessioni dialettali era inevitabilmente limitata.
E ciò ha generato incomprensioni equivoci, fraintendimenti, un riscontro oggettivo ci si coglie nel video del colloquio tra Giulio e Abdallah del 7 gennaio, nel quale più volte Giulio chiede di ripetere alcune frasi perché non ne aveva colto il significato.
Giulio Regeni era principalmente un ricercatore, il suo progetto di ricerca era stato valutato e approvato dall’Università di Cambridge, le attività da lui svolta in Egitto e le modalità concretamente eseguite rientrano pienamente nel cosiddetto metodo dell’osservazione partecipata.
Metodo unanimamente riconosciuto nelle scienze sociali come uno dei più efficaci per indagare i fenomeni socio-politici in evoluzione.
Lo scopo di Giulio era raccogliere dati qualitativi e quantitativi per comprendere la comparsa e lo sviluppo del sindacalismo indipendente in Egitto.
Ce lo spiega con chiarezza il professor Gennaro Gervasio.
Ecco allora spiegata la presenza di Giulio nei mercati del Cairo, ecco spiegata la sua frequentazione assidua dei rivenditori ambulanti, ecco spiegata la costruzione di rapporti personali con loro, non si trattava di una scelta originale, eccentrica arbitraria, si trattava dell’applicazione concreta di una metodologia scientifica,
A questo si aggiunge il tema del cosiddetto impatto della ricerca che ci ha illustrato il 9 aprile 24 Galadriel Ravelli.
E in questa chiave, quindi, che va letto anche il tentativo di Giulio di far partecipare.
Attraverso l’ONG di Hoda Kamel.
Il sindacato dei rivenditori ambulanti ad un bando della Fondazione non si trattava.
Lo cam, lo capiamo allora di mancia politica, non si trattava quindi di sostegno clandestino ad attività antagoniste, si trattava ancora una volta di una condotta tipica di un ricercatore che applicava con rigore il metodo dell’osservazione partecipata.
Conoscere Giulio Regeni significa dunque approdare ad una prima conclusione certa.
Giulio era un giovane ricercatore, serio, lineare, trasparente, metodico, profondamente curioso del mondo arabo, che voleva vivere da di dentro.
Desideroso di impadronirsi dei suoi codici profondi, immerso in un lavoro accademico autentico e documentato, del tutto estraneo a qualsiasi attività di intelligence o di militanza occulta.
Ed è proprio questa figura che, nel contesto egiziano dell’autunno 2015 continua inizia a diventare progressivamente un obiettivo.
E tu, prima di seguire Giulio al Cairo, è necessario comprendere quale fosse il suo progetto di ricerca, comprendere quale sia stato il contesto accademico nel quale quel progetto era nato e si è sviluppato, ed è per questo motivo che le indagini preliminari si sono inevitabilmente estese alle attività svolte presso l’Università di Cambridge.
Occorreva infatti comprendere come fosse stato individuato lo.
Oggetto della ricerca, e cioè il sindacalismo indipendente egiziano.
Con quale modalità Giulio avesse maturato la scelta di recarsi al Cairo
Quali interlocuzioni vi fossero state tra Giulio e l’università quali valutazioni di rischio fossero stati compiute?
E soprattutto se dietro quel percorso accademico potessero celarsi, almeno da parte dell’università, finalità diverse da quelle dichiarate.
Questa è quella che nel corso degli anni è stata definita la così Peace pista inglese.
Una pista si sente.
Basato.
è quella che nel corso degli anni è stata definita la cosiddetta pista inglese, una pista che questo ufficio ha il dovere di affrontare qui in modo conclusivo, perché è stata a lungo evocata, discussa, amplificata anche mediaticamente.
E spesso caricata di illazioni prive di reale reale consistenza probatorio.
Ed in quest’ambito ha avuto inevitabilmente un ruolo centrale la professoressa Mabel da Rahm supervisor della ricerca ridotti Giulio.
È giusto dire con equilibrio che la posizione della professoressa nel corso delle indagini è stata una posizione fatta di luci e di ombre.
Le ombre sono consistite nella iniziale reticenza mostrata nel rilasciare dichiarazioni alla Procura di Roma.
In diverse sedi e in diverse occasioni.
Reticenza che inevitabilmente ha alimentato interrogativi e sospetti.
Ma oggi non siamo più nel tempo delle ipotesi investigative, siamo all’esito della fase dibattimentale.
E ciò che conta ora è verificare che cosa sia stato possibile ricostruire processualmente e non quali suggestioni abbiano circolato all’esterno del processo.
Perché va ricordato che la cosiddetta pista inglese, e in particolare la figura della professoressa Mabel darà, è stata oggetto di un ampio dibattito pubblico e di ripetute strumentalizzazioni.
Si è parlato della sua presunta vicinanza alla Fratellanza musulmana, si è parlato di asserite consulenze all’intelligence britannica, si è insinuato che Giulio potesse essere essere stato indirizzato verso l’Egitto per finalità non accademica.
Ebbene, allo stato delle risultanze processuali, questo quadro deve dirsi definitivamente superato.
L’udienza del 10 ottobre 2024, nel corso della quale la professoressa belga Ram, ha reso dichiarazioni avanti a voi.
E soprattutto l’acquisizione, con il consenso delle difese, come da ordinanza di quel giorno, a pagina 9 delle dichiarazioni rese dalla stessa professoressa belga Ram alla Commissione parlamentare d’inchiesta hanno consentito di ricostruire in modo lineare il rapporto scientifico intr intercorso tra Giulio e la sua supervisor.
È emerso con chiarezza che Giulio conosce la professoressa sin dal master frequentato a Cambridge nel 2011.
Ed è proprio in quegli anni che inizia ad affrontare insieme a lei il tema del sindacalismo indipendente.
E in particolare quello dei venditori ambulanti in Egitto.
Quando dunque nel 2014 Giulio deve scegliere il tema del proprio dottorato contatta di propria iniziativa, la professoressa Mabel drum.
Con l’intenzione di riprendere e approfondire quel medesimo filone di studio.
La scelta quindi non è etero diretta, non è il frutto di una sollecitazione esterna, non è il risultato di un rinvio deciso da altri.
E Giulio che sceglie il tema e Giulio che sceglie la docente e Giulio, che sceglie di tornare sull’argomento.
E lo fa perché conosce già la competenza della professoressa su quel settore di studi.
E spera di sviluppare proprio con lei il proprio percorso di ricerca.
Questi passaggi non risultano soltanto dalle dichiarazioni della professore Isabel da Rahm, risultano anche da quanto Giulio aveva raccontato alla famiglia e dalle numerose mail acquisiti agli atti inviate ad amici e colleghi.
Il che conferma lo si dica con chiarezza ancora una volta la linearità.
Del suo progetto,
Dobbiamo però anche dire che il Sindaco dai giorni immediatamente successivi al 3 febbraio 2016
E cioè dal ritrovamento del corpo di Giulio una domanda ha attraversato costantemente il dibattito pubblico e investigativo.
Furono prese tutte le cautele necessarie, l’Università di Cambridge poteva fare di più.
È stato sottovalutato il rischio connesso alla permanenza di Giulio in Egitto.
Per rispondere a questi interrogativi, mi sono recato nel Regno Unito in due distinte emissioni, la prima nel 2000, nel 2016 mediante richiesta di rogatoria e la seconda nel gennaio 2017 attraverso un ordine europeo di investigazione.
