Usa, Cina ed Europa alla sfida delle metropoli


La governance locale, la ricerca d’eccellenza e le sfide internazionali si intrecciano di fronte alla crisi climatica, alla transizione digitale e all’inclusione sociale: sono i temi dell’incontro “Nuove politiche per le città del futuro”, organizzato in occasione della seconda edizione del Festival Tecnòpolis, promosso dal Comune e dalla Città metropolitana di Bologna insieme con la Regione Emilia-Romagna, in programma dal 15 al 17 ottobre. I centri urbani, così, si confermano il fulcro del dibattito sui destini della società globale.

Oggi, in un pianeta in cui la maggior parte della popolazione mondiale vive nelle aree urbane, le città sono diventate i laboratori in cui si gioca la capacità competitiva delle nazioni. La gestione della mobilità, dell’efficienza energetica e dell’infrastruttura digitale decretano la capacità di un Paese di competere a livello globale. “La geopolitica passa anche da come le città si stanno ristrutturando”, osserva Francesca Giovannini, Executive Director del programma di ricerca nucleare presso la Harvard Kennedy School, negli Usa, protagonista di un dialogo, il 16 ottobre, al Tecnopolo DAMA di Bologna, con il sindaco Matteo Lepore e Bill De Blasio, già sindaco di New York.

“La sostenibilità, lo sviluppo, la mobilità delle persone all’interno delle città – spiega Giovannini – determinano l’abilità di una nazione di competere nel mondo”. I due blocchi, Stati Uniti e Cina, dimostrano come le aree metropolitane siano diventate il fulcro di una “battaglia geopolitica” e di una “battaglia ideologica”. In Cina l’ascesa di centri come Shenzhen e Shanghai incarna la volontà di Pechino di eccellere nella “sfida tecnologica”. Negli Stati Uniti, metropoli come New York e Los Angeles diventano i teatri di battaglie politiche, sociali e culturali.

I cittadini, infatti, vivono la geopolitica attraverso lo spazio urbano, rendendo la competenza nella gestione locale un fattore strategico. Per consentire alle città di anticipare i cambiamenti, quindi, è indispensabile strutturare modelli di collaborazione che traducano la ricerca scientifica in azioni amministrative concrete. “L’esperienza statunitense offre un paradigma fondato sulla creazione di nuclei di ricerca e di innovazione, capaci di attivare una triangolazione tra ricerca, investimento e applicazione sul territorio”, sottolinea Giovannini.

In questo ecosistema atenei come Harvard e MIT collaborano con la pubblica amministrazione e con start-up private. Si evidenzia, tuttavia, una profonda asincronia tra la velocità della tecnologia e i tempi della regolamentazione burocratica. Un terreno emblematico di questa frizione è la gestione dei data center. In Italia il caso di Bologna dimostra come queste infrastrutture trovino l’opposizione delle comunità locali, chiamate a farsi carico del consumo di risorse idriche ed energetiche in nome di una competizione internazionale speculativa. Emerge, quindi, una frizione tra gli interessi geopolitici e la voce dei cittadini, che rivendicano la sovranità sulle proprie risorse.

Di fronte all’impossibilità di rincorrere l’evoluzione della tecnologia con norme rigide, la governance internazionale si orienta verso l’adozione di “regole di principio etico e flessibile”. Questo approccio riflette profonde differenze ideologiche. Il modello americano si affida alle regole del mercato, ritenendo che l’innovazione generi un beneficio diffuso e riducendo il ruolo dello Stato. Al contrario, le regole europee concepiscono l’amministrazione come un attore centrale, che deve intervenire ex-ante, affinché le tecnologie “beneficino tutti”: si tratta di regole che dovrebbero garantire una trasformazione digitale inclusiva, senza ulteriori divari sociali o economici o dinamiche di sfruttamento. La Cina, invece, tenta di ibridare i due approcci, lasciando spazio al mercato, ma aumentando la presenza delle amministrazioni locali.

Il medesimo pragmatismo è richiesto nella transizione energetica e nel nucleare di nuova generazione. “L’ipotesi che l’Italia possa disporre di reattori entro il 2033 non è credibile – afferma Giovannini -, poiché gli unici Paesi con reattori modulari (SMR) già operativi sono la Cina e la Russia, mentre gli Stati Uniti non possiedono ancora un modello commercializzato a causa dell’esplosione dei costi di costruzione. Per l’Italia, perciò, l’introduzione del nucleare comporterebbe costi strutturali, logistici e di sicurezza nettamente superiori rispetto alle fonti rinnovabili”.

Una strategia italiana sugli SMR avrebbe senso solo all’interno di un programma industriale di lungo periodo, basato sulla costruzione seriale di più reattori dello stesso tipo. La prima unità, infatti, deve sostenere costi molto elevati di progettazione, autorizzazione, sviluppo della filiera e formazione delle competenze. “Se l’Italia pensa di costruire un singolo reattore oggi e un altro tra 30 anni, l’investimento non ha senso: ogni progetto ripartirebbe quasi da zero e non si produrrebbero né economie di serie né apprendimento industriale”, specifica Giovannini. E conclude: “Ogni investimento deve essere subordinato a una chiara pianificazione di politica industriale che stabilisca quali settori e aree urbane si intendano alimentare, sia che si opti per grandi impianti tradizionali, adatti a intere aree metropolitane, sia che si scelgano moduli dedicati ai data center ad alto consumo”.

“Finché non c’è questa logica, il nucleare non ha un ruolo”, evidenzia Giovannini, rilevando come tale carenza sia ancora più problematica in un Paese deindustrializzato. Se la fissione mostra evidenti limiti economici e di sicurezza nel lungo periodo, le prospettive future si orientano, invece, verso la fusione nucleare: si tratta di una risorsa concreta che, oltre a non produrre scorie, non necessita di torri di raffreddamento o massicce immissioni d’acqua. Tuttavia, richiede ampi spazi e un pool di talenti ancora limitato.

L’Italia, oggi, ha la grande opportunità di ascoltare esperti e accademici di rilievo globale, compresi i tanti talenti italiani che lavorano all’estero. Il loro bagaglio di competenze internazionali – conclude Giovannini – rappresenta una risorsa fondamentale per guidare le scelte nazionali e locali. Senza dimenticare il contributo del sistema dei media.


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