Manovra, la detrazione per il dentista che i più poveri non vedono


Taglio Irpef al ceto medio congelato, spunta un bonus per i fragili: parte da una riga sugli incapienti, esclusi dalle detrazioni.

C’è una fattura del dentista in una scatola da scarpe, in un armadio, in una casa qualsiasi. Aspetta la dichiarazione dei redditi dell’anno dopo, quando lo Stato restituirà una parte di quei soldi sotto forma di detrazione Irpef per le spese sanitarie. Nella manovra che il governo sta scrivendo, tra il taglio Irpef al ceto medio che si allontana e la flat tax delle partite Iva che torna, c’è una riga che riguarda proprio quella scatola. Dice che le detrazioni sanitarie hanno effetto solo l’anno successivo, e solo per chi non è incapiente.

Uso la scatola da scarpe come immagine e dico subito che cosa significa: è il tempo che passa tra quando una persona paga di tasca sua e quando lo Stato le rende qualcosa. Per alcuni quella scatola si riapre dopo dodici mesi. Per altri, i più poveri, non si riapre mai. Il nuovo bonus per i fragili, allo studio in queste ore, nasce da qui.

Perché le detrazioni per le spese sanitarie non valgono per gli incapienti?

Una pensionata va dal dentista e spende 1.200 euro per un ponte. Conserva la fattura, l’anno dopo la porta al Caf. Con il 730 recupera il 19% della spesa che supera la franchigia di 129,11 euro: poco più di 200 euro, che arrivano con la pensione o in busta paga mesi dopo.

Il meccanismo funziona così perché la detrazione è uno sconto sulle tasse da pagare. Per capirci: se devi allo Stato 1.000 euro di Irpef e hai 200 euro di detrazione, ne paghi 800. Ma se all’Irpef non devi niente, perché il tuo reddito è troppo basso, lo sconto non ha nulla su cui appoggiarsi. Lo Stato non può toglierti 200 euro da zero.

Questa persona si chiama, nel linguaggio fiscale, incapiente. È il pensionato con un assegno minimo, il lavoratore con pochi mesi di contratto, la vedova che vive di una piccola reversibilità. Paga il dentista come tutti, conserva la fattura come tutti, e quando arriva l’anno dopo scopre che la scatola da scarpe era vuota fin dall’inizio.

Il testo che racconta la manovra lo dice in mezza riga, senza enfasi. A me sembra la riga più vera di tutta la vicenda: le agevolazioni fiscali, per come sono costruite, aiutano chi le tasse le paga. Chi è troppo povero per pagarle resta fuori dalla porta. Giuro.

Che cos’è il bonus per i fragili allo studio nella manovra?

Ieri, al ministero dell’Economia, si è tenuta una riunione di maggioranza per costruire il menù della legge di bilancio. Dentro quel menù è comparsa una carta nuova: un sostegno per anziani e fragili, pensato per anticipare gli aiuti fiscali sulle spese sanitarie.

L’idea di partenza era semplice: invece di far aspettare un anno, restituire subito. Ma anticipare le detrazioni a tutti è impossibile per ragioni di cassa. Lo Stato, in altre parole, non ha i soldi liquidi per pagare oggi quello che di solito paga domani.

Quel ritardo di un anno, a guardarlo bene, è una forma di prestito. Le famiglie anticipano la spesa, lo Stato la rimborsa in parte dodici mesi dopo, e intanto i conti pubblici respirano. Si dispone, potremmo dire con il tono di una circolare, che la salute del contribuente sia anticipata dal contribuente medesimo e rimborsata all’esercizio successivo, ove capiente.

I tecnici stanno quindi lavorando a un bonus a forfait, cioè una somma fissa, il cui valore dipenderà dalla soglia di reddito dei beneficiari. La platea sarebbe concentrata sulle fasce di reddito più basse. Verrebbero coperte prima di tutto le spese per prestazioni sostenute fuori dal Servizio sanitario nazionale, a partire da quelle odontoiatriche: proprio la fattura del dentista.

Se il bonus nasce davvero, e se arriva anche agli incapienti, la scatola da scarpe smette di essere un’attesa. Diventa una somma in mano. È un passo avanti, e lo dico senza riserve.