La procura di Roma è così riuscita ad acquisire l’intero fascicolo universitario relativo alle posizioni di Giulio Regeni.
Fascicolo che poi confluito nel fashion nel fascicolo del dibattimento, con il consenso dei difensori prestato in sede di formazione del fascicolo dell’udienza preliminare.
Ebbene, dall’esame della documentazione pervenutaci da Cambridge emerge un dato preciso.
L’università, forte di una consolidata tradizione nell’invio di ricercatori all’estero, prevede una procedura articolata di approvazione dei progetti di ricerca finanziati dall’ateneo.
Tra i documenti richiesti, vi è questo che il modulo di valutazione del rischio che i ricercatori deve compilare e che il docente e supervisore deve controfirmare.
Si tratta di un passaggio decisivo ai fini dell’autorizzazione, Giulio compila quel modulo, utilizzando il form, il formulario all’epoca in uso in realtà piuttosto snello.
Nel quale rappresenta che la situazione politica egiziana appare stabile e che nel sito del Foreign Office.
L’area del Cairo è indicata come sicura.
Il documento viene poi validato dalla professoressa Mabel da Rahm, cui è richiesto di attestare la congruità di quanto esposto.
Ma vi è anche un altro documento nel fascicolo di Cambridge, che assume, a nostro giudizio un rilievo ben maggiore.
Si tratta di un questionario metodologico.
Diverso dalla mera valutazione del rischio nella quale viene chiesto ai ricercatori, e quindi anche a Giulia, di indicare i punti di forza e di debolezza e i possibili ostacoli della propria ricerca, ed è qui che Giulio lasciano Nord un’annotazione di straordinaria importanza.
Perché ci consente di entrare nella sua reale percezione del contesto egiziano, scrive infatti Giulio.
Questo massaggio di Giulio dimostra tre cose.
La prima Giulio era consapevole del contesto politico in cui stava operando, la seconda aveva chiarissima la possibilità che il suo oggetto di ricerca fosse guardato con sospetto sia dagli intervistati sia dalle autorità Laterza aveva lui stesso percezione dei limiti della propria competenza linguistica sul piano dialettale.
Dunque non siamo di fronte ad un ricercatore mandato allo sbaraglio da un ateneo ignaro.
Siamo di fronte a una scelta accademica compiuta in un contesto di rischio percepito, valutato e tuttavia ritenuto tragicamente gestibile.
Tutto questo non attenua la responsabilità degli autori del delitto, ma ci aiuta a collocare correttamente il ruolo dell’università di Cambridge.
A questo punto occorre trarre una conclusione netta sulla pista inglese.
Tutti gli elementi raccolti sulla cosiddetta pista inglese sono stati approfonditi, verificati, sviscerati in ogni possibile direzione.
E deve dirsi oggi con assoluta chiarezza che da quel versante non è emerso alcun elemento utile alla ricostruzione del sequestro delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni.
Ma vi è di più.
E oggi doveroso affermare che ogni aspetto dell’attività svolta da Giulio nel Regno Unito è stato chiarito in modo definitivo.
Ciò vale per i rapporti scientifici tra Giulio e la professoressa Mabel da Rahm prima della partenza del Cairo.
Per le relazioni attribuita alla professor dalla Pro alla professoressa con la Fratellanza musulmana e con apparati di intelligence britannici.
Relazioni che sono rimaste sul piano della mera illazione
Per l’assenza assoluta di qualsiasi elemento che possa anche soltanto far ipotizzare un rapporto tra Giulio e i servizi di intelligence del Regno Unito.
Sul punto assume valore particolare a quanto ascoltato all’udienza del 24 ottobre 2024, a pagina 48, ancora una volta dal direttore dell’AISE, il dottor Alberto Manenti.
Si tratta, come è evidente a tutti voi, di una dichiarazione di particolare peso istituzionale.
Resa dal vertice del servizio di intelligence italiana.
Ebbene, all’esito di tutte le acquisizioni compiute, questo ufficio ritiene che il quadro probatorio sia giunta ad un punto fermo.
Non vi è alcun elemento che consenta di individuare nel versante inglese la chiave interpretativa del delitto.
Non vi è alcun elemento che sostenga ipotesi alternative alla responsabilità degli apparati egiziani e dei quattro imputati.
Si tratta di una conclusione che coincide del resto con quella raggiunta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta, le cui risultanze sono state acquisite agli atti del dibattimento con vostra ordinanza.
La pista inglese quindi non conduce da nessuna parte, se non ad una conclusione.
Giulio Regeni era in Egitto per ciò che aveva sempre dichiarato di essere un dottorando di Cambridge, impegnato in una ricerca sul sindacalismo indipendente ed Edith in Egitto, quindi è solo in Egitto che bisogna cercare i suoi sequestratori, i suoi torturatori, i suoi assassini.
Riandiamo quindi ora la situazione geopolitica dell’Egitto.
Nel nei giorni in cui Giulio giunge al Cairo, vale a dire tra l’ottobre del 2015 e il gennaio 2016.
è necessario ripercorrere quanto illustrato nelle prime udienze dal professor Dentice, responsabile del desk del Centro studi internazionali.
Ci ha detto.
Il 25 gennaio 2011 è una data fondamentale nella storia egiziana, perché segna l’inizio delle proteste che diedero vita alla cosiddetta primavera araba.
Nel 2011, a fianco delle proteste popolari, vi fu un’azione decisa da parte dei militari.
Che colsero l’opportunità per diventare centrali nella scena politica e guidare la transizione.
I militari hanno sempre avuto un ruolo importante in Egitto, ma dal 2011 aumentarono progressivamente la loro influenza.
Infiltrandosi nello Stato e divenendo attore economico, civile e politico.
In questo quadro, quando salgono al potere i Fratelli musulmani e diventa presidente Mohamed Morsi.
Il ruolo dei militari, non arretra affatto.
Anzi, si rafforza, ed è proprio nel 2012 che diviene il ministro della Difesa al-Sisi.
Una carica, quello del ministero della Difesa in Egitto, di importanza strategica e il capo delle forze armate, il rappresentante dei militari nel governo, ed è in grado di incidere in maniera profonda sulla vita politica del Paese.
Quando poi nella bibliche nell’aprile 2013, una nuova ondata di proteste popolari investe il governo morsi, i militari e tra loro Al Sisi, colgono definitivamente l’occasione per consolidare il loro potere.
Sarà infatti Al Sisi il 3 giugno 2013 ad annunciare pubblicamente in televisione la decadenza del presidente morsi.
E la nascita di un governo di transizione guidato proprio da lui.
Un anno dopo le sue che le le elezioni lo porteranno alla Presidenza della Repubblica.
Ma la centralità dei militari non si manifesta soltanto sul piano economico, nella gestione delle principali attività imprenditoriali, ma anche per l’influenza nelle strutture giudiziarie e di sicurezza.
Accanto ai tribunali ordinari, operano i tribunali militari.
Che hanno un ruolo preminente nella gestione delle situazioni più delicate, e non soltanto di quelle riguardanti il terrorismo, ci ha detto il professor Dentice.
Il Presidente della Repubblica nomina inoltre tutti i vertici delle agenzie di intelligence in Egitto.
