L’Europa accelera, i territori frenano. Da una parte c’è il Cloud and AI Development Act (CADA), la mossa con cui Bruxelles punta a triplicare la capacità di calcolo nei prossimi 5-7 anni, facilitando l’accesso a energia, suolo e risorse idriche in nome della sovranità digitale. Dall’altra c’è la realtà fisica dell’Italia e dei suoi territori, dove la stabilità della rete elettrica, la disponibilità d’acqua e il consumo di suolo sono già sotto stress.
Se ne è parlato ieri a Roma, all’Hotel Parco dei Principi, in occasione del Data Center Symposium promosso dall’Italian Datacenter Association (IDA). Sul tavolo dei 286 associati che compongono la filiera c’è un’“ambiziosa idea di futuro”, che tuttavia rischia di scontrarsi con le prospettive di sviluppo che i territori rivendicano per se stessi.
E se dal pulpito istituzionale si evoca il classico cavallo di battaglia del Nimby (Not In My Back Yard) per liquidare ogni resistenza come freno ideologico, è pur vero che, di fronte alla storia delle grandi opere in Italia, nel dubbio è anche legittimo diffidare.
Per questo, dialogo e trasparenza diventano leve imprescindibili. E in assenza di un quadro normativo ancora da venire, la vera sfida per l’Italia è implementare politiche industriali capaci di produrre benefici nei territori. Perché l’obiettivo è di creare una rete di poli digitali diffusi, fatti di baricentri urbani e corridoi strategici, oltre la concentrazione in Lombardia. È qui che l’IDA avverte l’urgenza di un dialogo strutturato con l’ANCI, Associazione Nazionale Comuni Italiani: un passaggio obbligato per sciogliere i nodi in itinere, allineare istanze industriali e pianificazione locale, e separare quelli che – dal punto di vista dell’IDA – sono falsi miti: consumo di acqua, pressione sulla rete elettrica, occupazione di suolo.
Come sottolinea Luca Beltramino, presidente IDA, la priorità strategica è invertire la narrazione sul campo: “Non vogliamo solo combattere questi falsi miti dicendo che non è vero, ma vogliamo sostituirli con i valori positivi che portano i data center, facendo notare che cosa succederebbe al nostro mondo se non li avessimo, e quanto siano cruciali per il territorio”.
Tuttavia, dal dibattito emergono contraddizioni e resta centrale la necessità di affinare la qualità e la granularità dei dati, che presentano ancora gap informativi.
Il Market Survey presentato da IDA fotografa uno spartiacque netto tra il 2026 e il 2031.
Oggi
Il mercato italiano dei data center sta passando da una dimensione frammentata a un’infrastruttura di scala industriale. A fine 2025, la potenza IT installata in Italia ha raggiunto circa 760 MW (vs 600 MW del 2024).
L’evoluzione si regge su dinamiche precise:
- Boom della capacità commerciale: I data center commerciali sono saliti a 460 MW (vs. 290 MW del 2024).
- Calo dei data center aziendali: La capacità interna delle singole aziende si è ridotta (300 MW), non per una minore domanda digitale, ma per lo spostamento verso il cloud.
- Peso della filiera: Il mercato italiano conta 61 aziende e 110 data center, con una dimensione media di 4,2 MW per singola struttura. Il 79% dei siti è di piccole dimensioni (< 5 MW), ma la stragrande potenza di calcolo è concentrata in grandi colossi (>10 MW).
- Concentrazione geografica. Milano resta il principale baricentro (376 MW di capacità operativa). A seguire, Roma (21 MW operativi), affiancata da altre presenze regionali come Torino, Nord Adriatico e Puglia.
Verso il balzo del 2031
Guardando al prossimo quinquennio, la crescita sarà esponenziale: dagli attuali 460 MW operativi, il mercato punta a triplicare i volumi, raggiungendo una domanda tra i 2,0 e i 2,3 GW entro il 2031 (+ 31% annuo).
Fattori chiave:
- Maturità dei progetti. Dei 2.299 MW totali stimati al 2031, 230 MW sono già in costruzione con avvio certo entro il 2029, 673 MW sono in fase di sviluppo avanzato e 936 MW rappresentano iniziative preliminari.
- Effetto AI. Nel lungo periodo, la spinta principale non arriva più dal cloud tradizionale, ma dalle infrastrutture AI/GPU e dalle AI factory, che richiedono carichi di calcolo ad altissima densità.
- Potenziale inespresso. i modelli di benchmark europeo stimano un’ulteriore domanda potenziale di 1,1 GW, che potrebbe spingere il mercato fino a 3,4 GW entro il 2031.
