Questo articolo è stato scritto prima dell’approvazione, da parte del Governo spagnolo, dei due decreti-legge sulla crisi abitativa. Approvati martedì, i provvedimenti introducono nuove tutele contro gli sfratti, limiti agli acquisti speculativi, incentivi fiscali e misure per facilitare l’accesso alla prima casa. Sono già operativi, ma dovrebbero essere ratificati dal Parlamento venerdì 2 ottobre. Tuttavia tale approvazione è stata sabotata dalla defezione totale degli autonomisti catalani di destra, Junts, e parziale del Pnv basco e di Coalición Canaris ed è probabile che si vada a elezioni anticipate incentrate proprio sul tema della casa (ndr)
Del problema dell’abitazione ne abbiamo già parlato: chi da anni lotta per dei canoni minimi di dignità abitativa, per potersi costruire semplicemente una vita stabile. Ma in questi giorni il caso di Maricarmen, una donna di 87 anni sfrattata dalla casa in cui viveva da tutta la vita, nel quartiere Retiro di Madrid, è arrivato anche sulla stampa italiana. Credo quindi valga la pena spiegare in profondità cosa è stato fatto in questi anni per arrivare a questa crisi, e cosa si è provato a fare per risolverla, senza riuscirci davvero.
Il problema abitativo in Spagna non è mai stato una questione congiunturale. È un problema strutturale che non è mai stato risolto. E forse per capirlo a fondo bisogna fare un passo indietro. E come sempre, nella Spagna moderna, bisogna partire dalla dittatura franchista.
Da Franco al mattone come ideologia
Franco aveva lasciato il paese distrutto da una guerra civile sanguinosa, vinta anche grazie all’alleanza con la Germania nazista e l’Italia fascista. Dopo una prima fase di pura repressione, il regime decide di riaprire l’economia al turismo straniero e a una nuova forma di ingegneria sociale. Nel 1957 nasce il Ministero della Vivienda, e a guidarlo viene chiamato José Luis Arrese che dichiarerá «non vogliamo una Spagna di proletari, ma di proprietari», riassumendo cosí la linea del regime. Nel 1961 parte un piano di costruzione di massa: nell’arco di quindici anni si costruiranno sei milioni di case. Nascono urbanizzazioni ovunque, si costruisce il più possibile, con incentivi e deroghe continue. Nella prima fase l’effetto è persino positivo (si riduce la carenza di alloggi) ma genera anche mostri tipici dell’epoca: costruzioni abusive proprio sulla linea di costa, edifici con difetti strutturali pur di abbattere i costi.
Nel frattempo l’economia europea cambia pelle, da agricola a industriale e poi terziaria, e le città diventano il centro di gravità della popolazione: le periferie si affollano, l’entroterra si svuota. Finisce il franchismo, ma questa dinamica resta intatta, al punto che anche i primi governi socialisti del dopo-dittatura ne accettano sostanzialmente le regole. Ma negli anni ‘80 tutto cambia e il mercato degli affitti viene liberalizzato: si passa dai vecchi contratti (vincolati alla volontà dell’inquilino di restare o alla necessità del proprietario di rientrare in possesso dell’immobile) alla cosiddetta Ley Boyer del 1985, che lascia alle due parti la libertà di negoziare la durata del contratto. Una liberalizzazione voluta dallo stesso governo socialista dell’epoca per riattivare l’economia. Un settore fino a quel momento rigido diventa improvvisamente molto più dinamico, e ovviamente più incline a diventare terreno fertile per la speculazione. Le case, nonostante tutto, restano poche. Ma è su questa base che si costruirà, decenni dopo, la crisi degli affitti che stiamo vivendo oggi, una crisi che mette in dubbio persino il valore della Costituzione, che all’articolo 47 sancisce la casa come diritto.
Le Olimpiadi di Barcellona del ‘92, la bolla e la crisi del 2008
Passano gli anni, la macchina propagandistica e turistica del paese accelera: Barcellona diventa la vetrina di una nuova Spagna, capitale europea della pace e della modernità dopo le Olimpiadi del 1992, in contrapposizione simbolica alle guerre nei Balcani. L’immaginario collettivo inizia a vedere la Spagna come un paese sempre più desiderabile in cui vivere (un’idea di per sé tutta da discutere). Sono anche gli anni che precedono la crisi dei subprime, quell’economia finanziaria dopata da mutui facili e cartolarizzazioni spericolate, che permette a molti di comprare casa senza averne davvero la capacità economica, gonfiando artificialmente sia il mercato che i prezzi.