E questo dunque il contesto, un regime nel quale il potere politico, militare, giudiziario e di intelligence tende progressivamente a concentrarsi sotto un’unica regia.
Ed in questo Egitto che Giulio arriva.
Tra i documenti acquisiti al fascicolo del dibattimento, con vostra ordinanza del 16 aprile 2024, come ho già ricordato, vi è la relazione della commissione parlamentare d’inchiesta voi avete riconosciuto a tale elaborato natura di prova documentale dotata di un’autonoma efficacia rappresentativa, salvo ovviamente le parti relative a soggetti e già esaminati o da esaminare nel corso del dibattimento.
Ebbene, l’analisi della collocazione internazionale dell’Egitto contenuta in quella relazione assume un rilievo decisivo per comprendere la successiva degenerazione interna in tema di diritti umani e di uso della tortura.
Il tradizionale sostegno quasi esclusivo degli Stati Uniti al regime di Mubarak aveva progressivamente comportato, pur tra enormi limiti, una certa esposizione del sistema egiziano alle pressioni occidentali verso forme di maggiore democratizzazione.
Ma tale equilibrio si rompe nel 2011.
La repressione violenta delle proteste di piazza incrina, il rapporto privilegiato con l’America di Obama e apre nuovi spazi geopolitici.
Quegli spazi vengono rapidamente occupati dai nuovi attori internazionali, la Russia, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita.
Solo nell’anno 2014 l’Arabia Saudita assicura l’Egitto 8 miliardi di dollari di aiuti.
Questo spostamento del baricentro internazionale produce una conseguenza interna chiarissima.
Il regime di al-Sisi acquisisce maggiore autonomia dalle pressioni occidentali in materia dei diritti civili e di libertà fondamentali.
La dipendenza economica non è più esclusivamente occidentale.
E venendo meno il il vincolo politico derivante da questa dipendenza.
La repressione interna può intensificarsi, diventano così bersaglio sistematico le ONG indipendenti, gli attivisti, la stampa non allineata, i media internazionali, ogni organismo autonomo rispetto al regime.
L’Egitto si avvia dunque verso una forma di potere sempre più impermeabile al controllo esterno, è sempre più libero di utilizzare gli apparati coercitivi come strumento di stabilizzazione.
Per comprendere come Giulio sia potuto diventare oggetto di attenzione da parte dei servizi di sicurezza egiziani.
E quindi come sia stato possibile il suo sequestro della sua detenzione, la tortura e la morte?
Occorre soffermarsi sul riassetto interno degli apparati di intelligence negli anni 2014 2015.
Sempre il professor Dentice ci ha descritto con precisione la struttura delle agenzie d’intelligence egiziana.
Tre sono le principali agenzie, i Gis, cioè la General Intelligence service.
La National Security Agency e l’intelligence militare.
Le 3 agenzie talvolta collabora, talvolta si muovono in maniera autonoma, il Gis dipende direttamente dalla Presidenza della Repubblica e si occupa dell’informazione esterna e del coordinamento dell’intera intelligence.
La National Security lavora sul piano interno, il controspionaggio, la sicurezza interna, la sorveglianza, la raccolta di informazioni sulla minaccia della sicurezza nazionale.
L’intelligence militare dipende dal ministro della Difesa ed è quella di cui al-Sisi era stato direttore fino al 2016.
Nel 2014 2015.
Il regime è però in una fase particolarmente delicata, quella che gli osservatori geopolitici definiscono di consolidamento del potere, ed è proprio in questa fase che le diverse agenzie.
Tra il 2014 e il 2015 sono, secondo gli osservatori, tra loro in competizione.
Per dimostrare al presidente Al Sisi la propria utilità e la propria capacità di controllo.
L’intelligence militare riportata al centro dal suo ex capo è il nuovo presidente, fallisce però due appuntamenti decisivi la gestione dell’affluenza alle precedenti presidenziali del 2014 è quella delle delle legislative del 2015, che è molto inferiori alle aspettative.
Se questi sono i flop dell’intelligence militare, si aprono allora nuovi spazi per la National Security.
Spazi che significano una sola cosa, necessita di approfittarne e di produrre a tutti i costi qualche risultato da offrire al presidente al-Sisi.
Vi è necessità di mostrare efficienza repressiva, di individuare minacce, di neutralizzarle, di esibire fedeltà al regime.
E mentre avviene questa tragica e feroce competizione tra le diverse agenzie di intelligence, naturalmente la situazione dei diritti umani in Egitto conosce un aggravamento drammatico, segnato dall’incremento esponenziale del fenomeno dei cosiddetti fermi non ufficiali.
Ebbene, se tali pratiche erano già conosciuto nei regimi precedenti, con l’avvento di al-Sisi assumono proporzioni del tutto nuove e diverse.
Uno studio del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite dimostra infatti che fino al 2011 la media era di 10 fermi non ufficiali l’anno.
Nel 2014 i casi salgono da 10 a 21 nel 2015 salgono da 21 a 118,
Nel 2016 salgono da 118 a 161.
Come è comprensibile, non si tratta di numeri neutri, si tratta delle rappresentazione statistica, di una precisa politica di sicurezza.
La neutralizzazione clandestina di soggetti ritenuti sensibili.
Secondo le testimonianze raccolte da organismi internazionali, le persone vengono prelevate per strada dai luoghi di lavoro o dalle loro abitazioni senza alcun mandato da parte della magistratura, vengono poi trattenuto in luoghi non ufficiali, senza accesso dei familiari dei difensori, né alcun controllo giudiziario.
Molti di essi, secondo questo studio, transitano proprio presso il centro della Zoebeli, all’interno del ministero degli Interni del Cairo, lo stesso luogo nel quale è il dato non può essere dimenticato, il testimone Delta riferisce di essere stato condotto insieme a Giulio.
In altri casi i soggetti vengono fermati, trasferiti presso uffici di polizia austriaca o strutture della National Security senza alcuna registrazione nei registri dei detenuti.
Sono cioè persone che scompaiono, scompaiono per giorni per settimane, talvolta per mesi.
Fuori di ogni garanzia, fuori da ogni legalità, fuori dalla protezione della legge.
La Commissione egiziana per i diritti e le libertà, per il solo periodo agosto novembre 2015, ha censito un centinaio di casi.
E questa Corte voi stessi, nell’ordinanza del 12 dicembre 2024, avete già avuto modo di osservare.
Come?
Questo processo ha offerto riscontri significativi su Practica, egiziani, di Fermi non ufficiali e di condizioni di detenzione, anche per fatti che nel nostro ordinamento sarebbero frutto di normale espressione del pensiero.
Fermi assai distanti dai principi consolidati di garanzia della libertà e del rispetto dei diritti della difesa.
Che questa, quella dei fermi non ufficiali sia stata anche la sorte toccata a Giulio emerge con assoluta chiarezza dalle parole del dottor Manenti, direttore dell’AISE.
Già in quei giorni di gennaio.
Avevamo raggiunto la convinzione che Giulio fosse stato oggetto di un fermo non ufficiale.
Da pagina 31 dell’udienza del 24 ottobre 24
E che i cosiddetti fermi non ufficiali costituissero una prassi ben nota alle autorità italiane, è confermato dall’autorità delegata per i servizi di sicurezza italiani, l’onorevole Marco Minniti, che abbiamo ascoltato in quest’Aula.
