Oggi l’America compie 250 anni. Trump celebra al Mount Rushmore con i fuochi d’artificio vietati da cinque anni, attacca il comunismo davanti a quattro presidenti scolpiti nella roccia, e intanto la Great American State Fair sul National Mall è semivuota per il caldo e il boicottaggio. Buon compleanno, America. Stai benissimo
C’è qualcosa di profondamente americano nel modo in cui gli Stati Uniti festeggiano oggi il loro duecentocinquantesimo compleanno. Una nazione che ha sempre trasformato i propri miti in spettacolo, che ha sempre saputo che la forma è sostanza, che l’immagine è potere, si ritrova a celebrare il più importante anniversario della propria storia con i fuochi d’artificio sopra quattro facce di pietra, un presidente che urla “non saremo mai comunisti” davanti a 4.800 persone estratte a sorte da una lotteria nazionale, e una fiera statale sul Mall di Washington presa d’assalto dal caldo e disertata dai visitatori. L’America del 2026 è uno spettacolo che si guarda con un misto di ammirazione e incredulità. Le due cose si escludono? Pare di no.
Mount Rushmore, i fuochi vietati e la lotteria dei 4.800 eletti
Partiamo dalla scena del 3 luglio sera, che ha aperto ufficialmente le celebrazioni. Trump ha raggiunto il Mount Rushmore in South Dakota per tenere il discorso principale delle celebrazioni davanti ai volti scolpiti di Washington, Jefferson, Lincoln e Roosevelt. Ha ottenuto il ripristino dei fuochi d’artificio sopra quelle facce di granito, spettacolo vietato da cinque anni per l’alto rischio incendi nelle Black Hills. Ha parlato davanti a 4.800 persone selezionate da una lotteria nazionale a cui avevano partecipato oltre 103.000 candidati, con un budget statale da 700.000 dollari.
Il simbolismo è denso quanto il granito: Trump che si fa ritrarre sotto i quattro presidenti più celebrati della storia americana, lui che punta al quinto posto nella pietra della memoria collettiva, con i fuochi vietati che tornano proprio per la sua volontà. Dal palco ha dichiarato che in tutte le cronache dei secoli, mai prima d’ora una nazione aveva celebrato un trionfo così magnifico, e che a 250 anni l’America è la Repubblica più antica del mondo, il popolo più libero del mondo, la nazione di maggior successo mai esistita nella storia dell’umanità. Nessuno ha fatto notare che la Repubblica più antica del mondo secondo questa classificazione ignora tranquillamente San Marino, fondata nel 301 dopo Cristo. Ma l’America non ha mai avuto un rapporto facile con la geografia europea.
Freedom 250 contro America250: la festa spaccata in due
Il dettaglio che racconta meglio di ogni altro dove sia arrivata la polarizzazione americana sta nell’organizzazione stessa dei festeggiamenti. La macchina dei festeggiamenti si muove su un doppio binario: da una parte America250, l’organizzazione bipartisan istituita dal Congresso per gestire eventi istituzionali e neutrali con 150 milioni di dollari di fondi federali; dall’altra Freedom 250, la potente macchina politico-privata creata da Donald Trump per plasmare la ricorrenza a propria immagine.
Tra retorica nazionalista e attacchi a una presunta deriva comunista dei democratici, l’impronta di Trump sulle celebrazioni ha già spaccato il Paese: dalle polemiche sulla controversa verniciatura in “blu America” della Reflecting Pool del Lincoln Memorial, fino al boicottaggio di massa di artisti tra cui i Commodores e Martina McBride, che hanno cancellato i propri show per non farsi strumentalizzare. Trump li ha liquidati via social e ha trasformato la serata inaugurale del 24 giugno sul National Mall in un comizio. La Great American State Fair nella capitale, concepita per celebrare la ricorrenza nazionale, ha registrato scarsa affluenza ed è stata oggetto di diffusa derisione a causa dei suoi stand vuoti. Anche un’ondata di caldo record ha tenuto lontani molti visitatori, malgrado Trump si sia detto per nulla scoraggiato dalle alte temperature.
Il caldo, va ricordato, tocca i quarantadue gradi a Washington in questi giorni. Lo stesso caldo che Trump non ha mai riconosciuto come effetto del cambiamento climatico. Una coincidenza che i meteorologi trovano meno ironica dei commentatori politici.
Il discorso: comunisti, immigrati e la minaccia interna
Il contenuto del discorso al Mount Rushmore è la parte più rivelatrice della giornata: mostra dove Trump ha deciso di posizionare l’America nel momento del suo duecentocinquantesimo compleanno. Il presidente si è scagliato contro quella che ha definito una nuova minaccia all’identità del Paese, prendendo di mira “radicali ed estremisti” interni. “Vediamo la nostra identità americana sotto un rinnovato attacco. Una generazione dopo aver combattuto e vinto la Guerra Fredda contro la minaccia del comunismo, assistiamo ora a una rinascita della minaccia comunista nel nostro Paese” ha detto.