Secondo Livio de Santoli, componente del collegio di ARERA, la diffusione su larga scala dei data center — spinta dai modelli globali — si scontra fin da subito con una serie di specificità strutturali e regolatorie, acuite nel contesto europeo e soprattutto italiano. “Non è possibile pensare al vecchio modello: ti chiedo l’energia, l’energia ce l’ho, non so quanto costa, non so dove arriva, ce n’è tanta. In questa fase di transizione il nuovo modello impone una nuova essenza al consumatore”.

L’Autorità mette in guardia dai rischi che la corsa ai data center può innescare per il sistema Paese. Il primo vero blocco riguarda la congestione delle reti di trasmissione. Sull’esempio di quanto già avvenuto per le fonti rinnovabili, il sistema rischia il collasso a causa di una massa di richieste di connessione prive di un solido vaglio tecnico-scientifico preliminare.
La critica passa poi per l’omologazione voluta da Bruxelles. Come sottolinea De Santoli: “In questa sua opera di omologazione rispetto agli stati membri, si passa sopra a quasi tutto e in particolare ai temi legati alla regionalità di alcuni aspetti dell’energia che per noi sono fondamentali. L’omologazione va bene fino a un certo punto, cioè fino a quando si affrontano le caratteristiche generali del problema, che devono essere coerenti”. Tuttavia, la Commissione Europea punta a standardizzare le regole nei vari Stati membri, scavalcando il fatto che i problemi energetici variano drasticamente da Paese a Paese. Esempio lampante per l’Italia è l’asimmetria geografica tra produzione e consumo, dove la generazione rinnovabile è concentrata a Sud mentre i consumi dei data center si addensano al Nord, imponendo una regolamentazione dei flussi.
Altro tema caldo: le distorsioni tariffarie. L’adozione di tariffe speciali o agevolate per i data center rischia di alterare un mercato in cui l’Italia sconta già prezzi dell’energia più alti rispetto alla media europea. E questo aprirebbe la strada a distorsioni dei prezzi a carico di altri consumatori. “La tariffazione non deve essere speciale, come viene specificato nella proposta europea. Non deve essere una tariffa speciale su alcuni temi come i data center (…). Qui invece si introdurrebbe una variabile rispetto alla creazione dei prezzi. E l’Italia è il Paese in cui il prezzo dell’energia è il più caro d’Europa”.
Mentre l’Europa tenta di scardinare il monopolio tecnologico americano puntando su una sovranità che è difesa dei dati sensibili e uso strategico degli appalti pubblici (Buy European), sul fronte dei territori la corsa dei grandi gruppi si scontra con i meccanismi del procedimento unico. L’iter accelerato a dieci mesi spaventa il mercato perché impone comunque di superare i vincoli di conformità urbanistica comunale e districarsi tra permessi edilizi complessi per i nuovi campus multiedificio.
Nicola Zingaretti, relatore del regolamento sul Cloud e l’Intelligenza Artificiale (CADA), spiega: “Il mondo digitale americano si è sviluppato in un regime quasi di monopolio. L’arrivo dell’Europa è positivo, cambierà tutto e dobbiamo avere l’ambizione di inserirci in questo regime superando gli oligopoli. Questo regolamento è un pezzettino di una strategia che sta costruendo l’ecosistema digitale europeo […] Non partiamo in fila indiana, ma a batteria: serve una strategia chiara e massa critica, perché da soli, come singoli Stati, non ci staremo mai.»
A questa spinta geopolitica si contrappone la diffidenza dei territori. Una diffidenza che viene da lontano, visto lo svuotamento di servizi in aree che si sono viste sottrarre gradualmente presidi storici di riferimento come banche, uffici postali, ospedali, persino i bar. Non basta la promessa di benevole compensazioni, ma serve trasparenza. “L’opposizione non è più tanto sull’infrastruttura, ma sull’idea che quell’infrastruttura rappresenta; quindi, va spiegato in modo molto capillare […] con i dati raccolti e verificati”, dichiara Laura d’Aprile, capo dipartimento DISS del MASE.
“Se noi mettiamo la nostra vita dentro piattaforme e cloud dei quali non riusciamo a definire il livello di sicurezza sui dati sensibili, beh, allora è inutile che facciamo il CADA. La priorità è la salvaguardia dei dati da proteggere come sistema nazionale ed europeo”, conclude Zingaretti.
È il nodo di una transizione digitale che deve trovare una quadra tra la spinta macroeconomica di un’Europa che vuole uscire dall’oligopolio digitale e la necessità che siano i territori e i Comuni a indicare dove, e soprattutto come, accogliere queste infrastrutture.
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