Alessio Butti: “La sfida non è fermare l’AI”


Attualità

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’Innovazione tecnologica illustra le strategie del Governo su intelligenza artificiale, cybersicurezza, infrastrutture digitali e competenze. Un percorso che punta a coniugare innovazione, tutela dei cittadini e competitività del Paese

di Igor Righetti

Dalla diffusione dell’intelligenza artificiale alla cybersicurezza, dalla sanità digitale alla sovranità tecnologica europea, il Governo Meloni ha impresso una forte accelerazione alla trasformazione digitale del Paese. Il senatore Alessio Butti, comasco, classe 1964, è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica dal novembre 2022. Con una lunga esperienza parlamentare alle spalle tra Camera e Senato, è oggi uno dei principali artefici delle politiche italiane per la trasformazione digitale. Dalle infrastrutture di rete all’intelligenza artificiale, dalla cybersicurezza al cloud nazionale, ha seguito alcuni dei dossier più strategici per la modernizzazione del Paese, contribuendo a rafforzare il percorso dell’Italia verso una maggiore competitività tecnologica e digitale in Europa.

Lei ha detto che le reti Tlc oggi sono strategiche non soltanto per l’economia, ma anche per la difesa nazionale. Quali sono, in concreto, gli investimenti più urgenti da realizzare per garantire una protezione efficace delle infrastrutture digitali del Paese?

Le reti di telecomunicazione sono ormai infrastrutture strategiche per la sicurezza nazionale ed europea. Bisogna investire nel rafforzamento delle infrastrutture, attraverso fibra, cavi sottomarini e datacenter; nella cybersicurezza, con capacità avanzate di monitoraggio e risposta agli attacchi; nella gestione sicura dei dati, tramite cloud nazionali ed europei e capacità di calcolo strategiche.

Il Governo sta investendo su settori chiave come satellite, cloud e intelligenza artificiale. Alla luce della competizione globale con Stati Uniti e Cina, ritiene che l’Italia e l’Europa rischino di inseguire i grandi player internazionali oppure esista oggi una reale opportunità per costruire una solida sovranità tecnologica europea?

L’Europa non può pensare di replicare i modelli americano o cinese, ma può e deve costruire una propria autonomia strategica. La sovranità tecnologica non significa chiudersi al mondo, ma essere in grado di controllare gli asset fondamentali per la propria sicurezza, competitività e crescita economica. La sfida europea è valorizzare le proprie eccellenze scientifiche, industriali e manifatturiere per occupare una posizione autonoma nelle catene globali del valore.

L’Unione Europea sta lavorando per limitare o vietare le applicazioni che utilizzano l’intelligenza artificiale per trasformare immagini normali in contenuti intimi falsi. Tuttavia, come si può regolamentare in modo efficace una tecnologia che evolve più rapidamente delle norme? Non c’è il rischio che vengano colpite soltanto le piattaforme ufficiali, mentre continuino a diffondersi strumenti illegali e difficili da controllare?

Nessuna norma può impedire da sola la diffusione di strumenti illegali, ma questo non significa rinunciare a regolare. Le regole servono a definire responsabilità, obblighi di trasparenza e tutele per le vittime. In questa direzione si muove l’AI Act europeo e si inserisce anche la legge italiana sull’AI. Accanto alle norme servono però cooperazione internazionale, capacità investigative, educazione digitale e strumenti tecnologici in grado di identificare e contrastare gli abusi.

La diffusione dei deepfake rappresenta una delle principali sfide dell’era digitale. Quali strumenti normativi offre oggi l’ordinamento italiano per proteggere concretamente i cittadini da questi fenomeni?

Per contrastare i deepfake l’Italia può già fare affidamento su norme che tutelano i cittadini in caso di diffamazione, violazione della privacy o truffa. A questo si aggiunge la norma prevista dalla legge italiana sull’AI che introduce specifici obblighi di trasparenza e riconoscibilità per i contenuti generati o manipolati artificialmente e pene severe – da 1 a 5 anni di reclusione – in caso di violazione.

Secondo diverse ricerche, circa 100 mila adolescenti italiani sono a rischio dipendenza dai social network, mentre oltre mezzo milione soffre di gaming disorder. Inoltre, il 77% dei ragazzi dichiara di sentirsi dipendente dai dispositivi digitali. Di fronte a questi dati, ritiene che il problema sia principalmente tecnologico oppure che abbia radici soprattutto educative e culturali?

La tecnologia amplifica fragilità e dipendenze, ma le radici sono anche educative e culturali. Non possiamo limitarci a dire ai ragazzi “usate meno lo smartphone” perché molti strumenti digitali sono ormai parte dello studio e delle relazioni. Dobbiamo invece insegnare un uso consapevole, coinvolgere famiglie e scuola e responsabilizzare le piattaforme. Per questo il Governo sta lavorando anche su strumenti come l’age verification per rendere più sicuro l’accesso dei minori ai contenuti online.

