BARI – Un po’ bilancio del passato, un po’ programma per il futuro, ma senza annunci clamorosi a parte la conferma dell’estensione della Zes a tutta Italia.
Il comizio con cui Giorgia Meloni celebra a Bari il record di longevità del suo governo è di fatto la prima zampata nella lunga campagna elettorale.
In oltre 300 sono arrivati dall’Abruzzo a cominciare dfal presidente della Regione, Marco Marsilio, i parlamentari, assessori e consiglieri comunali, sindaci e segretari provinciali e comunali.
“Ci sono stati giorni in cui mi è sembrato di nuotare dentro la colla ma non ho mollato mai e non intendo farlo adesso”, l’avvertimento della premier, che per un’ora sul palco lancia affondi alla “sinistra che usa l’antifascismo come arma di distrazione massa” e uno ai magistrati che come il gip di Torino del caso di violenza contro una 13enne “spezza la catena del lavoro” per la sicurezza.
Chi si aspettava una sfida a distanza con Roberto Vannacci resta parzialmente deluso. Nessun riferimento esplicito, ma Meloni risponde implicitamente a lui quando dedica un ricordo a Lorena Isceri, rimarcando che “nel femminicidio c’è un’aggravante: si uccide una donna perché osa essere libera, non è cristiano”. Sui dossier su cui il generale batte di più tante rivendicazioni, a partire dai migranti (“Prima in Ue ci chiamavano estremisti, ora ci copiano”), e impegni, anche contro la “propaganda fondamentalista”.
‘Io c’ero’, si legge sul pass dei militanti (circa 10mila secondo gli organizzatori) arrivati un po’ da tutta Italia. Se sarà un comizio storico si vedrà, intanto segna il primo vero rilancio di Meloni a poco meno di sei mesi dalla sconfitta al referendum e a un anno, poco più o poco meno si vedrà, dalle prossime elezioni. Sul palco Maurizio Lupi rivendica la “vittoria di democrazia” sulle preferenze, in videocollegamento Matteo Salvini ricorda Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, “due giganti del centrodestra che festeggiano da lassù il record del governo”, e Antonio Tajani assicura che “non esiste un’alternativa al governo di centrodestra”.
Poi, mentre sul porto di Bari cala il tramonto, ecco Meloni. Il piglio si fa in fretta combattivo.
E proprio dalla stabilità parte Meloni, trasformando il record appena conquistato nella prima e più importante delle rivendicazioni. “La stabilità è la prima grande riforma che abbiamo regalato a questa nazione”, scandisce.
Una stabilità che, nella sua lettura, ha restituito all’Italia credibilità e peso nei consessi internazionali: “Oggi, quando l’Italia siede al tavolo, tutti sanno che con quell’interlocutore bisognerà fare i conti ancora a lungo”. E il risultato, insiste, è che “la nostra nazione viene presa molto sul serio e quando vieni preso sul serio, beh, puoi permetterti di dire di no”.
Non è però un traguardo che Meloni vuole legare soltanto alla propria maggioranza. “Sono conquiste che vogliamo lasciare agli italiani, indipendentemente da chi vincerà le prossime elezioni”, dice, legando il tema della stabilità alla legge elettorale. L’obiettivo è consentire ai cittadini di scegliere “la coalizione, il programma, il candidato premier da proporre al Capo dello Stato” e fare in modo che “chiunque vinca abbia i numeri per governare cinque anni”. La conseguenza, nella sua narrazione, è una sola: “Niente ribaltoni”, niente accordi di Palazzo dopo il voto.
Poi il bilancio, lungo e dettagliato, dei quattro anni. Meloni non nasconde che “su alcune materie la discontinuità che gli italiani chiedevano ancora non si vede come dovrebbe” e che “su altre le risposte non arrivano velocemente come dovrebbero o forse non bastano”. Ma rivendica la volontà di andare avanti: “Sbagliamo come tutti”, ammette, mentre il compito che si è dato il governo è quello di “scardinare incrostazioni di potere che sono vecchie di decenni”, ricostruire “sul merito una macchina pubblica” e convincere “una nazione rassegnata che vale la pena tornare a crederci”.
Da qui anche l’appello alla propria classe dirigente: “dobbiamo fare di più, dobbiamo farlo meglio”. Un’esortazione che Meloni accompagna con una sfida politica agli avversari: “ci sono stati giorni in cui mi è sembrato di nuotare dentro la colla, però non ho mollato mai e non intendo farlo adesso”. E ancora, rivolgendosi all’opposizione: “mettetevi comodi… non avete capito con chi avevate a che fare”.
