Il tema dei beni confiscati alle mafie rappresenta oggi uno degli strumenti più rilevanti e strategici nella lotta alla criminalità e alle economie illegali. Colpire i patrimoni illecitamente accumulati dalle organizzazioni criminali significa minarne il potere reale, che non si fonda soltanto sulla violenza e sull’intimidazione, ma soprattutto sul controllo delle risorse economiche e del territorio.
La sottrazione dei beni alle mafie non è solo un’azione repressiva: è un atto profondamente sociale e simbolico. Ogni bene confiscato rappresenta un segnale concreto della presenza dello Stato, del funzionamento della giustizia e della capacità della collettività di riconvertire in risorsa ciò che era fonte di oppressione, illegalità e paura. È una forma di giustizia riparativa che assume una valenza collettiva, perché restituisce al territorio quanto gli era stato sottratto in termini di sviluppo, opportunità e fiducia.
Le mafie non sono soltanto organizzazioni criminali: sono grandi operatori economici e finanziari che accumulano ricchezza, alterano i mercati, distorcono la concorrenza e condizionano interi territori. Il sistema dei beni confiscati comprende oltre 47.000 beni immobili e aziende distribuiti sull’intero territorio nazionale. Di questi, solo poco più della metà ha concluso il percorso di destinazione. Nel periodo compreso tra gennaio e luglio 2024, sono stati destinati 3.446 beni, di cui 3.126 immobili e 320 aziende, mentre tra il 2010 e il 2023 il numero complessivo dei beni destinati è aumentato del 77,2%, raggiungendo quota 24.789.
Il sistema dei beni confiscati comprende oltre 47.000 beni immobili e aziende distribuiti sull’intero territorio nazionale
Per molti anni abbiamo misurato l’efficacia della lotta alle mafie attraverso il numero degli arresti o delle condanne. Giovanni Falcone ci ha però insegnato che il vero potere delle organizzazioni criminali risiede nella loro capacità di accumulare ricchezza e trasformarla in consenso e controllo del territorio. Da questa intuizione nasce uno dei princìpi fondamentali della moderna legislazione antimafia: seguire il denaro. Il celebre follow the money non è soltanto una tecnica investigativa, ma una strategia di contrasto economico alla criminalità organizzata. Seguendo questo approccio, la ricerca realizzata dall’Eurispes “Dal male al bene: come trasformare i beni sottratti alle mafie. Analisi, stime e prospettive” – recentemente presentata presso il Senato della Repubblica – ricostruisce il valore economico dei beni confiscati, analizzandone la distribuzione territoriale, il costo delle inefficienze amministrative e le perdite di valore determinate dall’eccessiva durata delle procedure di gestione e destinazione.
Al novembre 2025, la banca dati dell’ANBSC censiva 43.326 immobili e 4.836 aziende in stato di confisca
La metodologia impiegata nella ricerca integra i dati dell’ANBSC con le quotazioni dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate, ottenendo una prima valutazione economica dell’intero patrimonio immobiliare confiscato. I risultati sono particolarmente significativi. Al 9 novembre 2025, la banca dati dell’ANBSC censiva 43.326 immobili e 4.836 aziende in stato di confisca. Concentrando l’analisi sugli immobili, la ricerca distingue due categorie: quelli ancora in amministrazione e quelli già definitivamente destinati. Gli immobili ancora gestiti dall’Agenzia delle Entrate sono 21.662, per un valore complessivo stimato di circa 1,96 miliardi di euro. A questi si aggiungono 21.664 immobili già destinati, il cui valore complessivo è stimato in circa 2,71 miliardi di euro. Nel complesso, la ricerca stima che i 43.287 immobili confiscati abbiano un valore di circa 4,66 miliardi di euro. Si tratta, tuttavia, soltanto della componente immobiliare per la quale è stato possibile elaborare una valutazione economica sulla base dei dati disponibili. Se allarghiamo l’analisi all’intero patrimonio sequestrato e confiscato, considerando aziende, partecipazioni societarie, beni mobili registrati, disponibilità finanziarie e altri cespiti patrimoniali, il valore complessivo raggiunge una stima compresa tra 30 e 40 miliardi di euro. Si tratta di una ricchezza che, se efficacemente amministrata e valorizzata, potrebbe diventare uno dei più importanti strumenti di politica economica a disposizione dello Stato.
