Dal patto fiscale alla previdenza cooperativa


La lettera aperta che Raffaele Petrone ha indirizzato ai partiti politici, pubblicata sul Mattino il 21 ottobre, pone una questione che precede ogni discussione sulle aliquote: quale rapporto vogliamo costruire tra Stato e cittadino? Occorre sostituire alla contrapposizione tra chi esige il tributo e chi deve pagarlo una convenienza reciproca, capace di rendere la trasparenza fiscale un comportamento spontaneamente vantaggioso. Da qui si può procedere: se il patto deve cambiare, non basta premiare chi documenta una transazione; bisogna ripensare anche il momento e il modo in cui l’obbligazione tributaria viene adempiuta.

Il sistema di tassazione dei lavoratori autonomi offre un esempio eloquente. I compensi sono percepiti nel corso dell’anno, mentre il saldo delle imposte viene ordinariamente versato nell’anno successivo, insieme agli acconti dovuti secondo le regole vigenti. È un meccanismo non sempre coerente con la vita finanziaria del professionista. Una parte del denaro incassato è destinata all’erario; tuttavia, finché rimane sul conto, può apparire interamente disponibile. Quando giunge la scadenza, il tributo viene avvertito come una sottrazione sopravvenuta, anziché come una componente fisiologica del reddito prodotto.

C’è chi paga in un’unica soluzione, chi ricorre alle rate per salvaguardare la liquidità, chi incontra difficoltà e deve successivamente regolarizzare il versamento mediante ravvedimento. Non sono situazioni assimilabili all’evasione intenzionale. Ma è ragionevole domandarsi se una diversa organizzazione del pagamento non possa ridurre almeno una parte di quelle difficoltà, senza ridurre il tributo dovuto.

La proposta è di affiancare al regime attuale, che resterebbe pienamente disponibile, un sistema opzionale di versamento progressivo delle imposte, collegato all’effettiva percezione dei compensi. La scelta sarebbe tra il sistema vigente e il prelievo tempestivo di una quota degli incassi. Nessuna nuova imposta o aliquota: una diversa scansione temporale dell’adempimento, volta a rendere più certa la liquidità realmente utilizzabile.

Il professionista indicherebbe un conto dedicato agli incassi dell’attività. Per il regime opzionale si potrebbe prevedere che la fattura elettronica sia emessa entro tre giorni dall’effettiva disponibilità del compenso sul conto, con una disciplina coordinata con le regole su fatturazione e IVA. Le infrastrutture bancarie e fiscali consentirebbero di applicare un prelievo automatico parametrato agli importi riscossi, escludendo l’IVA e le somme che non costituiscono reddito, tenendo conto delle ritenute già subite e adottando criteri idonei a considerare costi professionali, contributi e progressività dell’imposizione.

Il prelievo non sarebbe definitivo. Il reddito imponibile comprende componenti non sempre note all’incasso. Occorrerebbe perciò un conguaglio annuale, che stabilisca l’imposta effettivamente dovuta e restituisca o riconosca a credito quanto versato in eccesso. Andrebbero evitati duplicazioni con gli acconti e anticipi sproporzionati.

Proprio qui si apre il secondo versante della riforma, quello previdenziale. Se il prelievo progressivo avesse generato un’eccedenza, perché limitarne la destinazione al rimborso o alla compensazione fiscale? Il contribuente potrebbe scegliere di indirizzare quella somma, in tutto o in parte, verso la propria protezione futura: mediante versamenti ammessi alla gestione previdenziale obbligatoria di appartenenza, oppure attraverso forme di previdenza complementare. La scelta, alternativa al rimborso o al credito, richiederebbe regole rispettose delle Casse e dell’INPS, senza creare automaticamente anzianità o prestazioni non previste.

Non sarebbe lo Stato a trattenere un rimborso per convertirlo d’autorità in previdenza. Sarebbe il cittadino a poter trasformare una disponibilità inattesa, nata dal conguaglio, in risparmio per gli anni nei quali la sua capacità di produrre reddito diminuirà. Il circuito assumerebbe così una forma compiuta: l’incasso alimenta il versamento fiscale, il conguaglio misura l’obbligazione effettiva, l’eventuale eccedenza torna nella disponibilità del contribuente, che può destinarla al proprio futuro. La semplificazione dell’oggi diventerebbe occasione di sicurezza per il domani.

Naturalmente il modello richiede verifiche tecniche: il gettito non deve subire squilibri non governati, la percentuale di prelievo deve essere calibrata, la protezione dei dati garantita e l’adesione non deve tradursi in nuovi oneri burocratici. Proprio la facoltatività consentirebbe di sperimentarlo gradualmente, correggendone le imperfezioni prima di una più ampia diffusione. La prudenza non deve impedire l’innovazione.

Ritorna allora l’intuizione di Petrone. Egli propone di rendere conveniente far emergere la ricchezza attraverso la documentazione delle spese; questa riforma renderebbe più conveniente e ordinato adempiere al debito che ne deriva. Sono due momenti della stessa collaborazione: trasparenza nella formazione della base imponibile e prevedibilità nel pagamento. La convenienza, tuttavia, non esaurisce il significato civile dell’operazione. Un ordinamento maturo non si limita a premiare il rispetto delle regole: costruisce istituzioni nelle quali l’autonomia individuale possa concorrere senza attrito alla responsabilità collettiva.

È questa la prospettiva dell’olinomia e della partecipazione eusociale: non confondere l’interesse del singolo con quello generale, ma organizzarne la relazione affinché possano rafforzarsi reciprocamente. Il dovere di concorrere alle spese pubbliche, sancito dalla Costituzione secondo la capacità contributiva, resta integro; cambia l’esperienza concreta del suo adempimento. Il cittadino non viene trattato soltanto come debitore da sorvegliare, ma come soggetto capace di programmare responsabilmente il presente e il futuro.

Il nuovo patto evocato da Petrone può dunque trovare qui una sua traduzione legislativa: non promettere meno imposte, ma renderne il pagamento più naturale; non confondere fisco e previdenza, ma consentire che un credito fiscale diventi, per libera scelta, una risorsa previdenziale. Uno Stato intelligente non si riconosce soltanto da quanto riesce a riscuotere, ma da quanto sa rendere semplice l’adempimento e feconda la fiducia. È così che la contribuzione smette di essere vissuta come un conflitto e diventa una forma consapevole di appartenenza alla comunità.




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