E in questo sistema di fermi non ufficiali, che si colloca quindi la scomparsa di Giulio.
Non un’anomalia, non un fatto eccezionale, ma una pratica nota perché in uso da tempo, negli apparati dello Stato egiziano.
Ma se la sparizione, il fermo illecito.
Rappresenta il primo segmento, la tortura nei, costituisce il naturale atroce sviluppo.
Ritorniamo ancora una volta alla relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta a pagina 328.
Vi si legge che ad essere arrestati arbitrariamente, quando non addirittura rapiti, sono soprattutto attivisti, giornalisti, dissidenti politici, soggetti prelevati senza mandato da agenti statali, soggetti trattenuti allo Zoebeli, soggetti sottoposti a interrogatori nei quali la violenza fisica e psicologica non rappresenta una deviazione ma il metodo le confessioni vengono estorte con la forza.
I pubblici ministeri inseriti in un sistema di dipendenza dal potere esecutivo, come abbiamo visto.
Diventano parte di quel meccanismo legittimando a valle ciò che gli apparati di sicurezza compiono a monte.
Nonostante ciò, il governo egiziano continua a formalmente a negare l’uso della tortura.
Lo nega, pur essendo parte della Convenzione Onu contro la tortura del 10 dicembre 84, lo nega, pur avendo una Costituzione che all’articolo 52 afferma.
Tutte le forme di tortura costituiscono un crimine imprescrittibile.
Ma la prova dell’uso sistematico delle torture in Egitto non proviene soltanto dagli organismi internazionali.
Proviene anche dalla letteratura medico, scientifica, medico, legale.
Il professor Fineschi e il professor Chiarotti che abbiamo ascoltato all’udienza del 24 aprile 2 ore 22.024, a pagina 7 del verbale hanno richiamato due studi condotti su casistiche egiziane di soggetti sopravvissuti alla tortura, uno studio del 2004 con 140 casi documentati di tortura e uno studio del 2009 2010 con 367 casi di tortura.
Ed è di assoluto rilievo ciò che ci dice il professor Fineschi.
Di qui.
Quest’ultima affermazione del professor Fineschi vi è una totale sovrapposizione tra le torture di Stato descritti nella letteratura scientifica, medico, legale, egiziana, è quello che noi abbiamo riscontrato sul corpo di Giulio, è evidentemente un elemento di straordinaria chiarezza.
Perché il corpo di Giulio parla la stessa lingua lesiva delle torture di Stato egiziana e non sono genericamente compatibili con torture, sono specificatamente sovrapponibili.
Alle torture praticate in Egitto dagli apparati pubblici.
Ed a ciò si aggiunge la drammatica valutazione proveniente dagli stessi attivisti egiziani per i diritti umani nella conversazione, in particolare tra la presidente della ONG o da Kamel, e la famiglia Regeni.
Ci dice Hoda Kamel il modo in cui Giulio è stato torturato e un modo professionale, e questo è il metodo della polizia.
Non c’è nessuno, eccetto la pulizia che possa far aver fatto quello che è successo.
Questa Corte ha già affermato con l’ordinanza del 12 dicembre 2024
Che numerosi sono i fatti, obiettivi che documentano come la situazione dei diritti civili in Egitto si ampiamente compromessa.
E che fonti differenziate concordino nella conclusione che il Paese egiziano è connotato da significative violazioni dei diritti umani, che si traducono in esecuzioni arbitrarie e illegali, fermi non ufficiali, torture o trattamenti crudeli, inumani o degradanti da parte del governo?
Ed allora?
Il punto giuridico probatorio è essenziale, qui non siamo in presenza di una tortura privata, siamo in presenza di una tortura pubblica, di quelle forme di tortura che trova il proprio fulcro non soltanto nel dolore inflitto, ma nell’abuso radicale del potere statale.
Richiama ancora una volta quanto avete scritto voi stessi nell’ordinanza del 18 marzo 2024.
Nella tortura di Stato il fulcro del delitto è spostato sull’esercizio del locale del potere da parte di pubblici ufficiali, cosicché la condotta acquista un maggior disvalore e una connotazione particolare in considerazione della Pervert perversione del potere coercitivo affidato al funzionario pubblico.
Ed è esattamente ciò che avviene a Giulio, la sua libertà viene annientata, la sua persona viene sottratta ad ogni garanzia, il potere pubblico, anziché proteggere, si trasforma in strumento di annientamento.
La tortura, dunque, in questo processo non è soltanto una modalità commissiva, è il cuore qualificante del fatto.
È il segno della matrice statuale dell’azione.
Vi è poi un ulteriore elemento che illumina la natura del regime e che assume un particolare significato anche per comprendere la successiva gestione del caso Regeni tra da parte dello Stato, quella del controllo dell’informazione.
La relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta documenta come nel maggio 2016, pochi mesi dopo il ritrovamento del corpo, la testata indipendente Mada Masr.
Riveli una clamorosa svista del ministero degli Interni egiziano, e cioè l’invio ad una lista dei giornalisti della strategia mediatica ufficiale relativa alle questioni sensibili, tra cui il caso Regeni.
In quel documento si impone il divieto di pubblicazione, sul caso si propone il coordinamento con la Procura generale per mantenere il silenzio mediatico, si dispone che il monitoraggio delle testate on line si individuano come soggetti ostili i giornalisti stranieri che insistono nel coinvolgimento degli apparati di sicurezza,
Nel mirino, per questo finiscono il New York Times e l’agenzia Reuters.
Quest’ultima, nell’aprile del 2016, è destinataria di un formale del reclamo del Ministero degli Interni.
L’Agenzia è colpevole di aver diffuso la notizia secondo cui i Regeni è stato preso in custodia dalla polizia prima della morte.
Analoga sorte subisce il New York Times, accusato di trarre conclusioni false per aver scritto che la sera del 25 gennaio Giulio era stato prelevato da agenti di polizia.
Le fonti giornalistiche straniere vengono descritte come cospiratori.
I giornalisti egiziani non allineati come traditori.
Il lessico è sempre lo stesso.
Complotto interferenza straniera attacco all’orgoglio nazionale
Ma non è una reazione spontanea, è una strategia di regime.
Una strategia volta a due obiettivi.
Impedire la circolazione della verità all’interno.
E costruire una narrazione difensiva internazionale.
In questo quadro è particolarmente significativo il licenziamento nel marzo del 2016 del ministro della Giustizia egiziano, Ahmed aziende formalmente è rimosso per blasfemia, ma secondo fonti indipendenti, in realtà estromesso, per aver lasciato intendere, durante un’intervista sul caso Regeni, che la relazione medico legale svelava quello che tutti sapevano.
E cioè dobbiamo dirlo in quest’Aula senza esitazioni, l’uso sistematico dell’apertura da parte degli apparati egiziani.
Questo capitolo sui media, quindi, non è un capitolo accessorio, è la prova che, mentre Giulio veniva sequestrato, torturato e ucciso, il regime disponeva già degli strumenti per manipolare il racconto pubblico.
Reprimere le voci difformi e difendere l’immagine dello Stato.
Segno ulteriore di una struttura che non reagisce la devianza dei singoli, ma protegge se stessa.
Eh eh, proprio per comprendere come questa struttura operasse concretamente, occorre ora abbandonare il piano generale e seguire il percorso di Giulio giorno dopo giorno.