Il Governo ha indicato come obiettivo la costruzione di un ecosistema tecnologico sicuro, aperto e competitivo. Quali sono oggi le priorità operative e le azioni più importanti per trasformare questa visione in realtà?

Le priorità sono molteplici, quindi menziono solo alcune delle più rilevanti. Di certo bisogna continuare a rafforzare le infrastrutture digitali – dalle reti ai datacenter – e sostenere imprese, PA e territori nell’adozione effettiva delle tecnologie, ma è fondamentale la questione delle competenze, in cui rimaniamo poco sotto la media UE ma dove siamo cresciuti del 10% nell’ultimo anno.

Nel 2025 gli incidenti informatici sono aumentati del 36% rispetto all’anno precedente. Quali sono oggi le vulnerabilità più critiche del sistema Italia e quali elementi confermano questo incremento delle minacce cyber?

Le vulnerabilità principali riguardano sicuramente le infrastrutture critiche, sempre più esposte perché energia, trasporti, sanità e PA dipendono da sistemi digitali interconnessi. Tuttavia è bene parlare anche del fattore umano: phishing e furto di credenziali restano tra le cause più frequenti degli incidenti.

Sul fronte delle infrastrutture digitali, quali investimenti sono previsti nei prossimi anni per accelerare la diffusione della banda ultralarga, rafforzare il cloud nazionale e garantire una maggiore sicurezza dei dati della pubblica amministrazione?

Stiamo lavorando su più direttrici. La banda ultralarga resta una priorità e l’ultimo Digital Decade Report sottolinea il balzo in avanti compiuto dall’Italia. Accanto a questo prosegue il rafforzamento del cloud nazionale – anche attraverso il PSN – e la migrazione sicura dei dati e dei servizi della pubblica amministrazione. Il tema non è solo spostare dati su nuove infrastrutture, ma garantire classificazione, sicurezza, continuità operativa e controllo.

Le rilevazioni mostrano che una parte significativa dei fenomeni di odio online proviene dagli adulti. Quanto è importante investire nell’educazione digitale non solo delle nuove generazioni, ma anche delle fasce di popolazione più mature che spesso incontrano maggiori difficoltà nell’utilizzo consapevole e responsabile degli strumenti digitali?

È fondamentale. Spesso parliamo di educazione digitale pensando soltanto ai giovani, ma la cittadinanza digitale riguarda tutte le età. Per questo iniziative come Repubblica Digitale e i Punti Digitale Facile sono importanti: non servono solo a insegnare competenze tecniche, ma anche a costruire consapevolezza e responsabilità.

L’adozione dell’intelligenza artificiale in Italia è raddoppiata negli ultimi anni, ma resta ancora limitata a circa il 16% delle Pmi, a fronte di un utilizzo che raggiunge il 50% nelle grandi aziende. Alla luce di questi dati, il principale ostacolo alla diffusione dell’AI è di natura tecnologica, economica o soprattutto culturale e organizzativa? Inoltre, considerando che quasi il 60% delle imprese che hanno valutato l’adozione dell’AI ha poi rinunciato per la mancanza di competenze interne, ritiene che il sistema scolastico e quello della formazione stiano procedendo con sufficiente rapidità per preparare lavoratori e imprese alle sfide della trasformazione digitale? Quali iniziative e strumenti state mettendo in campo per rafforzare le competenze digitali di lavoratori, professionisti e aziende?

È un insieme di fattori, ma il nodo principale è culturale e organizzativo. La tecnologia esiste ed è accessibile, ma molte imprese non sanno ancora integrarla nei propri processi e valutarne i benefici. Il fatto che molte imprese rinuncino per mancanza di competenze interne dimostra che la sfida è soprattutto sul capitale umano. Stiamo lavorando sulla formazione, profili professionali, competenze digitali avanzate, collaborazione con università e sistema produttivo nonché sul rafforzamento della Strategia nazionale per l’intelligenza artificiale.

Nel percorso che ha portato all’approvazione dell’AI Act europeo, quale contributo ha fornito l’Italia e quali risultati considera più significativi per il nostro Paese?

L’Italia ha sostenuto un approccio equilibrato: proteggere diritti, sicurezza e trasparenza senza bloccare ricerca e innovazione. Questo ci ha consentito di evitare una regolazione della AI basata sui codici di autocondotta dei produttori – portata avanti da altri Paesi – e arrivare a una regolamentazione semplice, corredata da sanzioni, in grado di garantire un modello antropocentrico. In parallelo, l’Italia ha lavorato per costruire un quadro nazionale coerente con l’AI Act, attraverso la legge 132/2025 e i relativi decreti attuativi. Siamo stati il primo Paese europeo a normare in questo campo.

Secondo diverse rilevazioni, quasi mezzo milione di posti di lavoro sono già stati persi a livello globale per cause legate all’IA e un lavoratore su quattro svolge attività potenzialmente automatizzabili. Oltre la metà degli italiani teme che l’intelligenza artificiale possa ridurre l’occupazione. Come si evita che la transizione digitale si trasformi in una nuova disoccupazione tecnologica?

