Ci sono momenti in cui si fissano le storie. Il successo al Mondiale dell’Italia vent’anni fa non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato il 26 giugno. Quel giorno l’affascinante Fritz-Walter-Stadion di Kaiserslautern è il palcoscenico dell’ottavo di finale con l’Australia. Una avversaria non banale, rappresentante di un calcio essenziale ma in crescita. È alla sua seconda volta in Coppa del mondo dopo una assenza di 32 anni e, tolti due giocatori, gli altri sono tutti all’estero. La stella è Tim Cahill, centravanti dell’Everton. Noi conosciamo bene Mark Bresciano e Vincenzo Grella, del Parma, mentre Željko Kalac è nella rosa del Milan. Una lontananza dalla patria che assicura crescita professionale e bagagli di esperienze – come vediamo al Mondiale in corso – messe a punto da Guus Hiddink.
Il ct olandese è uno che ottiene ciò che gli chiedono. Nel 2002 ha condotto la Corea del Sud a uno storico quarto posto, dopo aver eliminato l’Italia di Giovanni Trapattoni proprio agli ottavi, tra l’arbitraggio scandaloso di Byron Moreno e il golden gol (allora si usava così) di Ahn Jung-hwan, attaccante del Perugia, licenziato in presa diretta dal presidente Luciano Gaucci: «Sono indignato! Si è messo a fare il fenomeno solo quando si è trattato di giocare contro l’Italia. Io sono nazionalista, ha offeso un paese che due anni fa gli ha spalancato le porte. Non intendo più pagare lo stipendio a uno che è stato la rovina del calcio italiano».
La preferenza è una cosa seria.
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Italia in campo zavorrata da Calciopoli
Se nel 2006 l’Australia è tosta (si qualifica classificandosi dietro al Brasile), l’Italia deve affrontare soprattutto le violente polemiche esterne. Non per le sue prestazioni, ma perché siamo in piena Calciopoli, scoppiata a maggio e che porterà a fine luglio alla retrocessione in B della Juventus e alla pesante penalizzazione del Milan. Ai bianconeri vengono scuciti anche due scudetti dalla maglia, uno di questo assegnato all’Inter («Il primo scudetto lo avete vinto in segreteria», avrebbe malignato José Mourinho nel 2009, infuriato con i giocatori nerazzurri).
La Figc è commissariata da Guido Rossi, la Nazionale è guidata con mano ferma da Marcello Lippi. Ha costruito una squadra di talento e solidità, che vince il girone eliminatorio con un solo mezzo inciampo: l’1-1 con gli Stati Uniti e l’espulsione di Daniele De Rossi per una violenta gomitata a Brian McBride. Soprattutto il tecnico di Viareggio ha saputo isolare il gruppo, con serenità e decisione. Il ct è sempre disponibile, ha un solo scatto d’ira con i giornalisti proprio alla vigilia dell’ottavo di finale: «Create polemiche, intanto mi telefonate per chiedermi la formazione», il succo.

Dal rosso per Materazzi al rigore su Grosso
La partita si rivela come immaginato, conoscendo le idee di Hiddink. Dura, sporca, tattica, poche occasioni e condizionata dal caldo. Ci mette del suo l’arbitro, lo spagnolo Luis Medina Cantalejo, che a inizio ripresa sbaglia espellendo Marco Materazzi per un per fallo inesistente su Bresciano (l’interista centra invece Gianluca Zambrotta). Lippi si cautela, dentro Andrea Barzagli per Luca Toni, ma l’Australia non affonda i colpi e pensa di sfinire l’Italia nei supplementari o di batterla ai rigori. Proprio all’ultimo minuto di recupero, Fabio Grosso entra in area e sembra cercare più il contatto con Lucas Neill che subirlo. Medina Cantalejo non ha ancora il supporto della Var, come in occasione del precedente rosso, e indica il dischetto.
Si presenta Francesco Totti, che ha rischiato di non esserci. Il 19 febbraio si è rotto il perone sinistro e lesionato i legamenti in un duro scontro nel match con l’Empoli. Il giorno dopo Lippi va in ospedale e gli dice: «Tu verrai con me, anche su una gamba sola». Non è partito titolare, entra al 75’ al posto di Alex Del Piero. «Quando l’arbitro fischia», racconterà, «si aprono tutti. E mo’ che faccio? Vabbè, io vado. In quei 30 secondi ho pensato di tutto. Mentre camminavo mi dico: je faccio er cucchiaio o no? [Come era successo all’Europeo 2000 contro l’olandese Van der Sar, ndr]. Parlavo tra me e me, sembravo scemo. Vado, il portiere sembra un armadio e la porta piccola». Cambia idea, interno forte e preciso, mentre Gigi Buffon è voltato di spalle. Totti segna il primo gol dopo l’infortunio, l’Italia va avanti.


La remuntada che serve dopo «tre decenni perduti»
Gli Azzurri fanno fuori l’Ucraina, poi i padroni di casa della Germania nella straordinaria semifinale di Dortmund. Quindi Berlino, contro la Francia dell’insopportabile Raymond Domenech, con Materazzi ancora protagonista. Nei supplementari si accascia a terra, solo al replay si vede che Zinedine Zidane gli ha rifilato una testata. Nel 2020 il difensore rivelerà il motivo: una pesante offesa alla sorella. L’arbitro Horacio Elizondo non ha visto l’episodio, il quarto uomo è proprio Medina Cantalejo. Quest’ultimo non rispetta le direttive Fifa e comunica quanto proposto dal monitor di bordo campo. Se a Kaiserslautern non c’era, questa è Var in anticipo sui tempi. Si va ai rigori, Grosso calcia quello decisivo.
È il 9 luglio, Italia campione del mondo per la quarta volta nella storia. Un intero paese impazzisce, oggi vede gli altri al Mondiale, anche in una edizione extralarge con 48 squadre. Svanisce nel nulla l’immagine di Fabio Cannavaro con la coppa in mano, il capitano attuale ct del modesto Uzbekistan. Terza qualificazione mancata dal 2018, con conseguente rivoluzione in Federazione. Da lunedì 22 giugno tocca a Giovanni Malagò, che ha battuto Giancarlo Abete alle elezioni. Un dirigente esperto, forte della sua esperienza come numero uno del Coni e come membro del Cio. Conosce tutti, forse c’era davvero bisogno di uno così per tentare un rilancio del calcio.
«Abbiamo perso tre decenni», ha sottolineato Matteo Marani, presidente della Lega C. Con ragione. La mancata qualificazione è solo la punta di un iceberg fatto di latitanza di talenti, di stadi ancora vetusti, di campionati da riformare, di società che litigano, di pochi soldi, di tutto ciò che volete aggiungere. Malagò parte dalla ricerca di un ct e di un dirigente cui affidare la Nazionale. Prima il campo, poi il tentativo di riformare ciò che appare irriformabile. «Vaste programme», avrebbe detto il generale Charles de Gaulle. Con totale ragione.
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Sandro Bocchio
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