Perché ciò che noi abbiamo fin qui descritto non rimane sullo sfondo della vicenda, ma entra progressivamente nella vita di Giulio e lo accompagna fin dal suo arrivo al Cairo.
E il primo tassello di questa storia è rappresentato da una donna che Giulia incontra, quasi immediatamente dopo il suo arrivo, al in Egitto.
O da Kamel
E da quel primo contatto che inizia il percorso che lo porterà ad avvicinarsi al mondo dei sindacati indipendenti e, attraverso di esso, ad entrare nell’area di interesse degli apparati di sicurezza egiziani.
Le le dichiarazioni della signora Hoda Kamel, come sapete, sono entrate nel fascicolo dibattimentale per effetto della vostra ordinanza del 12 dicembre 2024.
Si tratta, è bene ricordarlo, di dichiarazioni raccolte in assenza di contraddittorio, la teste non è comparso in quest’aula e la difesa non ha potuto procedere al controesame.
Per questo motivo il loro utilizzo impone oggi quel momento critico che la corte ha correttamente riservato alla valutazione finale del rilievo probatorio delle dichiarazioni ai sensi dell’articolo 526 del codice di procedura penale.
La giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza al Kavaja e Terry contro Gran Bretagna del 2011
Come abbiamo detto nel dicembre 2024 ha reimpostato la disciplina dei testi assenti.
Introducendo, indicando i presupposti da valutare per poterli pienamente a utilizzare questi presupposti, sono tre una buona ragione che giustifichi la deroga, il peso delle dichiarazioni, che vanno acquisite distinto da un peso decisivo, un peso significativo e un peso parziale, e la presenza di elementi di controbilanciamento all’assenza del contraddittorio a favore delle difese,
Iniziamo dal primo.
La buona ragione per derogare al contraddittorio in questo processo deve essere, a parere della Procura, ravvisata in primo luogo nella motivazione contenuta nella sentenza della Corte costituzionale.
Laddove ha ritenuto che il delitto di tortura, crimine contro l’umanità, giustifica un particolare trattamento, soprattutto quando ricorrono una serie di altri presupposti, come l’azione di ufficiali di uno Stato estero che si rifiuta di collaborare.
In secondo luogo, deve essere individuata la ragione per derogare al contraddittorio nella risoluzione del 24 novembre 2022 del Parlamento europeo, con la quale è stata richiesta allo Stato egiziano la massima collaborazione con l’Italia per portare a compimento le indagini.
Le dichiarazioni di Hoda Kamel possano d’altronde essere recuperate, sia perché vi è stata l’impossibilità, oggettiva e non riconducibile all’accusa di acquisirle, sia perché, come da voi attestato, risulta che la teste sia stata intimidita, cioè non si sia sentita sicura nel lasciare l’Egitto per venire qui a testimoniare.
Quanto al secondo elemento, cioè il peso delle dichiarazioni che vanno acquisite, non solo quelle della signora Hoda Kamel, ma nessuna delle tre dichiarazioni acquisite senza contraddittorio di cui parleremo oggi appare avere un peso decisivo, ma al più parziale, ciò in quanto le dichiarazioni,
Di cui chiedi chiediamo una valutazione positiva non è l’unica prova oggi dei fatti in essa narrati, a differenza di quanto avvenne nelle indagini preliminari.
In quanto non è più il pilastro della ricostruzione, ma serve solo a confermare altri elementi presenti nel fascicolo dibattimentale, quali ad esempio i tabulati telefonici di Said Abdallah, i contatti con Regeni.
I contatti di Regeni con la National Security, il video del 7 gennaio, eccetera.
Il terzo ed è l’unico elemento richiesto dalla sentenza CEDU e il controbilanciamento dell’handicap della difesa nella possibilità del contraddittorio.
Sul punto, ritengo che il controbilanciamento possa derivare dalle molteplici fonti di prova convergenti, tabulati telefonici, altri testi ascoltati, il contraddittorio modalità di ritrovamento del passaporto, documenti audio, tra cui quello di Gamal.
Ed anche dalla possibilità di contestazione indiretta che voi avete correttamente fornito è consentito alle difese, cioè di esaminare altri testimoni e produrre i documenti, previde evidenziare contraddizioni che avrebbero potuto in astratto incidere sull’attendibilità di questi tre testi.
La domanda quindi oggi è quanto sono affidabili e le dichiarazioni di o da camera.
La risposta anch’ella forniscono ancora una volta i criteri elaborati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo all’articolo 6 della convenzione, che sono stati recepiti dalla nostra Corte di Cassazione, che impone in sintesi una verifica su due piani.
Le modalità di raccolta delle dichiarazioni.
E le compatibilità con tutti i dati di contesto.
Questi criteri lo anticipiamo per non ripeterci saranno gli stessi criteri da utilizzarsi anche per le altre due dichiarazioni acquisite in assenza di contraddittorio.
Quanto alle modalità di raccolta, le dichiarazioni della signora Hoda Kamel sono state raccolte dalla Procura di Roma.
In un momento in cui il procedimento era ancora contro ignoti ed era quindi impossibile ascoltarla in presenza dei difensori, con l’incidente probatorio le dichiarazioni sono state integralmente verbalizzate e sono state sottoscritte dalla dichiarante, dai magistrati e dalla PG verbalizzante.
Sotto il profilo formale, dunque, siamo davanti al massimo livello di garanzia, concretamente ottenibile nel nostro ordinamento giuridico.
Per quanto poi riguarda la compatibilità con il contesto.
Qui il dato diventa ovviamente decisivo.
Per valutare la genuinità.
Di una dichiarazione bisogna infatti verificare se fatti luoghi, persone, tempi dinamiche e intenzioni si inseriscano armonicamente nel quadro probatorio senza contraddizioni.
Ebbene, nel caso delle dichiarazione di Hoda Kamel, questa verifica è straordinariamente positiva.
Noi abbiamo infatti tre fonti dichiarative provenienti dalla stessa persona.
Una prima intervista del 13 ottobre 2015, che fu registrata al Cairo dallo stesso Giulio presso la ONG di Hoda Kamel.
Una seconda fonte della conversazione intercorsa in Italia con la famiglia Regeni e con l’avvocato Ballerini, che è stata acquisita dalla Corte periziata, è pienamente utilizzabile.
Il terzo è il verbale del 10 dicembre 2016.
Con la Procura di Roma che stiamo analizzando.
Si tratta di tre momenti diversi, di tre tempi diversi di tre contesti diversi.
Eppure, in tutti questi tre atti il racconto di Hoda Kamel è sempre coerente e privo di contraddizioni.
Lei si descrive, sempre con una dirigente della ONG che pressa assistenza gratuita ai lavoratori, riferisce sempre di essere stata contattata dalla professoressa Rabba Abdel Mahdi tutor locale di Giulio per metterlo in contatto con ambienti sindacali.
E indica sempre Mohammed Abdallah, come il sindacalista che lei stesso ha presentato a giugno.
Colloca sempre i tre incontri tra Giulio Abdallah nel mese di ottobre.
Ricorda sempre di aver accompagnato personalmente Giulio, nei mercati del Cairo, in particolare in quello di Roxxi, e dice di essere stata lei ad avergli fatto conoscere uno dei rivenditori, Rabbi Fadel.
E soprattutto in tutte le sue dichiarazioni, attribuisce ad Abdallah un ruolo opaco ambiguo di cerniera con i servizi di sicurezza.