Poi arriva il 2008. La crisi finanziaria, in Spagna, è indistinguibile dalla bolla immobiliare: l’economia crolla, il prezzo delle case crolla, e migliaia di famiglie si ritrovano indebitate per decine di migliaia di euro pur avendo perso la casa. Il mercato si riempie di immobili svalutati che nessuno vuole comprare. Milioni di sfratti, banche sommerse da patrimoni immobiliari che non sanno come gestire. Nasce così la SAREB, il “banco cattivo” voluto dal governo del PP per concentrare gli attivi tossici del settore. Invece di dare le case a chi le abitava, si salvano le banche, si gestisce l’eccesso di immobili e si aggrava ulteriormente il problema abitativo. Con un paradosso: ora che i prezzi sono scesi, il mattone torna a essere un business appetibile. Ma non per tutti: solo per chi ha capitali enormi, cioè i grandi fondi internazionali, Blackstone su tutti. Iniziano a comprare blocchi interi a prezzi stracciati. La casa smette di essere un rifugio familiare e diventa un asset finanziario.
Mentre le persone comuni si organizzano per difendersi dagli sfratti, i fondi si posizionano su un mercato che sanno già redditizio: basta aspettare, comprare a basso costo e rivendere a crisi superata. È da questa logica che nascono le dinamiche di oggi, analizzate da anni proprio qui in Catalogna. L’ingresso di capitale straniero si intreccia con il riposizionamento di Barcellona come una delle capitali mondiali del lifestyle e del turismo residenziale, un fenomeno accelerato ulteriormente dall’effetto post-pandemico: lavoro da remoto, voglia di vita da nomade digitale dopo i lockdown, boom degli affitti brevi. Ricercatori come Jaime Palomera dell’Observatori DESC e sindacati come il Sindicat de Llogateres denunciano da anni questa finanziarizzazione del mercato, documentando come gli aumenti dei canoni abbiano superato di gran lunga la crescita dei salari. E come spesso accade, un fenomeno nato localmente finisce per contagiare l’intero mercato nazionale: in pochi anni la stessa ondata arriva anche a Madrid, dove per anni ha governato la destra, poco interessata a disturbare proprietari che ormai sono soprattutto grandi holding, non più singoli individui.
La legge catalana come avanguardia
Anche grazie alla protesta cittadina e alla lotta costante di sindacati degli inquilini, PAH e decine di altre realtà attive fin dalla crisi del 2008, si arriva finalmente alle prime leggi di rent control. Ancora una volta parte tutto dalla Catalogna. Nel 2020 arriva la prima normativa spagnola a limitare concretamente i prezzi degli affitti nelle zone “tese”. Non è un decreto calato dall’alto: nasce da mesi di lavoro tra il Sindicat de Llogateres e la Conselleria di Giustizia, ottiene l’appoggio di oltre 4.000 organizzazioni sociali catalane e passa in Parlamento con 71 voti a favore. Era così avanzata da anticipare la legge statale che il governo centrale stava ancora preparando. E funziona: si applicava in 60 comuni catalani con più di 20.000 abitanti e in quelle zone i canoni scendono in media del 5%. Il parco di abitazioni in affitto passa da 19.348 case, prima dell’applicazione della normativa, a 13.410 alla fine dell’anno, secondo i dati della Cámara de la Propiedad Urbana di Barcellona: un calo che la proprietà immobiliare imputa proprio alla legge, mentre il sindacato lo legge come un’uscita dal mercato regolato più che come una vera contrazione dell’offerta. (Chi vuole approfondire il tema del rent control in generale può leggere questo articolo di napolimonitor.it.)