Una difesa della stabilità che passa anche dalla lunga lista delle emergenze affrontate in questi anni: dalla guerra in Ucraina al 7 ottobre, da Gaza al caos in Medio Oriente, dalle guerre in Iran al Niger e al Sudan, fino ai dazi americani, a Hormuz e al caro carburanti. Senza dimenticare, sul fronte interno, calamità naturali, terrorismo, baby gang e trafficanti di esseri umani. “Non è mancato niente”, ironizza Meloni. E proprio per questo, sostiene, “la stabilità per l’Italia non è stata un vezzo, la stabilità è stata uno scudo”.
Il cuore del bilancio è però il lavoro. Meloni rivendica la crescita dell’occupazione e soprattutto “dall’inizio della legislatura i contratti a tempo indeterminato sono cresciuti di oltre un milione e trecentomila e i contratti precari sono diminuiti”. È il dato, dice, “del quale io vado più fiera”, perché dietro un contratto stabile ci sono la possibilità di pagare un affitto, accendere un mutuo, costruire una famiglia e immaginare il futuro.
Nel bilancio entrano quindi salari, fisco e imprese. Meloni rivendica il taglio del cuneo fiscale, la riforma dell’Irpef e gli interventi sui premi di produttività, mentre ammette che “gli stipendi in Italia sono ancora troppo bassi, ragione per cui intendiamo perseverare”. Sul fronte delle imprese cita la riforma fiscale, i provvedimenti per chi assume e investe e il lavoro sui dossier industriali, dall’ex Alitalia a Tim e Mps, fino all’ex Ilva, tema particolarmente sensibile proprio in Puglia. “Il nostro obiettivo è tutelare la salute pubblica ma anche preservare un patrimonio industriale che è importante per la Puglia e per la nazione”, dice.
Sul Pnrr ribalta poi le previsioni della vigilia: “Non solo non abbiamo perso un euro, ma abbiamo adeguato il Pnrr ai bisogni reali di questa nazione” e l’Italia, afferma, è diventata “la prima nazione in Europa sulla spesa del Pnrr”.
Il palco di Bari offre quindi a Meloni l’occasione per trasformare il bilancio del governo in una promessa sul Mezzogiorno. La Zes unica è il modello da estendere al resto d’Italia, mentre i dati citati sul Sud sono quelli di una crescita del Pil e dell’occupazione superiore alla media nazionale e di un export del Mezzogiorno e delle isole cresciuto di oltre il 13% nei primi tre mesi dell’anno. Ma il vero obiettivo è fermare l’emorragia dei giovani: “fare del Sud il posto dove si arriva o dove si torna e non quello da cui si parte”.
Famiglia e natalità sono l’altro grande capitolo sociale. Congedi parentali, assegno unico, bonus mamme, bonus nido, contributo di benvenuto per i nuovi nati e interventi sull’Isee vengono elencati come tasselli di una strategia che ha l’obiettivo di contrastare il declino demografico. E nel capitolo casa trova spazio anche il Piano Casa, con l’obiettivo di realizzare 100mila alloggi in dieci anni a prezzi calmierati.
Altro pilastro è l’energia. Dopo aver rivendicato oltre 60 miliardi stanziati per difendere famiglie e imprese dal caro energia e il taglio delle accise, Meloni guarda alla produzione nazionale: “adesso vogliamo che l’energia che serve all’Italia si produca il più possibile in Italia”. Ma sul fronte dei carburanti chiarisce anche quale sarà la linea del governo per le prossime misure: niente nuovi tagli indiscriminati delle accise, bensì interventi mirati a sostegno delle fasce di reddito che hanno maggiormente bisogno.
Da qui la scelta di “riaprire la strada del nucleare” dopo quarant’anni e di aumentare “la quota di petrolio che si può estrarre nei nostri mari”. La transizione, chiarisce, non deve “impoverire le famiglie” né “chiudere le fabbriche”, ma significare “autonomia, innovazione, neutralità tecnologica”.
Sul fronte dell’immigrazione, la premier rivendica un cambio di paradigma. Cita il calo degli arrivi irregolari e soprattutto il fatto che alcune delle posizioni sostenute dall’Italia siano diventate parte della politica europea: “Trafficanti, procedure di asilo più stringenti, rimpatri più rapidi, una lista europea di Paesi sicuri, accordi con i Paesi di origine e transito, la possibilità di aprire centri per i rimpatri fuori dall’Unione, cioè esattamente quello che noi abbiamo fatto in Albania”. La sintesi politica è affidata a una frase: “Ci hanno chiamato estremisti per anni e poi hanno copiato tutto”.
E dall’immigrazione il discorso scivola sulla sicurezza. “In Italia c’è una legge sola ed è la legge italiana”, dice Meloni, rivendicando il contrasto al fondamentalismo e ribadendo che “la libertà delle donne in Italia non è negoziabile”. Nel passaggio sul femminicidio, senza citare direttamente Roberto Vannacci, la premier marca però una distanza netta da chi ne mette in discussione l’esistenza: “il femminicidio esiste”. Poi il capitolo forze dell’ordine, carceri, criminalità giovanile, occupazioni abusive e mafia, con l’ergastolo ostativo e la stretta sui boss.