Ce lo dice con parole chiarissime.
È mia opinione che Abdallah possa essere una fonte degli apparati di sicurezza egiziani.
E nella conversazione con la famiglia Regeni aggiunge.
Abdallah è solo una carta in mano alla polizia.
Questa costanza narrativa, questa assoluta sovrapponibilità di contenuti e il primo, fortissimo indizio di genuinità.
Ma non basta.
Perché ciò che ho da Camera ci racconta, non è solo internamente coerente e logico, ma è anche esternamente riscontrato ed è riscontrato dai report trovati nel computer di Giulio Regeni.
Dalle registrazioni audio che lo stesso Giulio ha effettuato, che sono stati ritrovati sul pc.
Delle dichiarazioni dell’ambasciatore Massari sul ruolo della professoressa era Bab El Mahdi.
Dalle dichiarazioni del loro stesso Rabbi fa del acquisite, su richiesta della difesa, dalle stesse dichiarazioni del sindacalista Abdallah, in sostanza da tutto il materiale acquisito, anche quello relativo al progetto della Fondazione antipodi.
Tutto combacia tempi, luoghi, rapporti, obiettivi della ricerca.
Nulla stona, nulla diverge, nulla appare costruito.
E allora lo voglio dire con chiarezza, diventa impossibile non cogliere anche un ulteriore elemento.
Che è un elemento umano prima ancora che processuale.
O da camera, è una cittadina egiziana che sceglie di collaborare con la giustizia italiana contro gli apparati del proprio Paese.
E non lo fa per un interesse personale, non lo fa per convenienza, lo fa assumendosi un rischio.
E questa scelta conferisce alle sue dichiarazioni un valore che ne rafforza la loro credibilità intrinseca.
Per queste ragioni le dichiarazioni della signora Hoda Kamel sono pienamente utilizzabili e costituiscono il primo tassello nella ricostruzione del progressivo avvicinamento di Giulio agli ambienti sindacali, che verranno poi infiltrati dalla National Security.
Ma qual è l’apporto conoscitivo, nuovo ed originale, che le dichiarazioni di Hoda Kamel forniscono al processo?
Vi sono, a mio parere, tre dati di assoluto rilievo.
Il primo, la ONG, decide di non aderire al progetto Antibo dei foundation perché finanziaria i sindacati indipendenti in Egitto era attività considerata rischiosa.
Il secondo, quando Giulio torna ad Alitalia, a gennaio confida o da Dior è ormai deciso di non avviare con Abdallah il progetto relativo alle 10.000 sterline, perché aveva capito che Abdallah non era interessato al progetto di ricerca, era interessato solo ai soldi.
Giulio si sente pressato, avverte richieste indebite, percepisce avidità.
E comprende di aver commesso un errore.
Ad avere gli prospettato, quel finanziamento.
Questo è un passaggio fondamentale.
Perché crea il movente, il movente del risentimento di Abdallah e il contesto immediato che procede la denuncia alla National Security.
Se Hoda Kamel, e dunque la prima figura decisiva nella cronologia della vicenda.
La seconda, certamente più delicata, è quella del sindacalista Mohammed Abdallah.
Il sindacalista viene sentito più volte dalle autorità egiziane.
Viene ascoltato una prima volta dalla National Security.
Successivamente viene ascoltato dalla procura generale del Cairo l’11 aprile 2016.
Ma in questo primo verbale non fornisce alcuna informazione.
Culta il proprio ruolo, nega i rapporti con gli apparati di sicurezza, nega di aver denunciato Giulio Regeni.
E noi solo più tardi, comprenderemo il perché di quel silenzio.
Sapremo che uno degli imputati, il maggiore Sharif, gli aveva chiesto in più occasioni di mentire.
Di non rivelare il ruolo della National Security, di tacere, i contatti ha avuto con lui con il colonnello Helmy, con il colonnello Ather Kamal, con il generale Tarek Sabir
Dopo quel verbale dell’11 aprile, però, e dopo il richiamo dell’ambasciatore italiano accade qualcosa.
Abdallah decide improvvisamente di raccontare tutto.
È il 10 maggio 2016.
E lui rende alla procura generale del Cairo questa volta un verbale amplissimo, dettagliatissima.
Nel quale ammette di essere stato lui a denunciare Giulio Regeni, alla National Security, descrive le modalità e i soggetti che hanno raccolto la denuncia, indica quindi i nominativi degli imputati, ricostruisce i contatti avuti con loro tra dicembre e gennaio.
Racconta la predisposizione e la realizzazione del video dal 7 gennaio riferisce le istruzioni ricevute e le pressioni successive per tacere.
Questo verbale tuttavia, pur essendo, come abbiamo detto, del 10 maggio, non viene trasmesso alla Procura di Roma immediatamente.
Né nei mesi immediatamente successivi.
Quando nel settembre 2016, all’ennesimo incontro tra magistrati italiani ed egiziani viene consegnato il solo video del 7 gennaio.
Ma il verbale di Abdallah, benché già esistente da quattro mesi e benché la Procura di Roma ne avesse fatto esplicitamente richiesta, viene trasmesso soltanto nel dicembre 2016,
Oltre sei mesi dopo.
È un ritardo che ancora una volta documenta in modo oggettivo la sistematica opacità della cooperazione egiziana.
Le dichiarazioni del sindacalista Abdallah, come sapete, sono state acquisite al fascicolo del dibattimento con vostra ordinanza del 12 dicembre 2024.
Anche in questo caso si tratta di dichiarazioni raccolte in assenza di contraddittorio.
E pertanto anche qui il loro utilizzo impone, con il rigoroso scrutinio sul valore e sul peso della prova, che ai sensi dell’articolo 526 la Corte si era riservata ed è questo il momento di svolgerlo i criteri, come abbiamo detto.
Sono già sono quelli già illustrati però da camera, la ragione che giustifica la deroga, il peso delle dichiarazioni, le garanzie processuali compensative dell’assenza di contraddittorio mi soffermo solo sugli ultimi due profili, infatti, sulle ragioni per cui Abdallah non è potuto essere esaminato e controesaminato avanti a voi nella vostra ordinanza ne avete già dato pienamente atto.
Veniamo invece alle modalità di raccolta e alla compatibilità con i dati di contesto.
Le dichiarazioni di Abdallah quanto alle modalità di raccolta sono state raccolte dalla magistratura egiziana verbalizzare integralmente sottoscritta dall’interessato, dai magistrati e dai cancellieri trasmesse formalmente con rogatoria alle autorità italiane.
Sotto il profilo documentale e formale, quindi, si tratta delle modalità più garantite possibili nell’ambito della cooperazione giudiziaria internazionale.
Ma il vero punto, lo sappiamo tutti, non è questo il vero punto è che qui non siamo solo di fronte a una dichiarazione plausibile, siamo di fronte ad una ad una dichiarazione che ha trovato una quantità impressionante di riscontri oggettivi.
Ad una lettura attenta del verbale del 10 maggio emergono almeno 15 apporti conoscitivi.
Di questi, 10 sono integralmente riscontrati da altri fonti di prova.
5 costituiscono l’apporto originale e innovativo delle dichiarazioni di Abdallah.
È quindi evidente che è proprio l’esistenza di questi 10 riscontri che rende le dichiarazioni intrinsecamente ed estrinseca mente genuine quanto agli apporti conoscitivi originali.