Poi, nel marzo 2022, il Tribunale Costituzionale accoglie il ricorso di incostituzionalità presentato dal PP contro sette articoli della legge, sostenendo che la Generalitat avesse invaso competenze statali. Siamo ancora negli anni in cui la tensione tra Catalogna e Stato spagnolo era altissima e qualunque pretesto era buono per cercare di limitare l’autonomia catalana. Il Sindicat de Llogateres definisce la sentenza un favore fatto al lobby immobiliare e la portavoce del movimento per la casa, Carme Arcarazo, ricorda che la decisione lasciava senza protezione oltre 160.000 famiglie che avevano firmato un contratto sotto quella legge. Non era la prima sconfitta giudiziaria: poche settimane prima lo stesso tribunale aveva già annullato il decreto anti-sfratto catalano approvato durante la pandemia, giudicandolo una violazione del diritto di proprietà privata.
A quel punto tocca al governo centrale e qui entra in scena il PSOE, che con la Ley de Vivienda del 2023 prova a codificare a livello statale alcuni dei principi della legge catalana bocciata: zone ad alta tensione abitativa, limiti agli aumenti, incentivi ai piccoli proprietari. Sulla carta è la prima legge organica sulla casa nella storia democratica spagnola. Nella pratica è piena di buchi: la definizione delle zone ad alta tensione abitativa resta in mano alle comunità autonome, molte delle quali (a guida PP) semplicemente si rifiutano di applicarla. I grandi fondi trovano margini enormi per aggirarla attraverso affitti di stanze, affitti “temporanei per motivi lavorativi” o il passaggio agli affitti turistici, categorie tutte fuori dalla regolazione.
Manca soprattutto un criterio semplice: come si definisce un affitto giusto? La legge catalana si basava su parametri tecnici: dimensione, posizione, età dell’edificio, stato di conservazione. La legge del PSOE applica invece una fotografia statica sul prezzo di mercato: una casa affittata a mille euro, per quanto gonfiata dalla bolla, “valeva” mille euro. Il che è curioso, considerando che con aumenti annui del 15-16% case che valevano 800 euro sono arrivate a valerne oltre 1.200 in pochissimo tempo. Un altro modo, insomma, per fare un ottimo affare: non serve nemmeno vendere un immobile per guadagnarci, basta affittarlo: “si ripaga da solo”.
Cade il mito del piccolo proprietario
Per chi ha comprato blocchi interi, e vede arrivare persone con alto potere d’acquisto, c’è solo da sfregarsi le mani: un britannico o uno statunitense che lavora da remoto e guadagna il doppio o il triplo di uno spagnolo non avrà problemi a pagare un affitto con un prezzo esorbitante. Ed è qui il punto che i sindacati degli inquilini continuano a martellare e che il governo socialista fatica a riconoscere fino in fondo: il proprietario medio non è più il pensionato che affitta l’appartamento ereditato dalla nonna. È il fondo di investimento (spesso internazionale, spesso con sede in un paradiso fiscale) che compra interi edifici in blocco, li ristruttura al minimo indispensabile e li rimette sul mercato a canoni raddoppiati, o li rivende dopo pochi anni: il flipping immobiliare, applicato non più solo alle singole unità ma a intere palazzine.
Mentre i sindacati (Sindicat de Llogateres, Sindicato de Inquilinas e Inquilinos di Madrid) spingono per un irrigidimento delle tutele e per il riconoscimento dei “grandi proprietari” come categoria da regolare in modo specifico, il PSOE sembra più incline a offrire incentivi fiscali proprio a questi grandi proprietari, nella speranza di convincerli a rimettere sul mercato regolare gli appartamenti vuoti. Ma è una scommessa che finora non ha prodotto i risultati sperati. Nel frattempo si è andati avanti a colpi di misure parziali, senza mai toccare il nocciolo della questione: prima gli aiuti all’affitto per i giovani, che senza un vero controllo dei canoni si sono tradotti, nei fatti, in un ulteriore aumento dei prezzi a vantaggio dei proprietari; poi una serie di sgravi fiscali per chi affitta “a prezzo contenuto”.