Si evita governando la transizione, non subendola. L’intelligenza artificiale cambierà molti lavori, automatizzerà alcune attività e ne creerà altre. Il punto è accompagnare persone e imprese in questo passaggio. Servono formazione continua, riqualificazione e tutela dei lavoratori più esposti. Non dobbiamo difendere mansioni destinate a trasformarsi, ma difendere le persone, aiutandole ad acquisire competenze nuove. La strategia del Governo è puntare su un’intelligenza artificiale che aumenti la produttività, migliori i servizi e liberi tempo umano, senza scaricare i costi della trasformazione sui lavoratori.

In Italia gli annunci di lavoro che richiedono competenze in AI sono aumentati del 93% in un anno. Come si può colmare rapidamente il divario tra le competenze richieste dal mercato e quelle oggi possedute da molti lavoratori?  

Serve una risposta rapida e multilivello. La scuola e l’università devono aggiornare programmi e percorsi. In questo senso, i ministri Valditara e Bernini stanno facendo un ottimo lavoro. Non possiamo, però, aspettare solo i tempi lunghi dell’istruzione formale. Occorrono anche formazione breve, percorsi professionalizzanti, upskilling e reskilling per chi è già nel mercato del lavoro.

Il Consiglio dei ministri ha recentemente approvato i decreti attuativi sull’intelligenza artificiale introducendo limiti all’uso di sistemi automatizzati nelle assunzioni e nei licenziamenti. Quali tutele concrete avranno lavoratori e cittadini?

Nella redazione della legge e dei decreti siamo partiti da un principio chiaro: le decisioni che incidono sulla vita delle persone non possono essere delegate a un algoritmo. Nei processi di selezione, gestione e cessazione del rapporto di lavoro devono essere garantite trasparenza e controllo umano. L’AI può supportare le decisioni, ma non deve diventare uno schermo dietro cui nascondere discriminazioni e automatismi opachi.

C’è chi, come Jeff Bezos, parla di una futura “età dell’oro” grazie all’AI, mentre Papa Leone XIV richiama l’attenzione sui rischi etici e sociali. Lei è più ottimista o prudente? E quale modello di sviluppo dell’AI immagina per l’Italia?

Sono ottimista, ma non ingenuo. L’intelligenza artificiale può generare enormi benefici in molti campi, dalla sanità alla sicurezza, fino alla produttività delle imprese. Allo stesso tempo può produrre rischi molto seri: disinformazione, discriminazioni, concentrazione di potere, impatti sul lavoro. Il modello italiano è già nero su bianco e prevede una forte innovazione in una cornice di responsabilità. Non dobbiamo scegliere tra entusiasmo e paura. Dobbiamo scegliere il governo dell’innovazione.

Una delle principali aziende mondiali dell’AI, Anthropic, chiede addirittura una pausa globale nello sviluppo dei modelli più avanzati per il rischio che possano auto-migliorarsi in modo sempre meno comprensibile agli esseri umani. Se l’allarme arriva da chi questa tecnologia la costruisce, dobbiamo preoccuparci?

Dobbiamo prendere questi allarmi molto seriamente, senza trasformarli in panico. Quando anche chi sviluppa modelli avanzati segnala rischi sistemici significa che il tema non può essere lasciato solo all’autoregolazione del mercato. E su questo ci siamo mossi in anticipo sia a livello UE sia italiano.

Anthropic sostiene che un eventuale rallentamento avrebbe senso soltanto se coordinato a livello internazionale. L’Italia e l’Europa dovrebbero farsi promotrici di una governance globale dell’AI o il rischio è di frenare l’innovazione lasciando vantaggio competitivo a Paesi come Cina e Stati Uniti?

L’Italia e l’Europa devono essere protagoniste nella costruzione di una governance globale dell’intelligenza artificiale. È esattamente la linea che abbiamo promosso durante la Presidenza italiana del G7, portando l’AI al centro dell’agenda internazionale e contribuendo a definire principi condivisi su sicurezza, trasparenza, affidabilità e tutela dei diritti. Regolare senza investire sarebbe un errore; investire senza regole sarebbe altrettanto rischioso. La strada giusta è coniugare le due cose, perché un quadro normativo chiaro favorisce anche gli investimenti.

La sanità digitale è una delle grandi sfide del Paese: qual è il prossimo passo concreto per trasformare fascicolo sanitario elettronico (Fse), telemedicina e intelligenza artificiale in strumenti realmente utilizzati da tutti i cittadini?

Il fascicolo sanitario elettronicosta facendo passi da gigante. In un paio d’anni, abbiamo guadagnato venti punti sugli indici europei sulla sanità digitale superando Francia, Spagna e Germania.  La telemedicina deve essere integrata nei percorsi di cura, non restare un progetto sperimentale. Quanto all’AI, la stiamo sperimentando per la gestione delle liste d’attesa e nell’analisi dei dati grazie al progetto REG4IA, che abbiamo finanziato con 20 milioni e vede coinvolte diverse regioni. 

Leggi anche: Genova capitale dell’IA, nasce il Security Operation Center di Liguria Digitale


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