Il quadro che emerge per l’Italia nel rapporto Building a Water Smart Economy in the Euro-Mediterranean Area: The Role of Business — firmato da UN Global Compact Network Italia (Ungcni) e Teha Group — traccia una profonda dicotomia tra la rilevanza economica della risorsa idrica e la capacità del sistema produttivo di tutelarla. Nel nostro Paese, la crisi idrica genera già oggi un impatto negativo stimato in 13,4 miliardi di euro all’anno (pari a 227 euro per abitante), una cifra equivalente a 2,5 giorni di blocco totale dell’intera economia nazionale. La risorsa idrica rappresenta un pilastro fondamentale: il solo ciclo idrico esteso genera direttamente 11,2 miliardi di euro di valore aggiunto, che salgono a 31 miliardi (con un moltiplicatore pari a 2,8) considerandone l’impatto indiretto e indotto.
Se si osserva l’intero sistema produttivo la cui attività è direttamente abilitata dall’acqua (dall’agricoltura alla manifattura idro-intensiva, fino all’energia e ai data center), il valore aggiunto dipendente dalla risorsa tocca in Italia i 384 miliardi di euro, rappresentando circa un quinto dell’intera ricchezza nazionale.
56,4% delle aziende opera in aree a stress idrico
Nonostante un’esposizione fisica elevata — con il 56,4% delle aziende italiane operanti in aree soggette a stress idrico elevato o critico — soltanto il 34% del campione esaminato considera l’acqua una risorsa ad alta o estrema criticità per la continuità del proprio business. Questa apparente disconnessione trova fondamento in una ragione di natura economica: per il 52,3% delle imprese italiane, l’insieme delle spese di approvvigionamento, trattamento e scarico incide per meno dell’1% sui costi operativi totali (OpEx).
Un segnale economico debole, confermato dal posizionamento del costo dell’acqua: la tariffa media del Servizio Idrico Integrato in Italia è pari a 2,10 euro/m cubo, la quinta più bassa dell’Unione Europea, a fronte dei 3,45 euro/m cubo della media UE e dei 10,36 euro/m cubo della Danimarca. Inoltre, l’Italia investe nello sviluppo delle tecnologie del ciclo idrico integrato appena lo 0,13% del proprio Pil (pari a circa 51 euro per abitante l’anno contro una media europea di 82 euro).
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Panoramica sulle aziende italiane: catena del valore
Sotto il profilo organizzativo, le imprese del Paese poggiano su una solida base gestionale di carattere generale: l’86% delle aziende è certificato Iso 14001 e il 92,5% adotta standard di rendicontazione come Esrs o Gri. Tuttavia, manca un presidio mirato: appena il 9,6% ha strutturato una policy aziendale dedicata esclusivamente alla risorsa idrica, solo l’8,5% attribuisce la supervisione diretta dei rischi idrici al top management o al cda, e soltanto il 4,3% ha definito target quantitativi di riduzione allineati a framework internazionali o di matrice scientifica (science-based). Analogamente, l’analisi lungo la catena del valore risulta deficitaria, con appena il 10,6% delle imprese che monitora i dati idrici dei propri fornitori e il 43,6% che non ha mai condotto alcuna valutazione sul livello di rischio idrico della propria supply chain.
A fronte di questi divari, il panorama degli investimenti appare statico. Circa il 29,5% delle aziende dichiara di non destinare alcuna risorsa economica alla gestione idrica, mentre solo il 5% prevede incrementi significativi della spesa nel triennio a venire. Sul piano delle politiche pubbliche, le agevolazioni faticano a scaricarsi a terra: il 72% delle imprese non conosce gli incentivi e i contributi finanziari disponibili in materia, e appena l’11,5% dichiara di averne concretamente beneficiato.
Inoltre, con il concludersi delle risorse del Pnrr nel 2027, si stima che gli investimenti pro capite dei gestori idrici industriali italiani subiranno una riduzione del 20% rispetto al picco del 2025, passando da 104 a 83 euro per abitante.
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Risorsa idrica: scenario euromediterraneo e transizioni
A livello generale, il deterioramento del ciclo idrologico si configura come un fattore idoneo a compromettere la stabilità macroeconomica complessiva. Si stima che entro il 2050 la crisi idrica e climatica possa erodere in media il 10% del Pil mondiale, con picchi che possono raggiungere il 19% nei Paesi a reddito medio-basso e maggiormente vulnerabili. Il bacino del Mediterraneo costituisce uno degli epicentri mondiali dell’emergenza: l’area si riscalda al 20% più velocemente rispetto alla media globale e raccoglie il 60% della popolazione mondiale classificata come water-poor. Attualmente, 220 milioni di persone nel Mediterraneo (pari al 42% della popolazione dell’area) vivono in condizioni di penuria idrica.
A tali fabbisogni si affiancano le pressioni legate alla transizione digitale ed energetica. Le filiere strategiche dei data center, dei semiconduttori, dell’idrogeno verde e delle batterie vedranno il proprio valore economico salire da 192 a circa 1.000 miliardi di euro entro il 2030, portando con sé una domanda idrica fino a 2,6 volte superiore rispetto ai livelli attuali. Per quanto riguarda i soli data center dell’UE, la capacità installata passerà da 12,4 GW nel 2024 a 18,7 GW nel 2030, con un fabbisogno di raffreddamento potenziale stimato a 93 milioni di metri cubi d’acqua.
A livello normativo e strategico, le risposte dei Paesi dell’area variano in relazione alle priorità nazionali. L’Unione Europea, attraverso la Water Resilience Strategy approvata nel giugno 2025, ha definito l’obiettivo strategico non vincolante di incrementare l’efficienza idrica di almeno il 10% entro il 2030. Ciò facendo perno sul principio del Water Efficiency First e sulla gerarchia che ammette come prioritaria la riduzione della domanda e il riuso rispetto all’incremento dell’offerta.
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