L’Italia ha “cambiato passo” sulla lotta alla droga e alle dipendenze. Lo ha lasciato capire Sergio Mattarella venerdì 26 giugno ospitando al Quirinale la cerimonia per la Giornata mondiale contro le droghe; lo ha recepito con soddisfazione José Berdini, presidente del Comitato italiano dipendenze (Cid), fondatore e responsabile delle comunità terapeutiche per tossicodipendenti gestite dalla Cooperativa sociale Pars nelle Marche, tra gli ospiti dell’evento. “Soddisfazione” per modo di dire, perché il motivo di questo cambio di passo è in realtà un dramma. Come spiega Berdini stesso a Tempi.
Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega a queste materie, presentando mercoledì 24 giugno la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia 2026 ha parlato di «numeri da pandemia», una pandemia particolarmente preoccupante perché «ha la caratteristica di non essere percepita come tale». Qual è la situazione che vede dal suo osservatorio?
Definirei la situazione come una tendenza alla “polidipendenza”: di fronte al malessere, nella mancanza di senso della vita, i giovani, ma anche tanti adulti – compresi adulti delle categorie meno immaginabili – rispondono in maniera crescente con diversi “pezzi” di forte dipendenza.
Quindi è corretto parlare di “pandemia”?
Assolutamente sì, il fenomeno è in un aumento. Lo suggeriscono i dati relativi ai sequestri di stupefacenti, così come la diffusione di comportamenti legati all’uso di sostanze: ragazzi che si chiudono in casa, gli episodi di violenza personale, gli incidenti stradali, gli scippi e la rapine.
Tutte condotte frutto dell’uso di droghe?
Possono esserne il frutto oppure il seme, diciamo così. Sicuramente fanno parte di uno stesso sistema che è “impazzito” dopo decenni di disimpegno. Io conosco la storia della lotta alla droga e posso dire con cognizione di causa che era dagli anni Novanta della Dc e del Psi che non si vedeva la serietà di intervento da parte dello Stato che stiamo tornando a vedere oggi. Questo è un fatto ormai riconosciuto anche da molti tra gli addetti ai lavori che non hanno alcuna affinità ideologica con l’attuale governo.
La preferenza è una cosa seria.
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Mantovano ha invitato anche le famiglie a «non considerarsi immuni» dal problema e a fare la loro parte, proprio perché il fenomeno delle dipendenze «riguarda sempre più spesso ragazzi molto giovani e contesti apparentemente normali».
Le famiglie certamente sono importantissime. Il cosiddetto “lavoro con il territorio” deve abbracciare istituzioni, servizi sociali, carcere, scuola, e necessariamente deve comprendere la casa e la famiglia. Il punto qual è? È che dentro quella casa ormai è difficile trovare “la famiglia” come era composta fino a 50 anni fa. Oggi, con il ragazzo in difficoltà, spesso c’è solo una mamma o un papà che non ha più rapporto con il coniuge, o ha un rapporto violento e disfunzionale. Questa è la situazione da cui proviene la maggioranza dei giovani che ospitiamo alla Pars. È una realtà che chiama tutti alla responsabilità di avere a cuore la vita del singolo «nella sua integralità», come ha sottolineato Mattarella.
Di questo aumento di casi di dipendenza da droghe Pars ha evidenza diretta?
Sì, in particolare dei casi più gravi che tecnicamente vengono definiti di “doppia diagnosi”, ossia di persone afflitte da dipendenze e da problemi psichiatrici. Pars è impegnata da sempre in questo campo che fino a venti, trent’anni fa era considerato residuale, e noi eravamo visti come gli sconsiderati che si occupavano delle briciole, di quelli che non reggevano nelle altre comunità, i più violenti o i più incapaci di “stare sul pezzo”. Adesso invece è emersa la grande verità.
Quale verità?
Che la doppia diagnosi è il sintomo di un cambiamento epocale, per altro avvenuto molto rapidamente. Infatti oggi ormai rappresenta il grosso dell’utenza. E la sua diffusione non riguarda più solo gli adulti, ma sempre più anche i minori. Voi lombardi lo sapete forse meglio di tutti: i nostri territori sono pieni di ragazzini che per effetto delle droghe che usano non sono più in grado frenare la violenza. Solo qui in Pars ne abbiamo in carico un centinaio in forma residenziale, di cui almeno la metà con provvedimenti di giustizia. Tra famiglie distrutte e immigrazione senza integrazione, la nostra società è una polveriera.
