La prima grande rivoluzione della storia umana è stata l’agricoltura. Molti secoli dopo, la rivoluzione industriale ha trasformato nuovamente il rapporto tra lavoro e società. La fabbrica ha prodotto conflitti, disuguaglianze e nuove forme di organizzazione sociale. Liberalismo e socialismo hanno rappresentato le due grandi risposte teoriche e politiche a quella trasformazione. Attraverso il loro conflitto e la loro progressiva sintesi nelle democrazie sociali, hanno contribuito alla costruzione dei diritti politici e sociali contemporanei. Oggi entrambe le tradizioni sembrano perdere la spinta che ne aveva determinato la funzione storica, quasi avessero portato a termine il proprio compito. La rivoluzione digitale modifica infatti il presupposto sul quale entrambe si erano costruite: la centralità dell’uomo nel processo produttivo. Per la prima volta possiamo intravedere un sistema economico nel quale una parte crescente della produzione potrebbe fare a meno del lavoro umano.
L’ipotesi può essere spinta ancora oltre. A tramontare potrebbe essere la politica stessa, progressivamente sostituita da un grande apparato digitale capace di raccogliere dati, prevedere comportamenti, coordinare processi e amministrare funzioni con un’efficienza superiore a quella delle istituzioni tradizionali. Il sistema tende ad autoregolarsi. Alla politica resterebbe sempre meno da amministrare e, forse, sempre meno da decidere. E l’uomo? In una prospettiva ancora più radicale, anche ciò che oggi definiamo “umano” potrebbe trasformarsi attraverso una crescente ibridazione con le tecnologie. Non sappiamo se questo significherà il tramonto dell’uomo o una sua nuova forma. Vedremo. Nel frattempo, esiste una questione molto più concreta: che cosa accade a milioni di persone durante questa transizione?
L’agricoltura offre un osservatorio straordinario. Trattori autonomi, droni e sensori analizzano terreni e coltivazioni; sistemi di intelligenza artificiale elaborano dati e definiscono tempi e quantità dell’irrigazione; robot distinguono le colture dalle infestanti, intervengono selettivamente e raccolgono frutti. Macchine diverse possono coordinarsi nello stesso processo produttivo. Il passaggio successivo è ancora più significativo: robot che guidano altri mezzi, collaborano con droni, distribuiscono compiti ad altre macchine. Anche la manutenzione può entrare progressivamente nella catena dell’automazione: un sistema rileva un guasto e attiva un dispositivo incaricato di intervenire. Altri sistemi potranno diagnosticare e riparare le macchine che compongono la rete. Non più una macchina autonoma, dunque, ma un sistema di macchine che coordina altre macchine.
A quel punto il problema agricolo assume un valore simbolico. Il lavoro del contadino è uno dei più antichi della storia umana: fisico e cognitivo insieme, richiede esperienza, intuito, conoscenza dei cicli naturali e capacità di adattarsi all’imprevisto. Se una parte crescente di queste competenze diventa automatizzabile, cade l’idea che esistano professioni protette semplicemente perché richiedono la “mano dell’uomo”. La stessa questione investe progressivamente tutte le forme di lavoro, da quelle pratiche a quelle intellettuali. Non significa che queste professioni scompariranno domani. Significa che il confine dell’automazione continua a spostarsi. Non automatizziamo più soltanto la forza: l’automazione investe capacità che ritenevamo esclusivamente umane.
Qui nasce la nuova questione sociale. Per due secoli abbiamo organizzato la società intorno al lavoro, facendone il fondamento del reddito e del riconoscimento sociale. Se la produzione richiederà progressivamente meno lavoro umano, l’aumento della produttività potrà accompagnarsi all’impoverimento di una parte crescente della popolazione e a una maggiore concentrazione della ricchezza. È questo passaggio che richiede un nuovo ordito teorico. Il socialismo nato dalla rivoluzione industriale doveva difendere il lavoratore dallo sfruttamento. Un socialismo digitale dovrà affrontare un problema ancora più radicale: la possibilità che il sistema non abbia più bisogno del lavoratore. Non più soltanto lo sfruttamento, dunque, ma l’irrilevanza economica.
Anche il liberalismo deve essere ripensato. Un liberalismo digitale e democratico dovrà difendere l’autonomia dell’individuo di fronte a sistemi che tendono a trasformare comportamenti, scelte e relazioni in dati da elaborare e prevedere. Il problema non riguarda soltanto la privacy, ma l’esistenza stessa di una sfera individuale non interamente riconducibile alla logica del sistema: una condizione fondamentale del liberalismo classico. Libertà e uguaglianza tornano così a incontrarsi davanti a un problema che le categorie dell’Ottocento non potevano prevedere. Il paradosso è evidente. Proprio mentre il sistema digitale sembra rendere superflua la politica, abbiamo bisogno di più politica per governarne la transizione. Lasciare che sia l’automazione a determinare il nuovo equilibrio sociale significa accettare che efficienza tecnologica e giustizia sociale coincidano. Non c’è alcuna ragione per pensarlo.
La rivoluzione industriale generò la questione operaia e costrinse liberalismo e socialismo a elaborare nuovi diritti, istituzioni e forme di rappresentanza. La rivoluzione digitale ci pone davanti a un compito analogo, forse ancora più radicale. Se non costruiremo per tempo categorie e teorie politiche all’altezza di questa trasformazione, il rischio non sarà soltanto la perdita di posti di lavoro, ma l’emergere di nuove e profonde tensioni sociali. Potremmo trovarci in una società capace di produrre una ricchezza enorme senza sapere quale posto assegnare a milioni di esseri umani. Prima che l’automazione produca una nuova frattura globale, dobbiamo decidere quale società costruire quando il sistema avrà sempre meno bisogno del nostro lavoro.
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