È però sulla sicurezza che arriva anche un’ammissione: c’è ancora da fare di più. Meloni riconosce che il governo deve continuare a lavorare, ma assicura di aver dato tutto e di essere determinata a proseguire. La sicurezza diventa infine anche difesa nazionale, con uno dei passaggi più netti dell’intervento: “La sicurezza nazionale non è l’alternativa alla libertà. È la condizione, la precondizione perché la libertà esista”.
Nel finale, Meloni torna a difendersi dall’accusa di non aver prodotto riforme. Ne elenca una lunga serie, dalla riforma fiscale al Codice degli appalti, dalle politiche di coesione alla Corte dei conti, dal Codice della strada alla maturità, fino all’accesso a Medicina e al tax credit per il cinema. E ammette l’”occasione persa” della riforma della giustizia dopo il voto degli italiani, promettendo però di continuare a lavorare.
Ma è soprattutto l’opposizione a occupare l’ultima parte del discorso, con gli attacchi alla sinistra, al Pd e alla sua difficoltà nel costruire un’alternativa. “Perché ‘mandiamo a casa la Meloni’ non mi sembra un programma particolarmente articolato”, ironizza. E davanti al clima politico che prevede per i prossimi mesi, accusa gli avversari di trasformare ogni giorno una nuova questione in un’emergenza: “Questo non è fare opposizione, questo è tifare contro la propria nazione”.
“Il governo durerà fino alla fine della legislatura”, assicura il capo dell’organizzazione Fdi Giovanni Donzelli. Per Meloni, però, il record non è un punto d’arrivo: “Quando tra qualche decennio qualcuno racconterà questi anni, a me non interessa che si dica che noi siamo stati il governo che è durato di più”. L’ambizione è che si racconti “che c’è stato un momento in cui questa nazione ha smesso di rassegnarsi”. E la generazione chiamata a farlo, conclude, “siete voi”.
Le opposizioni rispondono con bordate e sarcasmo.
“Mentre Giorgia Meloni festeggia a Bari, a Taranto partono 2.500 lettere di licenziamento destinate ai lavoratori dell’indotto ex Ilva, ed Electrolux conferma il suo piano di esuberi e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi”, ha detto a poche ore dalla festa la leader del Pd Elly Schlein “Anziché perdere tempo ad autocelebrarsi, il governo dovrebbe occuparsi delle vertenze che riguardano lavoratrici e lavoratori, famiglie e imprese, e affrontare i nodi che in questi 4 anni non ha saputo risolvere”.
Quella della leader dem è una bocciatura senza appello: “A nulla servono gli innumerevoli post propagandistici sui social, i video e gli opuscoli autocelebrativi, la realtà presenta sempre il conto”.
Un conto che per Schlein si misura in “energia più cara che altrove in Europa, salari tra i più bassi, carburanti alle stelle e carrello della spesa rincarato del 30%. La realtà è che dopo questi 4 anni di governo Meloni gli italiani stanno peggio».
“La longevità non è un merito”, per il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, che liquida così il bilancio dell’esecutivo: “Quattro anni di nulla, di inerzia, non è una nota di merito ma un’aggravante. Questo passerà alla storia come il governo più longevo ma che ha aggravato la situazione dell’Italia”.
E aggiunge: “brindano con lo champagne in compagnia dei fondi di investimento internazionali, delle industrie militari che hanno accumulato profitti enormi, delle banche con extraprofitti ingentissimi. Ma gli italiani, le famiglie, le imprese non brindano affatto”.
Sarcastico il leader di Iv Matteo Renzi: “Giorgia Meloni oggi non si tiene. Sprizza gioia da tutti i pori perché il suo governo è il più longevo della storia repubblicana. Prossimo obiettivo, eguagliare Mussolini. Questo le piacerebbe per tanti motivi, ma credo che sarà molto difficile. Il punto politico è molto semplice: in questi quattro anni di governo ci siamo sorbiti Salvini, Tajani, Urso, tutta quella gente lì. Ne valeva la pena? Stiamo meglio o peggio di quattro anni fa?”.
All’attacco anche Angelo Bonelli di Avs: “Meloni festeggia, mentre gli italiani pagano il conto delle sue politiche disastrose sul piano economico e sociale: stipendi tra i più bassi d’Europa, energia tra le più care del continente, quasi 6 milioni di persone che hanno rinunciato alle cure sanitarie di cui avevano bisogno, povertà e pressione fiscale ai massimi livelli”.
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