E questa «riconoscenza della Repubblica» verso le comunità di recupero di cui ha parlato Mattarella nel suo discorso, voi la vedete?
Le parole di Mattarella per me segnano un vero e proprio cambio di passo. Dopo avere ascoltato le esperienze dei testimoni delle diverse comunità che hanno parlato al Quirinale, il capo dello Stato ha preso la parola e ha notato che «tutte queste esperienze […] hanno un punto in comune: quello del valore della persona nella sua integralità». Poi ha detto che che il recupero di queste persone, «averne cura», è «un fronte decisivo». Ha detto proprio «un fronte», e lo ha ripetuto: «Un fronte decisivo per il nostro paese e per il suo futuro». Si capisce? È chiaro che si tratta di una guerra. E finalmente la stiamo trattando come tale dopo decenni di inerzia. Del resto, io stesso non mi ero mai trovato al Quirinale seduto accanto a un presidente della Repubblica.
Accennava prima a una presa di coscienza bipartisan del “problema droga”, un cambio di mentalità.
Ma certo, destra o sinistra, gli italiani vedono benissimo l’aumento dei problemi di sicurezza. Lo stesso fatto che sia sempre più difficile trovare lavoratori: anche questo non è slegato da una certa mentalità irresponsabile con cui abbiamo flirtato per troppo tempo.
I comportamenti legati alle dipendenze non sono un’emergenza “marginale”, insomma. Riguardano tutta la società.
E non lo dico io, lo ha detto il presidente della Repubblica che si tratta di «un fronte decisivo per il paese». Per tutto il paese: mica solo per le aree emarginate. Del resto la maggior parte dei minori che ospitiamo qui in Pars proviene dal Nord Italia.
Quando ha parlato di provvedimenti nell’ambito della lotta alla droga che non si vedevano dai tempi della Dc e del Psi che cosa intendeva concretamente?
Che lo Stato ha ricominciato a destinare seriamente fondi alla lotta alla droga, soldi con cui le comunità terapeutiche possono fare il loro lavoro. E poi finalmente si parla. Il ddl appena approvato dal Senato e ora in discussione alla Camera che permetterà di tirare fuori dal carcere migliaia di persone consentendo la detenzione domiciliare dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti che aderiscono a programmi di recupero, per esempio, è frutto anche di questi mesi di lavoro del Comitato italiano dipendenze.
Quali sono i temi più urgenti sul tavolo?
Ne menzionerei due. Il primo è il riconoscimento del diritto delle persone tossicodipendenti a farsi curare nella regione che vogliono. Diritto che oggi non è garantito ovunque. È ingiusto che un marchigiano possa farsi curare un tumore in Lombardia se lo desidera, e invece un lombardo non può entrare in comunità di recupero nelle Marche se la Regione non vuole. L’altro tema che secondo me è ora di toccare riguarda la società civile, per così dire. Chi dispone di risorse, le aziende, gli imprenditori, dovrebbero riflettere sull’importanza di aiutare le opere che si occupano del recupero dei tossicodipendenti. Ne va – come afferma Mattarella – del futuro del nostro paese. Come dicevo, lo stesso problema della mancanza di manodopera non è indipendente da una certa mentalità “drogastica”.
Come mai insiste tanto su questo argomento?
Perché noto che troppi italiani si sono abituati a vivere di espedienti. Non parlo soltanto della dipendenza dalle droghe: vedo il rischio che prevalga una mentalità secondo cui tutto è dovuto e si può vivere di rendita, alle spalle della famiglia, alle spalle dello Stato. Mi sembra un “campare da drogati” che purtroppo è stato a lungo avallato dalle istituzioni stesse, ma che è il contrario della valorizzazione della persona di cui abbiamo sentito parlare venerdì al Quirinale. Il lockdown nei mesi del Covid non ha certo aiutato in questo senso.
Cosa c’entrano il Covid e il lockdown?
C’entrano perché mentre tutto era chiuso e tutti erano chiusi nelle proprie case, gli unici che continuavano a girare erano gli spacciatori. Posso testimoniare che quei mesi hanno lasciato sofferenze e cicatrici tutt’altro che smaltite.
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Pietro Piccinini
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