Ha poi aggiunto: “Il Partito Comunista è composto da immigrati clandestini, criminali e da chiunque non debba lavorare. Il comunismo è un fallimento. Lo è sempre stato e lo è tuttora. È un fallimento totale. Guardate le persone che lo promuovono.”
Scegliere il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza per evocare il pericolo comunista è una mossa che ha una sua logica interna precisa: riposiziona il Partito Democratico come nemico della nazione, trasforma l’opposizione politica in minaccia esistenziale, e usa la retorica della Guerra Fredda per combattere una guerra culturale interna. La Dichiarazione del 1776 diceva che tutti gli uomini sono creati uguali. Il discorso del 2026 dice che alcuni uomini, quelli appena arrivati con idee diverse, sono una minaccia comunista. Il documento originale e la sua interpretazione attuale hanno in comune la data. Non molto altro.
New York risponde: Mamdani e i naturalizzati
In un discorso sul 250esimo anniversario dell’America, il sindaco di New York Zohran Mamdani ha respinto la visione della nazione di Trump, parlando seduto alla scrivania di George Washington nel municipio di New York e affiancato da cittadini statunitensi naturalizzati di recente. Mamdani ha contestato l’idea, diffusa tra i potenti, secondo cui l’America si riduce man mano che accoglie più persone. “Abbiamo camminato sulla Luna ma per la realizzazione dei valori sanciti nella dichiarazione di indipendenza” c’è ancora del lavoro da fare, ha detto citando Common Sense di Thomas Paine, nel quale si sosteneva che gli Stati Uniti dovessero costituire un porto sicuro per chi fuggiva dall’oppressione politica e religiosa.
Due discorsi, due Americhe, una stessa data. Washington parla di minaccia comunista. New York risponde con Thomas Paine e con i nuovi cittadini. È la fotografia più precisa del paese nel 2026: non diviso su questioni politiche ordinarie, ma su cosa significhi essere americani. Chi ha diritto a quella parola, chi la porta nel modo giusto, chi la tradisce. È una disputa sull’identità, non sulla politica fiscale. E le dispute sull’identità non si risolvono alle elezioni di metà mandato.
Cosa è cambiato, davvero, in questi diciotto mesi
Per capire il 4 luglio 2026 bisogna guardare indietro a gennaio 2025, quando Trump è tornato alla Casa Bianca con un secondo mandato che ha usato, fin dal primo giorno, per ridisegnare i confini di ciò che l’America è disposta a fare e a essere. In diciotto mesi ha firmato ordini esecutivi che hanno chiuso i confini agli immigrati irregolari con una durezza senza precedenti, ha avviato deportazioni di massa, ha smantellato decine di agenzie federali, ha imposto dazi che hanno rimodellato i rapporti commerciali con Europa, Cina e Canada, ha ridotto i fondi all’istruzione pubblica, ha abrogato protezioni ambientali costruite in decenni, ha ritirato gli Stati Uniti da accordi climatici internazionali.
Ha anche, va detto, riportato il tema della sovranità nazionale al centro del dibattito occidentale, costringendo l’Europa a interrogarsi sulla propria dipendenza dagli Stati Uniti in materia di difesa. Ha ridiscusso le regole del commercio globale con una brutalità che molti economisti contestano ma che ha aperto un dibattito reale. Ha vinto, perché aveva la maggioranza degli americani dalla sua parte. E oggi quella maggioranza festeggia al Mount Rushmore, con i fuochi d’artificio che erano vietati.
Il compleanno più difficile
L’America del duecentocinquantesimo anniversario è un paese che non ha mai avuto così tanta ricchezza concentrata in così poche mani, che non ha mai avuto una polarizzazione politica così profonda da quando la questione schiavitù ha spaccato la nazione a metà, che sta assistendo a una ridefinizione del contratto sociale in tempo reale, con meno stato, meno protezioni, meno pluralismo istituzionale e più centralizzazione del potere esecutivo.
La Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 era un documento rivoluzionario perché affermava che il potere deriva dal consenso dei governati, che i governanti possono essere rimossi quando tradiscono quel consenso, che nessun re ha diritto divino a comandare. Duecentocinquant’anni dopo, al Mount Rushmore, un presidente cita il destino voluto da Dio come fondamento della Repubblica americana, individua i nemici interni nell’opposizione politica e negli immigrati, e usa i fondi federali per trasformare la festa nazionale nel proprio comizio.
Jefferson, che è uno dei quattro volti scolpiti nella roccia sopra cui Trump ha parlato, scrisse che la libertà richiede eterna vigilanza. Aveva ragione. Non si riferiva ai comunisti.
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Claudio Dell’Arti
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