Diciotto euro al mese in meno per un 67enne con 250mila euro di montante: i nuovi coefficienti 2027-28 pesano la speranza di vita.
Diciotto euro al mese. È la differenza fra il cedolino della pensione di chi esce dal lavoro a 67 anni nel 2026 e quello di chi esce alla stessa età nel 2027, con gli stessi contributi versati: 1.078 euro lordi contro 1.060. La causa sta in un decreto direttoriale dei ministeri del Lavoro e dell’Economia, firmato il 16 ottobre e appena pubblicato, che aggiorna i coefficienti con cui si calcolano le pensioni contributive nel biennio 2027-2028.
Il cedolino è il foglio che l’Inps manda ogni mese a chi è in pensione, con l’importo e le trattenute. Di solito lo si guarda per vedere se la cifra è quella giusta. Letto bene, però, dice anche un’altra cosa: quanti anni lo Stato pensa che ti restino da vivere. Quei diciotto euro sono lì per questo.
Perché le pensioni liquidate nel 2027 e nel 2028 saranno più basse?
Un decreto di poche pagine, una tabella di numeri con molti decimali. Dentro ci sono i nuovi coefficienti di trasformazione, cioè le percentuali che trasformano i contributi versati in una vita di lavoro nell’assegno mensile della pensione.
Dal 2027 quei coefficienti diventano meno favorevoli. Vuol dire che, a parità di contributi e di età, la pensione che parte nel 2027 o nel 2028 sarà più leggera di quella partita nel 2025 o nel 2026.
Il cambio riguarda le pensioni contributive, quelle calcolate interamente sui contributi versati. Riguarda anche la parte contributiva delle pensioni con metodo misto, che sono calcolate in parte con il vecchio sistema retributivo, legato agli ultimi stipendi, e in parte con il nuovo. Chi ha già la pensione non tocca nulla: i coefficienti valgono per gli assegni che cominciano a essere pagati nel biennio.
Come si calcola la pensione con il metodo contributivo?
Una commessa che ha lavorato trentotto anni arriva alla pensione con un montante contributivo di 250mila euro. Il montante è la somma di tutti i contributi versati negli anni, rivalutati man mano. Per capirci, è come un salvadanaio in cui ogni mese è finita una parte dello stipendio, e che il giorno della pensione viene aperto e contato.
Il metodo contributivo prende quel salvadanaio e lo moltiplica per un coefficiente che dipende dall’età. Il risultato è la pensione annua lorda, che poi si divide in tredici mensilità: dodici mesi più la tredicesima.
Facendo il conto all’indietro sui numeri del decreto, nel 2026 il coefficiente per un 67enne è intorno al 5,6 per cento: 250mila euro moltiplicati per 5,6 per cento danno circa 14mila euro l’anno, che divisi per tredici fanno 1.078 euro al mese. Nel 2027 il coefficiente scende intorno al 5,5 per cento, e la pensione mensile diventa 1.060 euro.
Un decimo di punto. Detto così sembra niente.
Cosa c’entra la speranza di vita con l’importo della pensione?
Il salvadanaio è uno solo e deve bastare per tutta la pensione. Questa è l’idea su cui si regge il metodo contributivo: l’insieme degli assegni pagati dal primo all’ultimo giorno deve corrispondere, più o meno, a quello che il lavoratore ha accumulato.
Se gli anni da coprire aumentano, ogni fetta deve essere più sottile. Per dire: una famiglia che ha 1.200 euro per le vacanze può spenderne 200 al giorno se parte per sei giorni, 100 se parte per dodici. La cifra totale non cambia, cambia la durata, e la durata decide la fetta.
Per questo i coefficienti vengono aggiornati ogni due anni. Si guarda a come cambia la speranza di vita, cioè quanti anni ci si aspetta mediamente di vivere dopo una certa età. Si guarda anche all’andamento effettivo della crescita del prodotto interno lordo di lungo periodo, confrontato con la dinamica dei redditi su cui si pagano i contributi previdenziali. Quando la speranza di vita residua sale, il coefficiente diventa meno generoso, perché la pensione dovrà essere pagata più a lungo.
È quello che succede nel passaggio dal biennio 2025-26 al biennio 2027-28. Si informa che, a far data dal 1° gennaio 2027, gli italiani risultano vivere un po’ di più, e che il cedolino si adegua di conseguenza.
Quando si va in pensione di vecchiaia nel 2027 e nel 2028?
Un mese, poi tre. Oggi la pensione di vecchiaia si raggiunge a 67 anni. Dal 2027 serviranno 67 anni e 1 mese, dal 2028 67 anni e 3 mesi. Anche questo aumento è già deciso, ed è legato allo stesso numero: la vita futura attesa.
Questo bisogna capirlo, perché è il punto che nella notizia resta in un angolo. La speranza di vita entra nella pensione due volte. La prima volta sposta più in là la data in cui si può smettere di lavorare. La seconda volta, quando finalmente ci si arriva, rende più piccolo l’assegno.
A me sembra una cosa da dire con chiarezza a chi ha cinquant’anni e fa i conti. Lo so che la logica del sistema tiene: chi lavora un mese in più ha anche un coefficiente un po’ migliore, perché è più vecchio quando comincia a incassare. Ma il lavoratore che guarda il proprio futuro vede soprattutto due cose, e tutte e due vanno nella stessa direzione: più tardi, e un po’ meno.