Vediamoli.
Primo, riscontro le modalità con cui Abdallah conosce Giulio.
Abdallah riferisce di aver conosciuto, Giulio tramite l’ONG di Hoda Kamel, in un’occasione in occasione di un’intervista che odia gli aveva chiesto di rilasciare.
Ed è esattamente ciò che emerge anche dalla registrazione audio del 13 ottobre trovate nel pc di Giulio dal report che Giulio redigere di quell’incontro e delle dichiarazioni della stessa o da camera.
Secondo riscontro, le visite ai mercati del Cairo Abdallah riferisce che Giulio frequentava assiduamente i mercati e che in alcune occasioni l’aveva accompagnato la circostanza è perfettamente confermata dai report di Giulio Regeni, che documentano 12 visite ai mercati, dalle dichiarazioni di Hoda Kamel che ricorda la prima visita fatta assieme dai resoconti degli incontri successivi con Abdallah,
Terzo, riscontro i rapporti col rivenditore Rabbi fa Adel Abdallah racconta che Giulio aveva stretto particolare amicizia con il venditore ambulante Rabbi Fadda, e questa circostanza emerge anche dalle dichiarazioni di Rabbi fa, del, che sono stati acquisiti al fascicolo del dibattimento e ancora una volta dai report di Giulio che descrivono lo vedremo dettagliatamente la nascita e lo sviluppo di quel rapporto.
Quarto, i rapporti con il generale Hayman.
Abdallah dichiara di avere rapporti con il generale AIMA e che sarà lui a metterlo in contatto con il direttore delle investigazioni del Cairo, l’imputato Ather Kamal, anche qui tempi, modi e luoghi coincidono tra quanto riferito ad Abdallah e quanto riferito dal generale Hyman alla Procura egiziana.
Nella stessa registrazione del 13 ottobre, fatta al Cairo da Giulio Regeni, Abdallah parla proprio della propria conoscenza e del rapporto con generale Hyman quinto riscontro alla denuncia, la National Security Abdallah dice di aver denunciato Giulio alla National Security, grazie alla mediazione del colonnello Ather Kamal, che è imputato in questo processo.
È lui che lo conduce al dipartimento competente per i sindacati indipendenti e dove incontra nell’ufficio del capo dipartimento generale Tarek Sabir, il colonnello Helmy e il maggiore Sharif.
Questa dichiarazione di Abdallah trova riscontro negli esiti della rogatoria italiana del 19 settembre 2016 ha acquisito al fascicolo nei quali la Procura generale del Cairo dà atto dei soggetti che ricevettero la denuncia.
Sesto riscontro, la riunione sindacale dell’11 dicembre Abdallah riferisce di aver partecipato, il giorno 11 dicembre 2015, ad una riunione dei rappresentanti dei sindacati indipendenti e di aver visto lì Giulio questa circostanza, riscontrata dalle registrazioni trovate nel pc di Giulio dal report di quella riunione redatto dallo stesso Giulio dalle dichiarazioni di Francesco De Lellis presente a quell’assemblea e che ce lo ha raccontato in quest’aula.
Settimo riscontro, il bando della Fondazione antifrode Abdallah riferisce che il 19 dicembre Giulio gli consegna la traduzione araba del bando dell’Antipodi Foundation relativo al.
Finanziamento ai 10.000 sterline, circostanza perfettamente descritta nei report di Giulio, che annota l’incontro, i commenti, le reazioni di Abdallah e il contenuto del materiale consegnato, ottavo, riscontro i contatti con Sharif e Kamal.
Abdallah riferisce di aver avuto tra dicembre e gennaio molteplici interlocuzioni con due imputati, il colonnello Ather Kamal e il maggiore Sharif.
Ebbene, dai tabulati emergono 28 contatti di Abdallah con il maggiore Sharif.
42 contatti di Abdallah con il colonnello Kamal
Questo per i cellulari, perché poi vi sono i contatti con i centralini della National Security, che ovviamente non possiamo soggettivamente attribuire.
Non ho riscontro le videoregistrazioni dal 7 gennaio Abdallah riferisce della richiesta di Sharif, Helmy e Kamal di veri vi di videoregistrare un incontro con Giulio.
Noi sappiamo bene che il video esiste e agli atti e che le modalità tecniche scritte di Abdallah, la camicia con il bottone contenente la microcamera, coincidono con quanto Reel, rilevato dalla polizia giudiziaria italiana e illustrato dal colonnello Panebianco di rosso.
Anche i tempi preparatori e successivi al video del 7 gennaio trovano, come vedremo, pieno, riscontro nei tabulati, infine, il decimo riscontro, il contatto con il giornalista dell’Zaccaria.
Abdallah riferisce di aver messo in contatto Giulio con il giornalista del Zaccaria.
E che l’appuntamento che i due avevano fissato era inizialmente per il 25 gennaio, ma che poi fu spostato al 26. Queste identiche circostanze vengono confermate da dare Zaccaria nel suo verbale di sommarie informazioni acquisito al fascicolo del dibattimento.
Se questi sono i 10 riscontri, allora dobbiamo trarre una conclusione molto semplice, ma molto netta.
Qui non siamo più solo sul piano della plausibilità narrativa, siamo sul terreno della verificabilità, Abdallah viene controllato 10 volte e 10 volte dice il vero.
Questo significa che il suo narrato possiede un grado di genuinità che consente di valorizzare anche il nucleo residuo originale degli altri cinque punti, ed è quel nucleo che ora dobbiamo guardare
Il primo punto riguarda le modalità di presentazione della denuncia, come ci descrive le modalità di presentazione della denuncia e il ruolo dei singoli imputati.
Questo primo punto vi è la presa in carico formale.
Di Giulio da parte della National Security, con tutti gli imputati già pienamente operativi.
Il secondo riguarda i contatti e le istruzioni che Abdallah riceve nel dicembre 2015.
Il giorno dopo, Sharif by mi ha chiamato da un numero privato e mi ha chiesto incontrerà Giulio e io gli ho detto sì, ma voglio andare con lui a Maazel, gradita e Sharif beh mi ha detto bene durante il tragitto ha aperto l’argomento del concorso.
Dicendomi che questo concorso consisteva nel work shop qui in Egitto, poi ha tirato fuori per darmelo il foglio del concorso in inglese e dopo un altro foglio, dicendomi che aveva già provveduto a farne la traduzione e io, siccome sapevo che avrei preso il foglio e lo avrei portato la sicurezza nazionale non mi sono preoccupato di fargli molte domande su questo concorso.
Qui vediamo che Abdallah non è più un semplice denunciante.
Diventa una fonte operativa, riceve istruzioni, trasmette i documenti, collabora stabilmente.
Il terzo punto riguarda il video dal 7 gennaio e le condotte dei singoli imputati.
Dichiaro Abdallah dopo il video sono andato.
Da lui all’apparato della sicurezza nazionale Al Nasr City sono salito da lui e con lui c’era o Sampei e Sharif bei mi ha detto, vogliamo registrare Giulio, siamo saliti su nell’ufficio, presso l’apparato e lì ho trovato ho Sun Bay e Cherif bei.
I quali si sono messi a parlare con me per confermare tutto, come avrei dovuto spingere gradualmente Giulio nella conversazione, facendolo parlare del concorso del colpo di Stato.