Maricarmen: il simbolo, non il primo caso
María del Carmen Abascal, conosciuta come Maricarmen, è una pensionata di 87 anni sfrattata il 23 settembre dal suo appartamento nel distretto madrileno del Retiro, dopo un quarto tentativo di sfratto, seguito all’aumento del canone da 500 a 1.650 euro. Ci viveva da 70 anni, e il Tribunale Supremo ha stabilito che la sua subrogazione contrattuale non rispettava i requisiti legali, aprendo la strada allo sfratto definitivo. Non è un episodio isolato, ma è diventato il simbolo di qualcosa di più grande: il caso ha attirato il sostegno di artisti e figure pubbliche spagnole come Rozalén, Ismael Serrano, Juan Diego Botto, Facu Díaz e Alberto San Juan, che hanno partecipato alle manifestazioni organizzate dal Sindicato de Inquilinas davanti alla sua abitazione, arrivando persino a interrompere un evento della ministra della Casa per chiedere una soluzione; più di 400 persone si sono opposte allo sfratto. (Chi vuole ricostruire nel dettaglio la vicenda può leggere il pezzo di Marco Santopadre.)
Casi simili si erano già consumati altrove in Spagna, con dinamiche diverse a seconda della città: a Barcellona il fenomeno si è intrecciato soprattutto con il turismo residenziale e gli affitti brevi; a Madrid, dove i grandi fondi internazionali sono entrati fin dal 2013 (a partire dalla controversa vendita di alloggi pubblici a Blackstone da parte della giunta di Ana Botella), il problema si è manifestato con più forza negli ultimi anni, complice anche una politica regionale, quella di Ayuso, che non ha fatto nulla per contenerlo.
“Ni una Maricarmen más”: la piazza chiede il decreto
E infatti proprio in questi giorni Madrid ha risposto con una delle mobilitazioni più imponenti degli ultimi anni. Sabato 26 settembre una manifestazione ha riunito, secondo gli organizzatori, 300.000 persone nella capitale per chiedere all’esecutivo di approvare martedì un decreto che includa il rinnovo automatico dei contratti d’affitto, il congelamento dei prezzi e il divieto degli sfratti. Alla fine del corteo il Sindicato de Inquilinas ha lanciato un appello ad accampare in Puerta del Sol, epicentro simbolico del movimento 15M del 2011.
La manifestazione arriva tre giorni dopo lo sgombero effettivo di Maricarmen, per il quale è stato necessario un ampio dispiegamento di polizia a causa della forte mobilitazione cittadina attorno alla sua abitazione: oltre 200 persone hanno tentato per più di tre ore di impedire fisicamente alla commissione giudiziaria di notificare lo sfratto, tra episodi di violenza della Policía Nacional su cui la Delegazione del Governo ha aperto un’indagine.
A dare forma concreta alle richieste della piazza è la Confederación de Sindicatos de Inquilinas, che ha lanciato una petizione indirizzata direttamente a Pedro Sánchez per chiedere l’approvazione immediata del “Decreto Maricarmen” nel Consiglio dei Ministri di martedì: un pacchetto di cinque misure. Misure strutturali contro gli sfratti; rinnovo automatico di tutti i contratti, di fatto trasformati in indeterminati; riforma della Ley de Arrendamientos Urbanos (LAU) per regolare gli affitti “per stagione” e per stanza; congelamento degli aggiornamenti IPC dei canoni; proroghe effettive dei contratti in corso. Sono richieste che vanno molto oltre i timidi correttivi della Ley de Vivienda del 2023 e che il governo dovrà decidere se accogliere o respingere.
Una scommessa elettorale
Alla fine di questa legislatura, il PSOE si trova a giocare una partita che va ben oltre la politica abitativa. Ha in mano lo strumento (una nuova legge sulla casa) ma gli manca la forza, o la volontà politica, per renderla davvero incisiva contro i grandi proprietari. Invece di difendere una legge che già funzionava, ha lasciato che il Tribunale Costituzionale smontasse il modello più avanzato che il paese avesse mai prodotto, per poi farne una versione annacquata. E ora si trova sotto la pressione di una piazza che non chiede più piccoli aggiustamenti, ma un cambio di paradigma. Se il governo non riesce a invertire questa percezione prima delle prossime elezioni e a rispondere con qualcosa di più solido del solito compromesso a metà, rischia di pagare un prezzo molto alto proprio nella base sociale che dovrebbe essere il suo bacino naturale, con la conseguenza, tutt’altro che remota, di spalancare le porte all’estrema destra.
Immagine di copertina di Victor Serri
Articolo pubblicato originariamente su Substack di Victor Serri
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