Se il patrimonio immobiliare rappresenta la componente quantitativamente più rilevante dei beni confiscati, le aziende costituiscono la sfida più complessa
Se il patrimonio immobiliare rappresenta la componente quantitativamente più rilevante dei beni confiscati, le aziende costituiscono la sfida più complessa. È nella loro gestione che si misura la capacità dello Stato di trasformare la legalità in sviluppo economico. Confiscare un immobile significa sottrarre un bene alla criminalità organizzata; confiscare un’azienda significa preservarne il valore economico, tutelare l’occupazione e consentirne il ritorno sul mercato. Attualmente risultano oltre 2.170 aziende definitivamente destinate, circa 2.800 ancora in gestione, mentre le imprese definitivamente confiscate superano le 3.400 unità. Il dato più significativo è che circa il 95% delle aziende confiscate viene avviato alla liquidazione. Una percentuale che dimostra come il sistema sia molto efficace nella fase ablativa, ma lo sia ancora poco nella valorizzazione economica delle imprese.
Confiscare un’azienda significa preservarne il valore economico, tutelare l’occupazione e consentirne il ritorno sul mercato
Naturalmente non tutte le aziende sono recuperabili. Molte sono state create esclusivamente per riciclare denaro, emettere fatture false o svolgere attività strumentali alle organizzazioni criminali; in questi casi la liquidazione rappresenta spesso l’esito fisiologico della procedura. Accanto a queste, però, esistono imprese pienamente operative, che producono beni e servizi, impiegano lavoratori qualificati e dispongono di clienti, marchi, competenze e know-how che meritano di essere preservati. È su questa categoria di imprese che si concentra l’analisi dell’Eurispes. Le elaborazioni effettuate evidenziano un fatturato complessivo superiore a 123 milioni di euro annui. L’analisi dei bilanci disponibili mostra inoltre che 300 imprese impiegano complessivamente circa 3.000 lavoratori.
Se le aziende oggi in amministrazione fossero adeguatamente accompagnate nel percorso di rilancio, potrebbero arrivare a occupare circa 31.000 addetti
Da questi dati, la ricerca sviluppa una stima prospettica di particolare interesse: se le aziende oggi in amministrazione fossero adeguatamente accompagnate nel percorso di rilancio, potrebbero arrivare a occupare circa 31.000 addetti. Si tratta della dimostrazione che una parte consistente del patrimonio produttivo confiscato conserva un potenziale economico ancora largamente inespresso. La ricerca propone anche un’ulteriore simulazione: se il sistema riuscisse a reinserire stabilmente sul mercato anche solo un ulteriore 20% delle imprese oggi amministrate, il recupero economico potrebbe superare i 45 milioni di euro di fatturato annuo.
Le aziende confiscate non sono esclusivamente un problema amministrativo, ma possono diventare una leva di crescita economica e occupazionale per i territori
Le aziende confiscate, dunque, non devono essere considerate esclusivamente un problema amministrativo, ma possono diventare una leva di crescita economica, occupazionale e competitiva per i territori. Per raggiungere questo obiettivo occorre però superare un approccio esclusivamente amministrativo e introdurre, sin dalle prime fasi della procedura, strumenti di valutazione industriale che consentano di distinguere rapidamente le imprese prive di prospettive da quelle concretamente recuperabili. Ciò significa intervenire tempestivamente con competenze manageriali, accesso al credito, sostegno finanziario e accompagnamento strategico, evitando che il passaggio dall’illegalità alla legalità coincida, troppo spesso, con la cessazione dell’attività d’impresa.