Quanto perde chi va in pensione nel 2027 rispetto al 2026?
Torniamo al cedolino. Con lo stesso montante di 250mila euro, i numeri del decreto dicono questo:
- un 67enne passa da 1.078 euro al mese nel 2026 a 1.060 euro nel 2027, cioè 18 euro in meno;
- un 63enne passa da 954 euro a 935 euro, cioè 19 euro in meno.
Diciotto euro moltiplicati per tredici mensilità fanno 234 euro l’anno. Diciannove fanno 247. Su vent’anni di pensione, senza contare la rivalutazione annuale degli assegni, sono quasi cinquemila euro.
C’è un dettaglio dentro il dettaglio. Il 63enne ha una pensione più bassa e perde un euro in più. In percentuale, il 67enne lascia per strada circa l’1,7 per cento dell’assegno, il 63enne circa il 2 per cento. Chi esce prima ha meno, e su quel meno il ritocco pesa di più.
Conviene andare in pensione più tardi con il calcolo contributivo?
Un muratore di 64 anni, un’insegnante di 67, un notaio di 71. Stesso montante di 250mila euro, stesso biennio 2027-28. Le pensioni mensili sono queste:
- a 64 anni, 963 euro;
- a 67 anni, 1.060 euro;
- a 71 anni, 1.227 euro.
Fra il primo e l’ultimo ci sono 264 euro al mese. Moltiplicati per tredici, oltre 3.400 euro l’anno. Il motivo è sempre lo stesso: chi esce prima riceverà l’assegno per più anni, quindi ogni assegno deve essere più piccolo. Dentro lo stesso biennio, i coefficienti cambiano in base all’età proprio per questo, e premiano chi rimanda il momento in cui smette di lavorare.
Lo so che la risposta viene facile: basta lavorare di più. Al notaio, magari, conviene davvero, e può farlo. Il muratore a 64 anni spesso ha le ginocchia che decidono per lui.
E qui c’è una cosa che il calcolo non dice. I coefficienti sono gli stessi per uomini e donne, e sono gli stessi per qualunque mestiere. La speranza di vita su cui si basano è una media nazionale per età. Io non ho davanti dati che mi permettano di dire quanto viva in media un muratore rispetto a un notaio, e non li invento. Mi limito a osservare che il coefficiente li tratta come se vivessero uguale, e che è un’ipotesi, non una certezza.
A chi si applica il calcolo contributivo della pensione?
Una donna nata nel 1975 che ha firmato il primo contratto nel 1997. Un uomo nato nel 1962 che lavora dal 1985. Un dirigente nato nel 1958 che versa contributi dal 1976. Tre storie diverse, tre modi diversi di incontrare i nuovi coefficienti.
Il metodo contributivo nasce con la riforma del 1995 e si applica, in via ordinaria, in tre modi:
- a tutta la pensione, per chi ha cominciato a versare contributi dal 1996 in poi;
- alla parte di pensione maturata dal 1996 in avanti, per chi al 31 dicembre 1995 aveva meno di 18 anni di contributi;
- alla parte maturata dal 2012 in avanti, per chi al 1995 aveva almeno 18 anni di contributi.
La donna del 1975 è tutta dentro il contributivo: per lei i coefficienti sono l’intera pensione. L’uomo del 1962, con dieci anni di contributi al 1995, ha una pensione mista, e il ritocco tocca la parte che va dal 1996 in poi. Il dirigente del 1958 appartiene ai pochi rimasti con almeno 18 anni di contributi al 1995: per lui conta solo la quota dal 2012, quella introdotta dalla riforma di quell’anno.
Voglio dire: più si è giovani, più il cedolino dipende da quella tabella di decimali.
Che cosa dice il cedolino della pensione sulla speranza di vita?
Il decreto del 16 ottobre non è un taglio deciso da qualcuno contro qualcuno, ma una previsione fatta su tutti. Nessun ministro ha scelto di togliere diciotto euro a un pensionato. Il sistema contributivo funziona così per costruzione: ogni due anni guarda le statistiche sulla vita media, fa una divisione, aggiorna la tabella.
È un meccanismo onesto, nel senso che non promette quello che non ha. Ha però un effetto che vale la pena tenere davanti agli occhi. Ogni volta che la statistica dice che viviamo un po’ di più, la notizia arriva a chi va in pensione sotto forma di due cose: un mese in più di lavoro, qualche euro in meno al mese. La vita più lunga, che fuori dal sistema previdenziale è una buona notizia, dentro il sistema diventa un costo da spalmare.
E lo spalma su una platea che cresce. Fra dieci, quindici anni andranno in pensione soprattutto persone che hanno cominciato a lavorare dopo il 1996, quelle per cui il contributivo è tutto: commesse, infermieri, programmatori, operai di linea, insegnanti di sostegno, persone che oggi hanno quarantacinque anni e non hanno mai letto un decreto direttoriale, e che un giorno troveranno nella cassetta della posta, o nell’area riservata del sito Inps, un foglio con una cifra stampata in basso a destra, calcolata su una media che nessuno di loro ha scelto. Fine.
Diciotto euro al mese, tredici volte l’anno. Il cedolino non lo scrive, ma dentro quella cifra c’è una scommessa su quanto vivremo. E la scommessa, ogni due anni, la rifanno sempre al rialzo.
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