Il taglio Irpef per il ceto medio è saltato dalla manovra?

Per due anni il ceto medio è stato il protagonista di ogni discorso sul fisco. Oggi la sua storia si interrompe, almeno per ora.

L’obiettivo era allargare il raggio della seconda aliquota Irpef, quella del 33%. Oggi si applica fino a 50mila euro di reddito; il progetto era portarla fino a 60mila. Per capirci: chi guadagna 58mila euro l’anno pagherebbe il 33% invece dell’aliquota più alta sulla parte di reddito tra 50 e 60mila. Nel vertice di ieri questo obiettivo ha perso rapidamente quota.

Non è la prima volta. Il taglio per il ceto medio era già uscito in corsa dalla griglia lo scorso anno. Il dossier, va detto, non è chiuso: una parte della maggioranza e del governo continuerà a spingere per tenerlo in vita. Ma oggi appare congelato, perché le coperture non ci sono. L’unico modo per finanziarlo sarebbe rinunciare alle idee alternative, a cominciare proprio dal bonus per i fragili.

La scelta, quindi, è secca: o il dentista dei pensionati poveri, o l’aliquota di chi guadagna tra 50 e 60mila euro. I soldi per tutti e due non ci sono.

Accanto al ceto medio che esce di scena entrano due platee. La prima sono anziani e fragili. La seconda sono i giovani, con aiuti pensati per provare a rianimare una natalità in rapidissimo declino.

Che cosa cambia per le partite Iva con la flat tax a 100mila euro?

Un grafico freelance fattura 92mila euro l’anno. Con le regole attuali è fuori dal regime forfettario, la cosiddetta flat tax, che applica un’imposta sostitutiva del 15% fino a 85mila euro di ricavi o compensi.

Il governo conferma l’intenzione di alzare quella soglia fino a 100mila euro. Il grafico, in quel caso, rientrerebbe nel regime agevolato.

La strada però passa da Bruxelles. Il regime forfettario incide sull’Iva, che è un’imposta regolata a livello europeo e che finisce in parte a finanziare il bilancio dell’Unione. Per questo serve il via libera comunitario, e la Commissione europeaha già respinto più volte questa ipotesi in passato. Il negoziato arriva in un momento difficile: Commissione e Consiglio sono in pieno scontro sulle dimensioni del prossimo quadro finanziario pluriennale della Ue, cioè il bilancio europeo dei prossimi anni.

Lo so che la flat tax è popolare tra chi lavora in proprio, e capisco perché. Ma qui la sproporzione è evidente: per il grafico da 92mila euro il governo è pronto ad aprire una trattativa europea, mentre per la pensionata con la fattura nella scatola si fanno i conti con la cassa.

Quali misure per stipendi e imprese ci sono nella manovra 2027?

Un operaio metalmeccanico riceve un aumento con il rinnovo del contratto. Una parte di quell’aumento, l’anno scorso, è stata tassata meno del normale. La manovra potrebbe replicare la detassazione degli incrementi contrattuali, come aiuto agli stipendi.

Salta invece lo sconto fiscale sulle tredicesime, rinviato a tempi migliori. Se ne potrebbe riparlare alla fine del 2027, se lo permetteranno i conti e la volontà politica. In mezzo, ci sono le elezioni.

Per le imprese le misure sono due. La prima è la Zes unica nazionale, la zona economica speciale estesa a tutto il Paese, che al Nord sarebbe solo amministrativa: semplificazioni nelle procedure, senza i vantaggi riservati al Mezzogiorno. La seconda è l’estensione dell’iperammortamento, che il ministro Giancarlo Giorgetti, rispondendo ai parlamentari, ha detto che andrebbe anche potenziato.

L’iperammortamento si spiega con un esempio. Un’azienda compra un macchinario da 100mila euro e, ai fini fiscali, può dedurre dal suo reddito più di quanto ha speso. Paga meno tasse perché ha investito. Tra i beni agevolabili potrebbero rientrare i software in cloud, cioè i programmi usati via internet invece che installati sui computer dell’azienda.

Perché la manovra dipende dal debito pubblico e dall’Europa?

