Ha già le maniche ben rimboccate Kevin Warsh, neo Presidente della Federal Reserve. Il passaggio del testimone della presidenza tra Jerome Powell – che resta nel board – e l’economista e banchiere statunitense arriva dopo una serie di tensioni tra gli ex vertici della banca centrale USA e l’amministrazione di Donald Trump sulla politica dei tassi d’interesse.
Da fare per lui, diciassettesimo presidente in carica, ce n’è molto. Nonostante l’economia statunitense sia cresciuta a un tasso annuo del 2% nel primo trimestre del 2026, in aumento rispetto allo 0,5% registrato nel quarto trimestre del 2025, resta il tema dell’inflazione galoppante. I prezzi ad aprile si sono attestati al +3,8%, ai massimi da maggio 2023. A salire è stata in particolare l’energia, i cui prezzi sono aumentati in un anno del 18%.
Il tycoon aveva ripetutamente spinto per un taglio dei tassi, criticando aspramente Powell per le sue posizioni contro un allentamento della politica monetaria. Alla riunione di fine aprile la Fed ha mantenuto la strada della prudenza indicando che il tasso di interesse di riferimento rimane invariato in un intervallo compreso tra il 3,5% e il 3,75%. Una decisione presa con il voto favorevole di tutti i componenti del FOMC (Federal Open Market Committee, Comitato federale del mercato aperto), organismo incaricato di regolare la politica monetaria degli Stati Uniti.
Con il cambio ai vertici ci sarà un’inversione di rotta? Lo sponsor principale di Warsh è proprio il tycoon, che ha ampiamente chiarito di aspettarsi un calo dei tassi. Si tratta, quindi, di un’eredità difficile per lui, che dovrà pronunciarsi alla prossima riunione del FOMC del 16-17 giugno.
Lo scenario di fondo
Costo di prestiti e mutui in stallo, timori di inflazione che si riaccendono, potere di acquisto sempre più debole. Il costo del denaro è al centro di in ciclone, dove l’incertezza geopolitica soffia forte. E le banche centrali prendono tempo.
A pesare sulle decisioni ci sono gli scenari di guerra aperti, tra tutti quello tra Stati Uniti e Iran che si gioca attorno allo Stretto di Hormuz. E poi ancora il conflitto tra Russia e Ucraina. Entrambi campi di battaglia ai quali è collegato l’approvvigionamento di gas e petrolio. Di conseguenza la crisi energetica influisce sulle supply chain mondiali, causando rincari su produzione, scambi commerciali e logistica.
Cosa dice la BCE
«Rimane invariato al 2% il tasso di interesse sui depositi presso la banca centrale, al 2,15% quello sulle operazioni di rifinanziamento principali e al 2,4% il terzo sulle operazioni di rifinanziamento marginale» ha detto qualche settimana fa la Presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde.
Ancora troppe turbolenze per rimettersi in cammino, in pratica. «I rischi al rialzo per l’inflazione e i rischi al ribasso per la crescita si sono intensificati», spiegano dalla Germania. D’altronde le decisioni sui tassi di interesse devono basarsi «sulla valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati».
L’interruzione prolungata dell’approvvigionamento energetico «potrebbe far aumentare ulteriormente le quotazioni energetiche per un periodo più lungo di quanto attualmente atteso» è l’assunto. Il che significherebbe «una ulteriore erosione dei redditi e maggiore riluttanza delle imprese e delle famiglie verso gli investimenti e i consumi». Chi ne fa le spese? La crescita, che «si attenuerebbe ulteriormente se la chiusura delle principali rotte marittime dovesse costringere le imprese dell’area dell’euro a ridurre la produzione».
L’inflazione
Nell’Eurozona l’inflazione è aumentata al 3% ad aprile, dal 2,6% di marzo e dall’1,9% di febbraio. Un incremento determinato, afferma Lagarde, «dai forti rincari dell’energia causati dalla guerra in Medio Oriente», con il Brent risalito fino all’area dei 120 dollari al barile, prima di ridimensionarsi intorno ai 110 dollari. Ne risentono soprattutto i beni energetici, che hanno subito un balzo del 10,9% ad aprile dopo il 5,1% di marzo. Per quanto concerne gli alimentari, la salita è al 2,5% ad aprile. Solo l’inflazione al netto di alimentari ed energia è scesa al 2,2%, dal 2,3% di marzo, per la riduzione dell’inflazione relativa ai servizi, collocatasi al 3% dal 3,2% di marzo. C’è da aspettarsi quindi che l’inflazione resti ben al di sopra del 2% a breve termine.
I mutui
La decisione della BCE di lasciare invariati i tassi spinge poi sul Mercato dei mutui a tasso variabile. La stabilità paventata rappresenta un’opportunità da cogliere che potrebbe non durare a lungo. Anche perché di aumenti se ne sono già registrati. Ad aprile la rata di un mutuo variabile standard da 126.000 euro in 25 anni è aumentata di circa 5 euro (fonte: Facile.it), con un possibile ulteriore incremento. Alla base c’è il rialzo dell’Euribor, l’indice di riferimento per i mutui variabili, tornato a crescere dopo mesi di stabilità. A febbraio era vicino al 2%; oggi si attesta intorno al 2,15% ma nelle ultime settimane ha toccato picchi fino a +25 punti base. Un segnale rilevante, «perché l’Euribor tende ad anticipare le decisioni della BCE».
Diverso il caso dei mutui a tasso fisso, comparto in cui le banche continuano a proporre condizioni favorevoli grazie a spread contenuti, in alcuni casi prossimi allo zero. Il miglior tasso fisso del momento è al 2,99%, contrassegnandosi dunque come più caro ma offrendo maggiore stabilità nel lungo periodo.
L’appuntamento di giugno
Adesso gli occhi sono puntati su giugno. Le attese riguardo la BCE parlano di un possibile rialzo dei tassi dello 0,25% a giugno, che porterebbe il tasso al 2,25%, tenendo però a bada l’aumento del caro vita. Il motivo sarebbe evitare che lo shock energetico possa provocare una ulteriore fiammata dell’inflazione per effetti “di secondo round”. Vale a dire aumenti causati dallo schizzare dei costi energetici.
Per la Fed invece la maggioranza degli economisti non si aspetta interventi almeno fino a settembre. Il motivo è che non ci sarebbero ancora le condizioni per allentare la politica monetaria: l’indice PCE che misura l’inflazione USA è previsto ben al di sopra dell’obiettivo del 2%. E un taglio dei tassi porterebbe a un aumento dell’inflazione.
Stesso discorso anche per la Bank of Japan, da cui ci si aspetta che a giugno e luglio i tassi si mantengano allo 0,75%. Prudenza anche dalla Bank of England, che potrebbe mantenere i tassi fermi al 3,75% pena il rischio di aggravare ulteriormente un’economia che mostra segnali di stagflazione.
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Ilaria Mariotti
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