Va elaborato un modello di governance più moderno, capace di trasformare il patrimonio confiscato in una vera risorsa strategica per il Paese
Se il patrimonio confiscato continua a perdere valore e la maggior parte delle imprese non sopravvive, il problema non riguarda soltanto la normativa, ma soprattutto il modello organizzativo chiamato a gestire questo straordinario patrimonio pubblico. La ricerca, a tal proposito, propone un modello di governance più moderno, capace di trasformare il patrimonio confiscato in una vera risorsa strategica per il Paese. La prima proposta riguarda il rafforzamento dell’ANBSC. L’obiettivo non è modificarne la missione istituzionale, bensì dotarla degli strumenti necessari per svolgerla con maggiore efficacia. La proposta è di valutarne la trasformazione in Ente pubblico economico, mantenendo inalterate le garanzie di legalità e di controllo, ma riconoscendole una maggiore autonomia organizzativa, gestionale e finanziaria. Una struttura di questo tipo potrebbe operare con maggiore flessibilità, attrarre professionalità altamente specializzate e amministrare un patrimonio di straordinaria complessità con strumenti più adeguati.
La costituzione di una Holding nazionale dei beni confiscati consentirebbe di superare l’attuale frammentazione, trasformando un insieme di beni dispersi in patrimonio strategico nazionale
Tuttavia, una riforma organizzativa da sola non basta: è necessario ripensare anche il modello di gestione del patrimonio confiscato. Da qui nasce una delle proposte della ricerca dell’Eurispes, che riprende quanto diversi anni fa aveva proposto il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara: la costituzione di una Holding nazionale dei beni confiscati. Oggi migliaia di beni vengono amministrati come realtà isolate, spesso prive di collegamenti tra loro. Una gestione unitaria, organizzata per filiere produttive – immobiliare, agricoltura, turismo, industria, logistica e servizi – sarebbe capace di generare economie di scala, attrarre investimenti e valorizzare le competenze presenti sui territori. Una struttura di questo tipo consentirebbe di superare l’attuale frammentazione, trasformando un insieme di beni dispersi in un autentico patrimonio strategico nazionale.
Bisogna evitare che aziende economicamente sane vengano espulse dal mercato proprio nel momento in cui entrano nella legalità
Particolare attenzione è dedicata alle imprese confiscate il cui principale ostacolo è il difficile passaggio verso una gestione pienamente conforme alla legalità. Per questo la ricerca propone l’istituzione di un Fondo nazionale per il costo della legalità, destinato esclusivamente alle imprese che presentino concrete prospettive di continuità aziendale. L’obiettivo non è sostenere artificialmente attività prive di futuro, ma evitare che aziende economicamente sane vengano espulse dal mercato proprio nel momento in cui entrano nella legalità. Accanto al Fondo, vengono individuati strumenti complementari: linee di credito dedicate, garanzie pubbliche, incentivi fiscali e programmi di accompagnamento manageriale, così da favorire il consolidamento delle imprese recuperabili.
I beni confiscati come leva di sviluppo economico, rigenerazione urbana, inclusione sociale e crescita dei territori
Per diverso tempo il dibattito si è concentrato soprattutto sulla sottrazione dei beni alla criminalità organizzata, ma c’è bisogno di spostare l’attenzione sulla fase successiva: la valorizzazione. È lì che si misura il successo delle Istituzioni. Confiscare è un atto di giustizia, mentre valorizzare è un atto di governo. È questa la prospettiva che dovrebbe orientare l’evoluzione del sistema nei prossimi anni. Il lavoro dell’Eurispes parte dalla convinzione che il contrasto alla criminalità comincia quando i beni sottratti alle mafie, grazie al lavoro della Magistratura e delle Forze dell’ordine, vengono restituiti alla collettività. Il patrimonio confiscato deve diventare una leva di sviluppo economico, rigenerazione urbana, inclusione sociale e crescita dei territori. Se riusciremo a compiere questo passaggio, avremo raggiunto un obiettivo ancora più ambizioso della stessa confisca: trasformare ciò che era strumento di potere criminale in una risorsa stabile per la crescita del Paese.
*Avv. Angelo Caliendo, amministrativista, componente del Consiglio Direttivo dell’Eurispes, direttore della ricerca“Dal male al bene: come trasformare i beni sottratti alle mafie”.
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