Stasera il Documento programmatico di bilancio, il Dpb, va in consiglio dei ministri. È il programma che il governo manda a Bruxelles con la griglia delle misure di entrata e di spesa. Dovrebbe indicare le prime certezze, ma a poche ore dalla riunione molti numeri ballano ancora.

Il primo vincolo è l’assenza di margini di bilancio per il 2027, illustrata dal Sole 24 Ore domenica e confermata ieri dall’Ufficio parlamentare di bilancio, l’Upb, in audizione davanti alle commissioni riunite di Camera e Senato.

L’Upb ha portato anche una buona notizia. Ha validato le stime di crescita che il governo ha scritto nel Documento programmatico di finanza pubblica, il Dpfp, per i prossimi tre anni. Per il 2026 è stato perfino più ottimista: prevede un Pil in crescita dell’1,1%, contro l’1% stimato dal ministero dell’Economia.

Le buone notizie finiscono qui. La fiammata dei rendimenti, cioè l’aumento degli interessi che lo Stato paga sui suoi titoli, mette a rischio la discesa del debito nel 2028. Per capirci: è come una famiglia con un mutuo a tasso variabile che vede salire la rata, e quindi fa più fatica a ridurre il capitale. Il Dpfp aveva già dovuto rinunciare all’idea di invertire la rotta del debito dall’anno prossimo. Per il 2029 l’Upb proietta un debito al 137,7% del Pil: 1,1 punti sopra le proiezioni del ministero e quasi tre punti oltre il Piano strutturale di bilancio. La conseguenza è che il prossimo ciclo di bilancio dovrà fare una correzione dei conti più pesante.

Il secondo vincolo è europeo. La premier Giorgia Meloni ha chiesto con una lettera di allargare le regole comunitarie per tenere conto dell’inflazione. Se ne discuterà all’Eurogruppo e all’Ecofin, le riunioni dei ministri finanziari in calendario il 9 e 10 novembre. Senza quel via libera, su cui oggi è difficile scommettere, la lista degli interventi, già striminzita, dovrà perdere altri pezzi.

Restano poi le coperture da trovare altrove. Alle banche si potrebbe chiedere un contributo che nell’ipotesi iniziale arriva fino a 3 miliardi, come riportato dal Sole 24 Ore sabato. Al mondo dei giochi si parla di chiedere un miliardo.

In questo quadro Giorgetti, alle Camere, ha detto che per preservare la «risorsa della credibilità» bisogna «individuare chiaramente le priorità». Lo aveva ripetuto poche ore prima nel vertice al ministero. È l’ultima manovra della legislatura, e molti progetti nati prima delle elezioni vanno archiviati.

Che cosa dice la fattura del dentista sul fisco italiano?

Torno alla scatola da scarpe nell’armadio, con dentro la fattura da 1.200 euro.

Per anni abbiamo pensato al fisco come a una scala: le aliquote salgono con il reddito, e ogni governo decide quale gradino abbassare. Il ceto medio sta a metà di quella scala, e per questo è stato al centro di tutte le promesse. Ma la riga sugli incapienti ricorda che sotto il primo gradino c’è un pianerottolo dove la scala non arriva. Chi abita lì non beneficia dei tagli d’aliquota, non beneficia delle detrazioni, non beneficia di quasi nulla che passi per l’Irpef.

La lettura comune di questa manovra è che il governo rinuncia al ceto medio per mancanza di soldi. Io la leggo diversamente: non è una ritirata, ma una scoperta. Per la prima volta da tempo, chi scrive le regole si è accorto che il modo più comune di aiutare le persone, lo sconto sulle tasse, non arriva a chi ne ha più bisogno, e prova a trovare un’altra strada.

Ci sono una pensionata con un ponte da rifare, un dentista privato perché le liste d’attesa pubbliche sono lunghe, una ricevuta piegata in quattro, un Caf con la coda, un modello 730 che per lei non serve a niente, e da qualche parte a Roma un tecnico del ministero che cerca di trasformare quella ricevuta in una somma fissa, prima che finiscano i soldi o arrivi un no da Bruxelles.

Vedremo se il bonus resiste fino al testo finale. Intanto la fattura sta lì, nella scatola da scarpe, e aspetta.




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