la vergogna che il Parlamento ignorò


Sociale

di Alberto Filippi

Era il 12 novembre 2013. L’Italia commemorava il decennale della strage di Nassiriya, quella mattanza del 2003 in cui persero la vita 28 persone — tra cui 19 italiani, quasi tutti militari dell’esercito e carabinieri — in un attacco kamikaze che squarciò il cuore di una nazione. Un giorno di lutto, di raccoglimento, di rispetto per chi aveva servito la patria fino all’estremo sacrificio. O almeno, avrebbe dovuto esserlo.
Invece, davanti agli occhi increduli degli altri parlamentari, la deputata del Movimento 5 Stelle Emanuela Corda prese la parola in aula e disse — testuali parole: «Tutti noi ricordiamo commossi i 19 italiani deceduti in quell’attacco kamikaze, e oggi siamo vicini ai loro familiari; a volte ricordiamo anche i 9 iracheni che lavoravano nella base italiana, ma non troppo spesso. Nessuno ricorda però il giovane marocchino che si suicidò per portare a compimento quella strage: quando si parla di lui, se ne parla solo come di un assassino, e non anche come di una vittima, perché anch’egli fu vittima oltre che carnefice».

Rileggetela. Rileggetela ancora. Non è una fake news, non è una manipolazione, non è uno stralcio decontestualizzato.

È un’onorevole della Repubblica Italiana — pagata dai cittadini, insediata nel tempio della democrazia nazionale — che nell’anniversario di un massacro terroristico chiede compassione per chi quel massacro lo ha commesso.

Il kamikaze. Vittima. In Parlamento. Nell’aula di Montecitorio. Il 12 novembre 2013.

Ci vuole un coraggio che rasenta il cinismo abissale — o una leggerezza morale talmente siderale da fare spavento — per trasformare un assassino di massa in un’anima da commemorare. La Corda non si limitò a sfiorare il limite: lo attraversò, ci ballò sopra e ci tornò a dormire quella sera.
«Quelle parole fanno più male del tritolo», disse il generale Gianfranco Scalas, già direttore dell’Informazione dell’Esercito. Un uomo che conosce il peso delle parole, e quello delle bombe. E che con quella frase fulminante mise in fila tutto ciò che sarebbe servito dire.

L’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa definì l’intervento «vergognoso» e ancora «più grave» per «il totale silenzio dell’Aula a queste ignobili parole». Già: il silenzio. Quello è forse il secondo scandalo, quello che si annida nell’ombra del primo. Trecento e passa parlamentari seduti, e nessuno che si alzasse, che si indignasse abbastanza, che interrompesse quel discorso con la forza morale che avrebbe meritato. Solo lo stenografico registrò le proteste dei deputati di Fratelli d’Italia. Gli altri? Silenzio. O quasi.

Il papà di Silvio Olla — il militare sardo morto a Nassiriya — usò toni durissimi: «Sono arrabbiato». Un padre che aveva seppellito suo figlio, che ogni giorno conviveva con tutte le cose di Silvio ancora in casa, si ritrovava a dover difendere la memoria del figlio dalle parole di una parlamentare della Repubblica. Uno schiaffo nello schiaffo.

Poi arrivarono le scuse. La deputata tornò alla Camera e disse: «Non ho fatto l’elogio del kamikaze ma ho al contrario denunciato l’orribile ideologia che sfruttando la disperazione e l’ignoranza lo ha portato a trasformarsi in una bomba umana. Detto questo, se le mie parole hanno soltanto minimamente offeso i familiari delle vittime di Nassiriya, chiedo scusa a loro, perché questo non era in modo alcuno mia intenzione».
“Soltanto minimamente offeso.”
Soltanto. Minimamente.

I familiari di 19 morti. Le vedove. I figli. I padri. Soltanto minimamente. Una scusa che è un’altra offesa, confezionata con carta regalo istituzionale.

E il Movimento 5 Stelle? Il parlamentare Riccardo Fraccaro, pur ritenendo strumentalizzato l’episodio, disse che «considerare il kamikaze di Nassiriya una vittima è ingiustificabile». Una voce interna, isolata. Ma il Movimento come tale non espulse nessuno, non sanzionò nulla, non prese distanze in modo netto e definitivo. Continuò a fare il Movimento 5 Stelle, come se niente fosse.

Come se niente fosse.

Ecco, questo è il punto che non passa. Non la gaffe, non la scivolata, non l’ingenuità — per quanto nessuna di queste definizioni si avvicini lontanamente a quello che fu. Il punto che non passa è il “come se niente fosse” che avvolse l’intera vicenda. I giornali ne scrissero per qualche giorno, poi calò il silenzio. La Corda rimase al suo posto. Il M5S rimase al suo posto. Le famiglie di Nassiriya rimasero con le loro ferite e con il peso di aver sentito il Parlamento italiano — la massima istituzione della Repubblica — equiparare i loro morti all’uomo che li aveva uccisi.

C’è una parola sola per definire tutto questo: indecenza. Non quella da puristi della lingua, non quella da anime belle. Indecenza istituzionale, morale, civile. Quella che sporca le istituzioni e le lascia sporche, perché nessuno ha il coraggio o la volontà di pulirle davvero.

Quei 19 italiani morirono lontano da casa, in una missione di pace, portando il tricolore in un angolo di mondo dilaniato dalla guerra. Meritavano — e meritano ancora, le loro famiglie — che il luogo più alto della democrazia italiana li onorasse.

Non che li mettesse in fila con chi li aveva fatti saltare in aria.
Io ne scrivo adesso, anni dopo, perché certe vergogne non hanno scadenza. E perché in un Paese con la memoria corta, qualcuno deve avere la memoria lunga.


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 Alberto Filippi

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