L’Intelligenza artificiale è ormai entrata nella quotidianità di una larga parte della popolazione, ma il suo utilizzo resta fortemente orientato a bisogni concreti e immediati, mentre la fiducia verso i sistemi automatizzati varia molto a seconda dell’àmbito in cui vengono impiegati. È quanto emerge dall’indagine dell’Eurispes che fotografa abitudini, timori e aspettative degli italiani nei confronti delle nuove tecnologie basate sull’IA.
Informazioni pratiche, lavoro e svago: gli usi più diffusi
Le occasioni di utilizzo dell’Intelligenza artificiale mostrano una chiara gerarchia tra funzioni ad alta diffusione e impieghi più circoscritti, delineando un uso prevalentemente orientato a bisogni concreti. Il dato più rilevante, tra coloro che hanno dichiarato di usare l’IA, riguarda la richiesta di informazioni pratiche, che coinvolge l’81,3% degli utenti. Seguono, a distanza, gli utilizzi legati ad àmbiti operativi e quotidiani: lavorare o studiare (60,5%) e svago o gioco (54%). Di seguito si collocano gli utilizzi legati a dimensioni personali o specialistiche: le richieste in àmbito sanitario, come indicazioni mediche o tentativi di autodiagnosi, si attestano al 41,2%, mentre il ricorso all’IA per affrontare problemi personali o supportare decisioni scende al 27,5%. Ancora più contenuto l’utilizzo per esigenze di sostegno emotivo o psicologico, fermo al 21,8%, un dato che, seppur minoritario, apre nuove riflessioni sulla solitudine sociale che caratterizza il nostro tempo.
Sono i più giovani a fare un uso più intenso e trasversale dello strumento: tra i 18-24enni l’IA viene usata per lavorare nell’81,5% dei casi (71,9% tra i 25-34enni) e per svago nel 75,5% dei casi (65% nella fascia successiva). Sempre tra i 18-24enni si registrano i tassi più alti di richieste di informazioni mediche e autodiagnosi (53%), di consigli personali (43%) e di ricerca di sfogo e conforto psicologico (33,8%). Sul fronte delle informazioni generiche, i giovanissimi guidano la classifica con l’85,4%, seguiti a stretto contatto dai 34-44enni (82%).
Testi, traduzioni e calcoli: le attività più praticate con gli algoritmi
Guardando a cosa fanno concretamente gli utenti con l’IA, il ricorso più diffuso riguarda la creazione di testi, indicata nel 70% dei casi, seguita a breve distanza dalle traduzioni (63,8%) e dalle attività di calcolo e stima (57,9%): tutte funzioni che superano la soglia della maggioranza degli utenti. La produzione di contenuti multimediali come immagini, video e musica, coinvolge il 50,9% degli utilizzatori. Il quadro cambia in modo netto quando si passa a usi più strutturati: l’apprendimento linguistico tramite tutor virtuali si attesta al 25,9%, mentre l’impiego dell’IA per svolgere la maggior parte del proprio lavoro scende ulteriormente al 17,9%, con uno scarto superiore ai 30 punti rispetto alle funzioni più diffuse. Una distanza che evidenzia una separazione marcata tra gli utilizzi di supporto operativo e produzione di contenuti (ormai ampiamente diffusi) e le applicazioni che richiedono un’integrazione più strutturata nei processi lavorativi o formativi, ancora appannaggio di una quota limitata di utenti.
Lavoro futuro: un’incognita che non polarizza
Quale sarà, nei prossimi anni, l’impatto dell’IA sul settore professionale degli italiani? Le valutazioni di impatto contenuto (“per niente” e “poco”) raggiungono il 40,8%, superando di poco quelle che indicano un’influenza significativa (“abbastanza” e “molto”), pari al 38,1%. Il divario tra le due posizioni risulta dunque limitato, segno di un orientamento non polarizzato ma distribuito su entrambi i versanti. A questo si aggiunge una quota non trascurabile di intervistati che non lavorano (21%), che riduce ulteriormente la base di chi può esprimere una valutazione diretta.
Le differenze più marcate emergono per fasce d’età. Il contrasto più evidente riguarda le fasce 25-34 e 35-44 anni, dove le valutazioni di impatto rilevante superano stabilmente quelle più contenute (rispettivamente 53,4% contro 38,5%, e 53,3% contro 40,8%). Nella fascia 45-64 anni, invece, le due posizioni tendono ad allinearsi (43,3% contro 49,6%), riducendo in parte la distanza tra aspettative di impatto e valutazioni più caute.
La fiducia negli algoritmi: bene i testi, male le decisioni sensibili
Il livello di fiducia nei sistemi di Intelligenza artificiale varia in modo netto a seconda dell’ambito di applicazione, delineando una gerarchia chiara tra contesti percepiti come più affidabili e altri caratterizzati da maggiore cautela. Il valore più elevato si registra nella produzione di testi, dove le valutazioni di fiducia raggiungono il 54%, contro il 46% di giudizi negativi: è l’unico àmbito in cui prevale una valutazione maggiormente positiva. Negli altri contesti si osserva invece un’inversione netta: nel credito e negli investimenti la fiducia si ferma al 34,1%, con un divario marcato rispetto alle posizioni più critiche (65,9%); nelle diagnosi mediche la distanza si amplia ulteriormente, con appena il 28,9% di fiducia contro il 71,1% di scetticismo. Il livello più basso si registra infine nella selezione del personale, dove la fiducia nelle decisioni prese dai sistemi di Intelligenza artificiale scende al 22,7%, a fronte di un 77,3% di valutazioni negative.
IA, la fiducia riposta negli algoritmi cala drasticamente quando le decisioni toccano sfere sensibili come la salute, il credito o la selezione del personale
Il quadro che emerge è quello di un’Intelligenza artificiale ormai integrata nella vita quotidiana degli italiani soprattutto come strumento pratico per cercare informazioni, scrivere testi, tradurre o fare calcoli, mentre resta ancora marginale il suo impiego in àmbiti più delicati come il sostegno emotivo o la sostituzione integrale del lavoro umano. Allo stesso modo, la fiducia riposta negli algoritmi cala drasticamente quando le decisioni toccano sfere sensibili come la salute, il credito o la selezione del personale. Un divario, quello tra utilizzo diffuso e fiducia selettiva, che sembra destinato a guidare il dibattito pubblico sull’AI nei prossimi anni, insieme all’interrogativo sul suo reale impatto sul mondo del lavoro.
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