Finché è arrivato un tecnico, ha installato il dispositivo all’interno della camicia.
E ancora, a pagina 25, dopo che se n’è andato, Giulio ho chiamato Sherif Bay e lui mi ha detto Vieni, quindi sono andato da lui all’apparato, a Nasr City sono entrato all’ufficio informazioni e Sharif è sceso a prendermi e mi ha portato in un ufficio dove c’era o o Sun Bay ci siamo seduti nell’ufficio di un Sampei, ho smontato il dispositivo e loro l’hanno preso. È chiaro qui che la gestione degli imputati, senza che io aggiunga altro è diretta personale continuativa,
Vi è poi il quarto punto è quello del controllo fino al 25 gennaio.
Da quello che diceva Sharif bei, ho capito che il loro volevano continuare a tenerlo d’occhio per vedere cosa avrebbe fatto il 25 gennaio.
Perché, come tutto l’Egitto sapeva, c’erano gli appelli a scendere per le strade.
Però io ho parlato con sceriffi bei dopo il 27, non ne sono sicuro e gli ho detto che Giulio non mi aveva più chiamato lui, mi ha detto la stessa cosa di prima, non chiamarlo finché non ti chiama lui.
È evidente che quest’ultima frase presuppone la consapevolezza su dove stesse Giulio in quei giorni.
Quinto ed ultimo elemento, la subornazione, l’invito ad Abdallah a dire il falso Sharif beh mi ha raccomandato di raccontare tutto, tranne il fatto che avessi segnalato la vicenda a lui sono andato quindi effettivamente al commissariato di Dokki, ma lì non hanno creduto al fatto che io non avesse informato la sicurezza nazionale.
La menzogna dell’11 aprile nasce qui nasce da una precisa volontà di copertura, da una precisa richiesta, fattagli dal maggiore Sharif.
Le dichiarazioni rese il 10 maggio 2016 dal sindacalista Abdallah, pur raccolte quindi in assenza di contraddittorio, superano, a parere della Procura, il più attento e rigoroso vaglio di attendibilità per la modalità di raccolta, per la modalità di trasmissione, per la straordinaria quantità di riscontri oggettivi per la precisione individualizzante del contenuto il loro apporto originale costituisce certamente prove in diretta, ma costituisce una prova indiretta, grave, precisa e concordante per desk perché descrive non il momento finale del sequestro o dell’omicidio bensì il dato che rende comprensibili quei momenti.
E cioè la presa in carico di Giulio Regeni da parte della National Security, la sua sorveglianza continuativa.
E il coinvolgimento personale e operativo degli imputati ben prima del 25 gennaio io, Presidente, se lei è d’accordo.
Io mi soffermerei solo un attimo sull’8 dicembre, poi chiederei un attimo di pausa.
Sì, pochi minuti.
Proprio alle dichiarazioni del sindacalista Abdallah, di cui abbiamo sin qui parlato.
Ci indicano come data di inizio dell’azione della National Security il dicembre 2015.
Secondo il suo racconto, l’idea di segnalare le Regeni agli apparati di sicurezza sarebbe stata maturata l’8 dicembre 2015.
Nel corso del giro effettuato al mercato di Ahmad elmi, allorché il sindacalista accompagnando Giulio tra i venditori avrebbe ritenuto anomalo sospette le domande da lui formulate. Tale ricostruzione, tuttavia, non appare convincente. Essa infatti risulta smentita da una pluralità di elementi obiettivi acquisiti al processo, in quali inducono a ritenere che la denuncia e il conseguente interessamento degli apparati di sicurezza siano in realtà anteriori, dovendosi retrodatare almeno al mese di novembre 2015, come del resto ci ha illustrato il colonnello Panebianco nel corso della sua deposizione dagli approfondimenti condotti sui file informatici recuperati dal computer di Giulio e dai supporti di memoria
Emerge infatti la prova certa che i due si erano conosciuti il 13 ottobre 2015, dato perfettamente coerente con il racconto di Hoda Kamel, è incompatibile con la collocazione a dicembre 2015 che il sindacalista cita.
Chiarito questo primo punto assuma estremamente rilievo ai fini della collocazione del tempo dell’avvio delle indagini pieni della National Security, un ulteriore dettaglio che lo stesso Abdallah riferisce quando riceve la richiesta di Hoda Kamel di accompagnare Giulio ai mercati in giro per i mercati.
Dice Abdallah o da camera, mi ha riferito che Regeni sarebbe voluto andare in giro per le strade con me ed io ho risposto che non si poteva fare.
Dopo ho ripensato che non ci sarebbero stati problemi e ho chiamato la dottoressa Hoda Kamel e le ho detto che non avevo problemi ad accompagnarlo per le strade, questo passaggio secondo noi è rivelatore per quale ragione infatti, un sindacalista abituato a muoversi nei mercati del Cairo oppone inizialmente un rifiuto ad accompagnare?
Un ricercatore italiano nei mercati la risposta è una sola, perché a quella data Giulio Regeni era già percepito da Abdallah come un soggetto attenzionato.
E quindi, se, come emerge dalle dichiarazioni dello stesso Abdallah, il 7 dicembre egli riceve dal colonnello Helmy una richiesta di notizie su Giulio allora il dato temporale inevitabile, la denuncia deve essere necessariamente anteriori al 7 dicembre.
E deve quindi collocarsi ragionevolmente, nel mese di novembre, in una data sufficientemente anticipata, per consentire dapprima l’attivazione degli apparati di sicurezza, quindi la presa in carico informativa del nominativo di Regeni e infine, il 7 dicembre, il sollecito rivolto ad Abdallah affinché fornisca aggiornamenti,
Sollecito che, con tutta evidenza, porterà il sindacalista ad accompagnare Giulio il successivo 8 dicembre nel giro al mercato di Maazel Gadidae.
In perfetta coerenza con tale ricostruzione Siri registra un ulteriore dettaglio narrato dallo stesso Abdallah, la raccomandazione di cautela che egli riferisce di aver rivolto ai propri colleghi prima dell’arrivo di Regeni.
Avevo spiegato prima ai venditori ambulanti che lui è straniero e che dovevamo solo dare risposte alle sue domande senza fare commenti e che altrimenti avessero lasciato parlare me.
Anche questo è un particolare che isolatamente considerato, potrebbe apparire neutro, ma che il letto nel contesto complessive assume invece una significativa pregnanza.
Le cautele cui Abdallah richiama i colleghi non è spiegabile col fatto che Giulio fosse straniero.
La semplice presenza di uno straniero e di un europeo interessato a studiare design, indagati, indipendente non giustificherebbe di per sé un tale livello di allarme, nell’esigenza di filtrare le risposte da fornire, ad esempio, Francesco de Lellis, amica e collega studiava anch’egli sindacati indipendenti,
La cautela di Abdallah diventa comprensibile solo se messa in relazione con una preesistenza attivazione degli apparati egiziani e con specifiche disposizioni impartite al sindacalista su come gestire questo incontro.
In altri termini, l’8 dicembre non segna l’inizio dell’interesse investigativo su Giulio Regeni l’8 dicembre, costituisce piuttosto il primo momento processualmente ricostruibile in cui tale interesse già si manifesta all’esterno, attraverso il comportamento diretto dalla National Security del confidente denunciante, Said Ben Abdallah.
No, va be’10 minuti di pausa.
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